La notizia è arrivata in silenzio, come spesso accade per le storie che hanno scelto di parlare sottovoce. La casa editrice Tokyo News Service ha annunciato il 25 dicembre scorso la scomparsa della mangaka giapponese Kiriko Nananan, avvenuta esattamente un anno prima, il 25 dicembre 2024, all’età di 52 anni.

Una comunicazione volutamente tardiva, in linea con la volontà espressa dall’autrice stessa e dalla sua famiglia, che ha scelto di vivere il lutto lontano dai riflettori. I funerali si sono svolti in forma privata, alla sola presenza dei familiari più stretti, e l’editore ha chiesto con rispetto ai media di astenersi da qualsiasi tentativo di contatto con la famiglia. Una scelta coerente con un percorso artistico che ha sempre fatto della discrezione, del non detto e del vuoto una cifra espressiva.

Kiriko Nananan

Chi era Kiriko Nananan

Kiriko Nananan, all’anagrafe Kiriko Yumeno, era nata il 14 dicembre 1972 a Yoshida, nella prefettura di Niigata (oggi parte della città di Tsubame). Aveva raccontato più volte di aver desiderato diventare una mangaka fin dall’età di cinque anni: copiava manga per bambini, ragazze e adulti, rielaborandoli gradualmente in uno stile personale.

Dopo aver proposto i suoi lavori a diversi editori, il debutto arriva nel 1993 con Hole, pubblicato sulla storica rivista mensile Garo, punto di riferimento per il manga alternativo e sperimentale. Nananan realizzò il suo primo lavoro mentre studiava al Nippon Design Welfare College, collocandosi sin da subito in un’area autoriale lontana dalle logiche del manga commerciale.

Negli anni successivi collaborò soprattutto con riviste come COMIC Are!, CUTiE comic e Feel Young, costruendo una produzione coerente, riconoscibile e profondamente personale, capace di raccontare l’intimità senza mai trasformarla in spettacolo.

Il nouvelle manga e un’estetica della sottrazione

Kiriko Nananan è stata una delle interpreti più significative del nouvelle manga, una corrente emersa tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila che metteva in dialogo il fumetto giapponese con il cinema d’autore e la bande dessinée franco-belga.

In questo contesto, il suo stile si è imposto per radicalità e coerenza: narrazione minimale, assenza quasi totale di retini, sfondi ridotti al minimo, nessuna linea cinetica. Lo spazio bianco diventa centrale, quasi perturbante, e restituisce al lettore una sensazione di vuoto che è anche emotiva.

Nananan diceva di essere “ossessionata da tutto ciò che sta tra una linea e l’altra”. I vuoti, i fondali e i silenzi erano per lei veri e propri personaggi, capaci di suggerire sentimenti come la speranza, la distanza o l’assenza. Per questo motivo, a differenza di molti colleghi, non affidava i dettagli ad assistenti: ogni segno aveva un peso narrativo preciso. Disegnava ogni vignetta come se fosse un’immagine autonoma, isolabile, raccontando che una singola tavola poteva richiedere anche quattro ore di lavoro, ripetuta decine di volte fino a raggiungere l’equilibrio desiderato.

Blue: un classico queer del manga

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Blue

La sua opera più celebre resta Blue, considerato oggi un vero classico del manga contemporaneo. Ambientato in un liceo di provincia, non lontano dal mare, racconta la storia di due adolescenti, Kayako e Masami, che scoprono di essere attratte l’una dall’altra.

La narrazione procede per frammenti quotidiani, eventi appena accennati ma emotivamente intensi. Blue è la cronaca silenziosa di un momento decisivo nella vita di due giovani donne che si avvicinano all’età adulta. Una storia semplice, tenera e amara, che si chiude con un risvolto inaspettato e con una profonda assenza di speranza, senza mai negare la forza del sentimento raccontato.

Proprio per questo sguardo sobrio e non stereotipato sul desiderio tra due ragazze, Blue è diventato nel tempo un punto di riferimento anche per il pubblico LGBTQ+, capace di parlare di scoperta, identità e vulnerabilità senza retorica.

Dal fumetto al cinema: Zucca e Maionese e Strawberry Shortcakes

Accanto a Blue, tra le opere più rappresentative di Nananan figurano Zucca e Maionese e Strawberry Shortcakes. Tutti e tre i titoli sono stati adattati in film live action – rispettivamente nel 2002, 2006 e 2017 – contribuendo a diffondere il suo immaginario anche al di fuori del mondo del fumetto.

Nel caso di Strawberry Shortcakes, Nananan partecipò anche come attrice, interpretando il personaggio di Toko con lo pseudonimo di Toko Iwase. Un’ulteriore dimostrazione di quanto il suo lavoro fosse profondamente legato a una visione personale e non delegabile.

Il successo in Italia e il riconoscimento internazionale

In Italia, Blue e Zucca e Maionese sono stati tradotti e pubblicati da Dynit, che ha portato nel nostro Paese una delle voci più raffinate e controcorrente del manga giapponese. Al momento, sono gli unici titoli dell’autrice disponibili in italiano, ma il loro impatto è stato duraturo, soprattutto tra lettrici e lettori in cerca di narrazioni intime e non convenzionali.

Sul piano internazionale, il valore della sua ricerca è stato riconosciuto anche fuori dal Giappone: nel 2008 Kiriko Nananan ha ricevuto il Prix de l’école supérieure de l’image al Festival Internazionale del Fumetto di Angoulême, uno dei contesti più autorevoli del fumetto europeo.

La sua eredità narrativa

Kiriko Nananan credeva che i suoi personaggi fossero solo in parte finzionali e che riflettessero un modo autentico di sentire e pensare. Forse è anche per questo che le sue storie continuano a parlare a chi si riconosce nelle identità fragili, negli amori non normativi, nei percorsi di crescita segnati dall’incertezza.

La sua morte, annunciata a distanza di un anno per sua precisa volontà, chiude una carriera coerente fino all’ultimo: lontana dal rumore, fedele a un’idea di racconto che non cerca mai di rassicurare. Un’eredità che resta nei vuoti delle sue tavole, nei silenzi dei suoi personaggi, e in quelle storie che continuano a parlare proprio perché non hanno mai alzato la voce.

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