IL MOSTRO GAY E’ SERVITO

Lo scandalo Lavorini: nel 1969 a Viareggio viene ucciso un dodicenne, e arrestato un gay che si suicida in carcere. I colpevoli, probabilmente, sono ancora in libertà. Ma i giornali massacrarono i gay

E’ possibile che di un omicidio con tre vittime accertate e un ferito molto grave ci si dimentichi, per trent’anni, del ferito e che alcuni colpevoli siano ancora in libertà? Ad una rilettura dello scandalo Lavorini parrebbe di sì.

31 gennaio 1969 scompare da Viareggio un dodicenne, Ermanno Lavorini, e la famiglie riceve una richiesta di riscatto. Per tre mesi le forze dell’ordine brancoleranno nel buio eppure c’è una taglia sui rapitori e per le indagini sono stati chiamati i più grossi esperti in rapimenti. Qualcuno interpella radioestetisti, agopunturisti e sensitivi ma senza risultati e l’Italia tutta si domanda dove sia finito il giovanissimo. Anche un canzone triste chiede insistentemente che il ‘bimbo’ torni finalmente da mamma e papà. L’epilogo della vicenda sarà il 9 marzo quando il cane di Renato Tofanelli scopre il cadavere, la nostra prima vittima, del giovane sotterrato nella sabbia della pineta di Marina di Vecchiano, luogo frequentato anche da omosessuali. Le indagini prendono nuovo vigore e i super-esperti in rapimenti sembrano non avere dubbi: si tratta di delitto a sfondo sessuale ed è negli ambienti di omosessuali che va cercato il colpevole. Detto fatto: il sedicenne Marco Baldisseri, del fronte monarchico di Viareggio, Rodolfo Della Latta, attivista MSI, Andrea Benedetti e Pietro Mangioni, fondatori del Fronte, arrestati il 19 aprile dalle forze dell’ordine accusano dell’omicidio, durante l’interrogatorio, Adolfo Meciani sposato ma segretamente gay. L’uomo viene arrestato. Il 24 maggio il Meciani si suiciderà in carcere per l’accusa infamante. Lo scandalo continuerà tra ritrattazioni, nuove rivelazioni, illazioni ed un estenuante palleggio di responsabilità e si trascinerà fino al 13 maggio 1977 quando la corte di Cassazione stabilirà che Ermanno Lavorini morì per “futili motivi” durante una lite tra ragazzi per la spartizione di bossoli. La richiesta di riscatto era maturata per coprire l’esecutore materiale dell’omicidio Marco Baldisseri dal suo gruppo di estremisti neri che avrebbe voluto raccogliere fondi per sovvenzionare la propria associazione. Fino qui abbiamo rievocato un triste fatto di cronaca nera che si perpetrò tra ragazzi e che per volontà di un gruppo di fascisti che abbisognava di denaro tenne con il fiato sospeso l’Italia.

Veniamo alla seconda vittima Aldo Meciani. Secondo Marco Baldisseri il Meciani aveva ucciso Lavorini con un pugno perchè aveva resistito a delle avances. La dichiarazione, dimostratasi poi falsa, distrusse Meciani, che fu anche oggetto di due tentativi di linciaggio pubblico. I giornali dell’epoca indagarono nella sua vita privata e scoprirono che pur essendo sposato era gay e che frequentava la pineta, intratteneva relazioni sessuali con dei giovani ed in passato era anche stato ricattato. Questi elementi bastarono alla stampa per dipingerlo come un mostro e per attribuirgli le peggiori nefandezze. Sentite, ad esempio, le dichiarazioni di Rodolfo della Latta riportate da la “Domenica del Corriere” del 13 maggio 1969: Meciani – dice della Latta – aveva richiesto Lavorini per un “party di anormali” poi gli aveva “fatto bere uno sciroppo drogato, poi lo aveva spogliato. Il ragazzo era stato preso dalle convulsioni e Adolfo Meciani gli aveva praticato un’iniezione per endovena. Così Ermanno era morto per collasso”. “L’Espresso” il 4 maggio 1969 si univa al coro degli accusatori del Meciani dipinto come una “figura ambigua”, “bruto” e come il “mostro sospettato, intuito, immaginato fin dal’inizio”. Le accuse infamanti, puntualmente rivelatesi false, continueranno su giornali e quotidiani e l’omosessuale innocente si toglierà la vita.

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La terza vittima di questo scandalo fu Giuseppe Zacconi, figlio del celebre attore Ermete, invitato a presentarsi il 20 marzo alla questura di Lucca per le indagini sul caso Lavorini. Essere semplicemente sospettato significava in quel frangente la morte sociale e in più il povero Zacconi era considerato un ‘anormale’ ed un ‘invertito’ perchè non era sposato. Lo Zacconi morirà di crepacuore l’anno dopo lo scandalo quando verremo a sapere che non si era sposato per una malformazione che lo aveva reso impotente…

E veniamo al ferito molto grave e dimenticato di questa vicenda: gli omosessuali italiani.

Nell’articolo Quando scende la sera in pineta pubblicato da “L’Espresso” del 4 maggio 1969 Mino Monicelli afferma che è necessario lavare “via lo sporco dalla città” impestata “dall’incubo di quell’immondo imbroglio di omosessuali che si chiama ‘caso’ Lavorini”. Ancora Monicelli ci descrive gli omosessuali che frequentano la Pineta di Viareggio: “Oggi il richiamo lo fanno gli omosessuali [Anticamente nella zona c’era un capanno per la caccia, ndr.], che battono il sottobosco attorno al bocciodromo. E’ una zona frequentata da pervertiti di ogni sfumatura, appiedati e motorizzati: pederasti e procacciatori di ragazzi… tutta una variopinta fauna di satiri silvani“. Non manca nel pezzo le dichiarazioni di un avvocato che abita lì nei pressi: “Una volta non si incontravano adescatori di ragazzetti. Gli omosessuali… si limitavano a pochi esemplari… l’unico di quella schiera che non appartenesse all’aristocrazia, ricordo, si chiamava Dantino e in passeggiata i ragazzi lo sbeffeggiavano“.

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Anche “Il Borghese” punta il dito sugli omosessuali nell’articolo Da Viareggio con amore di Carlo Cusani del 22 maggio 1969 così: “Che l’uccisione di Ermanno Lavorini fosse maturata nell’ambiente degli omosessuali, Il Borghese, fu il primo a scriverlo a chiare lettere in data 20 marzo scorso… ” e ancora: “settimane e mesi di indagini” confermano una “topografia del vizio” ove “se hai voglia di conoscere gente che si diverte in modo un po’ strano fai presto”. Poi il settimanale, di destra, attacca i comunisti: “I ‘ragazzi della pineta’ di Viareggio, esattamente come i ‘ragazzi di vita’ di Pasolini, sono tutti figli del popolo e provengono tutti (almeno quelli portati alla ribalta delle cronache) da famiglie irregolari… E’ questo dunque il ‘sano popolo lavoratore’ che dovrebbe fare giustizia della società borghese?…la campagna comunista non è soltanto sfacciata: è patetica. E’ un messaggio d’amore a tutti gli omosessuali d’Italia”. Peccato che l’omicidio di Lavorini fosse perpetrato da ragazzi di destra… Anche Gianna Preda, sullo stesso settimanale l’8 maggio 1969 dirà: “L’omosessualità è… soltanto un elemento per far carriera e per giustificare, nel nome della libertà, gli innumerevoli sporcaccioni di sinistra; una razza che conta molti esemplari anche nella nostra TV” prendendo lucciole per lanterne. Ma il massimo del minimo lo raggiunsero i ragazzi del fronte di Viareggio, alcuni dei quali colpevoli dell’omicidio, che affissero ai muri della città un manifesto che presentava un bambino in lacrime sotto una mano con le dita ad artiglio. Su ogni dito le parole: corruzione, droga, pornografia, omosessualità, prostituzione e il bambino strillava: “Mamma, papà, che cosa aspettate a difendermi?” con in fondo al manifesto lo slogan: “Italia drogata e democratica”.

Continuiamo con “Extra“, un settimanale scandalistico, che il 26 luglio 1971 dirà dei gay: “Il delitto Lavorini è nato nell’ambiente sessualmente bacato della Viareggio dei gradassi…“. Non manca all’appello della stampa nazionale “Epoca” il 26 giugno 1969 con l’articolo Siamo diventati più viziosi? di Domenico Bartoli che insieme a parole tolleranti sull’omosessualità dice: “Non si tratta, dunque, di perseguitare gli omosessuali, ma di impedire che il loro vizio, tollerato quando è circoscritto, diventi oggetto di imitazione e quindi di ammirazione… dalle piazze, dai viali, dai caffè, dai giornali immorali, dai film indecenti, non deve più venire, ad ogni momento, lo stimolo del vizio”.

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Il settimanale “Oggi“, insieme ad intervista alla moglie del Meciani e ad uno dei ragazzi implicati nel caso, propone l’intervista quattro ‘ragazzi di vita’: “Pubblichiamo le sconvolgenti dichiarazioni di questi ragazzi, di fronte alle quali tutti restiamo angosciati, non certo per aggiungere torbido al torbido“…

Torbido, sporcaccioni, drogati, corrotti, bacati, irregolari, viziosi, insani, perversi strani, immondi, imbroglioni ferirono gravemente tutti gli omosessuali che leggevano quegli articoli ed interiorizzavano quello che di loro veniva detto sentendosi effettivamente torbidi, sporcaccioni e così via..

Non era bastato, alla stampa un omosessuale suicida, un non omosessuale suicida e il triste omicidio di un ragazzino ci voleva un capro espiatorio. Quelle definizioni gravarono, e gravano ancora oggi, sulla coscienza di molti di noi e i colpevoli continueranno per anni a brandire le loro penne insanguinate… senza mostrare alcun segno di pentimento.

Oggi, come ieri, molti giornalisti parlano dello scandalo Lavorini come di uno scandalo maturato nell’ambiente pedofilo. Ancora una volta il mostro, inesistente, è servito eppure tutto nasce il 31 gennaio 1969 quando scompare da Viareggio un dodicenne, Ermanno…

(L’autore ringrazia La Fondazione Micheletti di Brescia per avergli permesso la visione di parte del materiale citato).

di Stefano Bolognini