Adolfo Durante di “Like a Star” a Gay.it: “Ai miei alunni insegno ad essere sempre loro stessi” – Intervista

Il vincitore della prima puntata di "Like a Star" si è raccontato a Gay.it.

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Adolfo Durante a Like a Star
Adolfo Durante a Like a Star - Foto: Instagram @adolfodurantemusic
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Protagonista indiscusso della prima edizione italiana di “Like a Star, Adolfo Durante ha incantato il pubblico del nuovo talent show musicale di Amadeus – in onda tutti i mercoledì in prima serata sul Nove – grazie alla sua voce, potente e struggente, nei panni di una straordinaria Mina. Ma dietro l’ovazione, il trucco e gli applausi, c’è un uomo che ci ha raccontato di aver temuto gli effetti che la sovraesposizione mediatica gli avrebbe portato.

Noi di Gay.it lo abbiamo incontrato a ridosso della messa in onda della prima puntata, in attesa di scoprire come se la caverà in finale, e ci siamo fatti raccontare del suo rapporto con gli alunni della scuola primaria in cui insegna e di quello con la sua voce, da sempre croce e delizia della sua vita: «Avrei voluto una voce diversa», ci ha raccontato. «Oggi ci convivo un po’ meglio, forse perché negli altri ho trovato la forza di amarla. Ma non è mai stato facile».

Nella lunga chiacchierata c’è stato anche modo di confrontarci su quanto, a volte, la stessa comunità LGBTQIA+ sappia essere respingente e di come, invece, la musica permetta sempre a tuttə di sentirsi liberə di essere sé stessə. Anche nei momenti di maggiori difficoltà: «La musica ha il potere di arrivare all’anima. Può lanciare messaggi che la politica spesso non ha il coraggio di dire».

Insomma, un vero e proprio viaggio nel cuore di Adolfo che ha saputo costruirsi, mattoncino dopo mattoncino, la vita che sognava da bambino.

Buona lettura!

Adolfo Durante
Adolfo Durante

Adolfo Durante ai suoi alunni: «Cerco di insegnargli ad essere sé stessi attraverso la musica»

Mercoledì 14 maggio è andata in onda sul Nove la prima puntata di “Like a Star” dove hai interpretato Mina e sei stato proclamato vincitore di puntata. Come stai vivendo questo momento?

«Questa esperienza mi ha letteralmente catapultato nel mondo dei social a 360 gradi. All’inizio avevo paura della sovraesposizione, della possibilità di non riuscire a gestire tutte le emozioni, i commenti sulla mia partecipazione, sulla scelta che avevo fatto… devo dire, però, che, giorno dopo giorno, i messaggi che mi stanno arrivando sono sempre più belli, più incoraggianti. E allora sì, al di là della vittoria, questa è stata un’esperienza davvero bella».

Com’è stato portare sul palco una grande voce come Mina?

«Io dico sempre che è stata una scelta… non so se coraggiosa o da incosciente (ride, ndr). Mina rimane la più grande cantante che il nostro Paese possa vantare. Per cui era chiaro che sarei potuto andare incontro ad eventuali — chiamiamole — “contestazioni”.

Anche se io, in realtà, sono reduce da un disco uscito un anno fa su tutte le piattaforme, dove già avevo intrapreso questo cammino, con tutti i rischi del caso. Quindi avevo comunque avuto un feedback positivo. Però, sai, un conto è fare un disco da indipendente, su etichette e piattaforme dove esci ma ti conoscono in pochissimi… pochissimi. Un conto, invece, è sovraesporsi attraverso la televisione. Arrivare a più persone. Sono due cose completamente diverse. Da qui anche la mia paura: proprio il confrontarmi con questo mito».

Come hanno reagito i tuoi alunni dopo averti visto in TV?

«D’intesa con gli autori del programma non dovevo assolutamente dire niente a nessunə della mia partecipazione a “Like a Star” sul Nove, anche perché, molto probabilmente, i miei alunni avrebbero capito subito chi avrei potuto interpretare. Dunque, non sapevano niente. Lo hanno saputo solo successivamente, dopo la messa in onda. E devo dire che, nei giorni seguenti, sono stati entusiasti: tante felicitazioni, applausi… insomma, mi hanno anche un po’ spiazzato perché io tengo sempre un po’ staccate queste due anime.

Faccio musica da quando ho 16 anni. Sanno che ho vissuto molte esperienze musicali perché questa mia formazione l’ho portata a scuola, riversandola in quella che è l’attività propedeutica legata alla musica, però, l’Adolfo Durante artista e l’Adolfo Durante insegnante tendo a tenerli ben distinti. Certo confluiscono in un’unica cosa, però sono comunque due anime diverse».

Come convivono oggi queste due anime (insegnante e cantante) così diverse in te?

«Beh, sai, loro ogni tanto tentano di estrapolarmi qualche informazione sul mio lato artistico. So, ad esempio, che mi sbirciano attraverso i canali social. Io, però, cerco sempre di sviare da questo discorso. Preferisco parlare con loro di ciò che facciamo in classe e di tralasciare quello che è l’aspetto puramente artistico.

Cerco di insegnargli ad amare la musica a 360 gradi, approfondendo tematiche come la musica classica, la musica jazz… che cosa vuol dire cantare, che cosa vuol dire fare musica e così via…

Soprattutto, però, cerco di insegnargli ad essere sé stessi attraverso la musica. Perché attraverso la musica ci si può riuscire. Un po’ come è successo a me».

Nella clip di presentazione di “Like a Star” hai dichiarato che tutto è cominciato vedendo Loretta Goggi in TV: che sensazioni ti tornano alla mente se pensi a quel momento?

«Il giorno in cui ho deciso che, probabilmente, nella vita avrei fatto il cantante… è molto chiaro nella mia mente: era una “Domenica in” di moltissimi anni fa — parliamo di più di trent’anni fa, insomma. Presentava Baudo, c’era ospite Loretta, che spiegava in quale modo lei usava la voce per affrontare i personaggi che poi sono diventati, diciamo, iconici.

Nella fattispecie, Loretta esplicava proprio in che modo usare la voce: la voce di testa, la voce di petto, la voce di naso, la voce di gola… E tutte queste cose poi le ho provate a mettere, diciamo, in atto. E mi sono accorto di essere intonato. Ecco, questo è stato il primo approccio: l’intonazione.

“Ah, ma allora riesco a dare un colore alla mia voce…” — e da lì è continuata.
Quindi sì, è proprio molto chiaro nella mia mente, quel momento».

E se ripenso invece a quando eri bambino, che immagini ti vengono in mente?

«Ero un bambino molto tranquillo, molto buono. Preferivo giocare con le bambine, forse perché mi sentivo più compreso. Anche perché, moltissimi anni fa, era davvero… difficile. Subivamo, probabilmente, quelli che oggi vengono definiti atti di bullismo, ma che allora passavano in secondo piano, diciamo. Non venivano tanto riconosciuti, nemmeno dagli stessi docenti. Non c’era tutta questa attenzione rispetto a certe discriminazioni».

Che tipo di infanzia hai vissuto?

«Non posso assolutamente dire di aver avuto un’infanzia drammatica. Ho avuto la fortuna di essere supportato da una famiglia che mi ha amato da sempre. Che non mi ha mai creato difficoltà, ma che ha cercato di accogliere quelle che erano le mie emozioni di bambino, con le mie esigenze».

Adolfo Durante
Adolfo Durante

Adolfo Durante a Gay.it: «Mi sono accorto del mio orientamento quando mi sono innamorato»

Quando hai capito per la prima volta qualcosa in più sul tuo orientamento?

«L’ho capito nel momento in cui mi sono innamorato. Prima non mi ero mai posto il problema. Cioè, per me non era un problema. Quindi sì, mi sono accorto del mio orientamento nel momento in cui mi sono innamorato. Però, ecco, il “pre-innamoramento” non ha mai costituito un problema nella mia vita. Forse era un problema che si ponevano più gli altri. Ho sempre scelto io con chi stare, non ho mai fatto scegliere agli altri».

Hai avuto la libertà di essere te stesso?

«Assolutamente sì. Ho avuto la fortuna di vivere una vita intera in questo modo. Sono stato fortunato, perché poi non è così… semplice. Credo che oggi si sia fatto tanto, anche grazie a chi ci ha preceduti. Sicuramente, con le loro lotte hanno fatto sì che noi potessimo vivere il nostro orientamento in maniera molto più — diciamo, tra virgolette — tranquilla.

Certo, c’è ancora molto da fare. Però credo che tanto sia stato fatto. E lo vedo anche nelle nuove generazioni: c’è maggiore consapevolezza, c’è maggiore rispetto per quello che ci appare “diverso” da noi. Il rispetto per ogni diversità.

Quindi, devo dire: capisco che non sia semplice, che ci siano ancora oggi situazioni drammatiche… però, rispetto a tantissimi anni fa — io sono davvero di vecchia generazione, i miei 58 anni insomma… sono passati tanti anni — devo dire che tanti passi avanti sono stati fatti».

Che ruolo gioca la scuola in questo senso?

«Le scuole lavorano molto in questa direzione. Negli ultimi anni si stanno impegnando tantissimo, e questo va assolutamente a favore della scuola, che agisce di iniziativa propria perché crede fortemente nell’uguaglianza.

La società è cambiata. Oggi abbiamo bambini, ragazzi, che sono figli di genitori separati… separati anche perché hanno capito il proprio orientamento e hanno fatto una scelta di vita ben precisa: vivere la propria vita con persone dello stesso sesso.

Abbiamo generazioni in cui i ragazzi non vivono più la diversità come qualcosa di anomalo, ma come qualcosa di normale.

Ecco, credo che la scuola non possa che farsi portavoce di questi temi. Indipendentemente da quello che sia l’orientamento politico di un docente, credo che il nostro compito sia quello di educarli ad amare gli altri e ad amare la vita, nel rispetto degli altri».

La tua voce, oggi riconoscibilissima, un tempo ti ha messo in difficoltà: che rapporto hai oggi con quella parte di te?

«Diciamo che ancora oggi vivo un po’ un conflitto con la mia voce. Se dicessi di aver superato completamente questo conflitto, sarebbe una bugia. Diciamo che ci convivo un po’ meglio, forse grazie anche al riconoscimento degli altri. In questo ho trovato la forza di amarla, in qualche maniera.

Però, insomma, ancora oggi non è che abbia un rapporto pienamente sereno con lei. Ogni tanto, soprattutto quando parlo, vorrei avere una voce diversa. Poi però penso che, quando canto, ci sono tante persone che mi apprezzano, e quindi mi faccio forza di questa cosa».

Hai mai incontrato pregiudizi o difficoltà, anche all’interno della comunità LGBTQ+, a causa della tua voce o del tuo modo di esprimerti?

«Mi spiace doverlo dire, forse per questo non sarò molto amato, ma io mi prendo sempre la responsabilità di quello che dico, perché l’ho vissuto sulla mia pelle: spesso anche all’interno dello stesso ambiente c’è una sorta di pregiudizio rispetto a questa cosa.

Io ho vissuto tante volte momenti di pregiudizio, anche da parte di persone con il mio stesso orientamento, proprio per la voce. È successo tantissime volte, e quindi mi spiace, perché non dovrebbe essere così».

Adolfo Durante
Adolfo Durante

Adolfo Durante a Gay.it: «I leoni da tastiera vorrei invitarli a trovare pace con sé stessi»

In questa intervista hai parlato spesso della tua paura per la sovraesposizione che sarebbe arrivata: che cosa ti spaventava?

«Sono una persona molto attenta: leggo, ascolto, guardo e cerco di capire come sta evolvendo la società. Devo dire che un po’ mi spaventa. I social mi spaventano moltissimo, davvero. Il fatto che non ci sia un filtro, che nessuno intervenga per porre rimedio…

Nel mio caso ho la fortuna di avere le spalle abbastanza forti per superare certe situazioni – fermo restando che davanti a certi commenti ci si sente male. Sarebbe ipocrita dire “no, non mi fa niente”. Non è vero. Ci si rimane malissimo, e ci sono momenti di sconforto, perché ti rendi conto di quanto in alto possa arrivare la cattiveria umana o, in alcuni casi, l’ignoranza.

Sapevo che, da artista piccolo, di nicchia, praticamente sconosciuto, mi sarei esposto molto e avrei dovuto affrontare anche vere e proprie cattiverie o pregiudizi. E questa cosa, chiaramente, mi faceva paura, perché non sapevo come avrei potuto reagire».

Ora che le hai subite, che cosa ti sentiresti di dire a questi leoni da tastiera?

«È davvero difficile.

Io, più che altro, vorrei fare un invito a questi leoni da tastiera a riflettere sul fatto che, quando si emettono giudizi o si tenta di colpire qualcuno, non si colpisce solo quella persona. Dietro ci sono famiglie, ci sono studenti — nel caso, ad esempio, di un insegnante — che leggono, che vedono, e non capiscono. Non capiscono il perché di certe cattiverie.

Vorrei invitarli a trovare pace con sé stessi, perché credo che dietro tanta rabbia ci sia un dolore irrisolto. Un malessere interiore. E riversarlo sugli altri non lo farà sparire. Non guarirà niente».

E che cosa consiglieresti ai giovani ragazzi e alle giovani ragazze che ricevono gli stessi commenti, ma che ancora non sono così strutturati?

«Ai ragazzi, invece, dico di non smettere di lottare.

I docenti — e lo vedo ogni giorno — stanno facendo tanto; perseverano nella lotta contro il cyberbullismo, contro ogni forma di pregiudizio. La scuola può fare moltissimo in questo senso, perché le nuove generazioni sono pronte. Io lo sento, lo vedo: insegno da più di trent’anni e ho visto un’evoluzione. C’è ancora molto da fare, ma i semi sono stati piantati.

E ai ragazzi dico: non abbattetevi. Non è facile, anzi, sarà difficile. Ci saranno momenti di sconforto, lacrime, momenti in cui non capirete. Ma cercate la forza nelle persone che vi vogliono bene. Perché ci sono. E sono loro che contano, più di tutto».

Che ruolo gioca oggi la musica?

«Credo che la musica sia l’elemento che meglio può rappresentare i momenti di lotta perché ha la forza di arrivare all’animo delle persone. Può fare moltissimo perché incarna meglio la rivendicazione di quelli che sono i diritti di ogni tipo, talvolta prendendo persino il posto della politica che non si assume le proprie responsabilità».

Se pensi ad una canzone che avresti voluto cantare da bambino, quale ti viene in mente e perché?

«Ce ne sono tante. Le ho raccolte in un disco uscito nel 2019, dove ci sono una serie di canzoni di artisti che ho sempre amato. Erano canzoni che ascoltavo quando ero nella mia stanza e cantavo da piccolo, pensando: un giorno queste canzoni le dovrò fare, le dovrò realizzare. E così è stato, ho mantenuto fede a quella promessa che mi ero fatto.

Ce ne sono davvero tante, perché sono sempre stato un mangiatore di musica a 360 gradi, di qualsiasi tipo. Faccio fatica ad identificarne una sola, però potrei indicare una mia canzone: probabilmente “Libertà”, che aveva vinto nel 2015 il contest “Una voce per te”, il contest dei diritti umani “Voci per la libertà”, legato ad Amnesty International.

Quale migliore espressione di quel brano? “Libertà” credo mi rappresenti a 360 gradi».

Che cosa ti auguri per il tuo futuro e per quello di tutti i bambini (e bambine) che oggi entrano nelle tue classi e che saranno gli adulti di domani?

«Vorrei che imparassero, davvero, quanto sia importante mettersi nei panni dell’altro.
Vorrei che capissero che affermare sé stessi non è mai una colpa. È, anzi, una risorsa.
Vorrei che sapessero che le parole contano. Sempre. Le parole hanno un peso, anche quando non ce ne rendiamo conto.

Dietro ogni frase, dietro ogni gesto, può nascondersi una ferita che lasciamo negli altri, magari senza volerlo. Ecco perché è fondamentale essere consapevoli. Di ciò che diciamo. Di ciò che facciamo.

Io vorrei vederli crescere con questa consapevolezza perché è da lì che inizia davvero il rispetto. E la libertà».

© Riproduzione riservata.

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