“La Madonna di Pompei vuole bene pure ai gay”: addio a Ciro Ciretta, chi era la pioniera fuori dal sistema

L'attrice e il poeta di Torre Annunziata convivevano nell'orgoglio delle sfumature non definibili. Ha attraversato 50 anni di storia queer italiana con il corpo, la voce e il teatro di strada: dai primi campeggi gay agli ultimi Pride, sempre fuori da ogni ordine imposto. Il ricordo del movimento.

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"La Madonna di Pompei vuole bene pure ai gay": addio a Ciro Ciretta, chi era la pioniera fuori dal sistema - Ciro Cascina detto Ciretta Bologna 1980 - Gay.it
Ciro Cascina detto Ciretta - Bologna 1980
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Scrittore, poeta, performer e attivista, Ciro Cascina detto Ciretta è morto il 12 giugno 2026 a Torre Annunziata, a 76 anni, dopo una lunga malattia. Era una delle figure più originali e meno celebrate della cultura queer napoletana e italiana. Lo ricordano le persone che lo hanno conosciuto, amato e seguito fin dagli anni Settanta.

Di seguito il video dei funerali in svolgimento mentre scriviamo:

 

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Il ricordo di Giorgio Bozzo, editor de Le Radici dell’Orgoglio:

«Madonna delle Neve!
Togli le guerre dalla terra
Specialmente dove è nato Gesù
Oh, nostra Madonnina della neve
Togli le guerre dalla terra e benedici Ciretta che ti voleva tanto, ma tanto bene»

Grazie Ciretta per aver reso questo mondo più allegro, impertinente e indefinito.
Grazie di essere stata tra le madri di un movimento di liberazione folle e coraggioso.
Grazie di averci regalato la tua arte genuina, eclettica e verace.
Grazie di averci dato la leggerezza e il talento.
Grazie di essere stata una delle sfumature più vivide del nostro bellissimo arcobaleno.
Che la terra sia con te gentile e che il nostro commosso tributo ti accompagni nel viaggio.

Noi ti ricorderemo!»

Chi era Ciro Cascina detto “Ciretta”

Ciretta Ciro Cascina - Bologna 1980 Teatro di strada
Bologna, 1980, alle Giornate dell’orgoglio omosessuale Ciretta con il suo Teatro di strada decostruisce il genere

Ciro Cascina era nato a Portici e cresciuto a Torre Annunziata. Aveva 76 anni. È morto il 12 giugno 2026, dopo una lunga malattia. I funerali si sono tenuti il 14 giugno, alle 9.30, nel Santuario di Maria Santissima della Neve, in Piazza Giovanni XXIII a Torre Annunziata. Il primo Vesuvio Pride della città di Portici, in programma il 18 luglio, sarà dedicato alla sua memoria.

Aveva lasciato gli studi di Medicina per dedicarsi al teatro. Non era passato dalle accademie: la sua formazione era avvenuta nelle case, nei cortili, nel teatro di strada, nella tradizione orale dei femminielli napoletani. Aveva vissuto a lungo anche a Roma, nel quartiere San Lorenzo, a casa di Carlo Poggioli, costumista di fama internazionale.

Nel 2009 aveva partecipato alla nascita dell’AFAN, l’Associazione Femmenelle Antiche Napoletane, con cui aveva continuato a custodire e trasmettere una memoria popolare, artistica e politica. Il 3 aprile 2026, su iniziativa di Andrea Pini e dell’associazione Agapanto, era stato celebrato a Roma, alla Casa della Memoria e della Storia, con il Premio Marco Sanna, riconoscimento assegnato dal 2023 a personalità adulte LGBTQ+ che si sono distinte per impegno, visibilità e militanza nei campi culturale, politico e artistico. Prima di lui lo avevano ricevuto Francesco Gnerre, Corrado Levi e Vanni Piccolo.

In una lunga intervista a Francesco Gnerre per la rivista Testo e Senso dell’Università di Roma Tor Vergata, Cascina aveva detto di non essere diventato attore per professione, ma perché altre persone avevano iniziato a chiamarlo così. Per lui il teatro era, con le sue parole, «un modo per sopravvivere alla diversità», una forma di esistenza prima ancora che un mestiere. Aveva partecipato anche a film e documentari dedicati alla memoria queer e femminiella, tra cui Cerasella: ovvero l’estinzione della femminella di Massimo Andrei e L’amore è una scarpa comoda di Fabiomassimo Lozzi.

Negli ultimi mesi le sue condizioni si erano aggravate. Attorno a lui si era formata una rete di persone amiche, attiva giorno e notte, per accompagnarlo nella malattia. Sergio Rovasio, storico militante radicale e fondatore di Certi Diritti, racconta che Cascina aveva chiesto aiuto al gruppo che si era organizzato per sostenerlo, chiedendo di contattare la ASL competente, convinto che non si potesse tollerare che una persona arrivasse al fine vita soffrendo.

La Madonna di Pompei

Il nome di Ciro Cascina resta legato soprattutto a La Madonna di Pompei, nota anche come La Madonna di Pompei vuole bene pure ai gay, opera diventata un cult del teatro omosessuale italiano, premiata nel 1981 alla ‘Sei giorni del monologo’ di Milano. Lo spettacolo non aveva avuto un debutto ufficiale preciso. Cascina stesso aveva scritto che era nato «sul finire degli anni Settanta», prendendo «una forma più consolidata in due storiche manifestazioni del movimento omosessuale: il 24 novembre 1979 a Pisa, in occasione della prima marcia contro le violenze omofobiche; poi nelle giornate dell’orgoglio omosessuale organizzate da Lambda a Bologna dal 27 al 29 giugno del 1980». Come scriveva, erano «performance svolte in luoghi non deputati al teatro, in strada, in piazza, modificando le parti del racconto e aggiungendo personaggi a seconda del tipo di pubblico e del contesto».

Giorgio Bozzo, su Le Radici dell’Orgoglio, ricostruisce come dallo spettacolo fosse nato uno degli slogan più celebri dei cortei Pride italiani. In occasione del Pride nazionale a Napoli nel 1996, grazie all’iniziativa e alla creatività di Vanni Piccolo, la frase «La Madonna di Pompei vuole bene pure ai gay» era diventata uno slogan di piazza, ripetuto poi in varianti successive da migliaia di persone che ne ignoravano l’origine teatrale.

Vanni Piccolo, storico animatore dei campeggi gay italiani, ricorda così Cascina sui social: «La sua Madonna di Pompei resterà immortale. Ma non la potremmo vedere più perché nessuno sarà più in grado di interpretarla.»

Franco Grillini, militante storico, ricorda a Le Radici dell’Orgoglio il 1982 e l’inaugurazione del Cassaro di Porta Saragozza a Bologna, dove Cascina portò La Madonna di Pompei in Piazza Maggiore, nel centro di accoglienza messo a disposizione dal Comune. Sergio Rovasio racconta invece la performance al campeggio gay di Vieste, dove ogni tenda era una tappa di una processione guidata da Cascina: «ogni gay, ogni lesbica, ogni ognuno manifestava la sua sacralità di una Madonna di qualche cosa, e lui era il nostro maieuta», con risate che piegavano in due tutti i presenti.

La fase eroica: il movimento, i campeggi, le piazze

Isola Capo Rizzuto, estate 1979

Nichi Vendola, poeta e già presidente della Regione Puglia, racconta a Le Radici dell’Orgoglio di aver conosciuto Ciro Cascina nell’estate di quarantasette anni fa, al primo campeggio gay in Calabria, a Isola Capo Rizzuto. Lo ricorda «come una divinità classica, con una straordinaria capacità di adesione alla natura», insieme agli amici che lo accompagnavano, «strane creature che venivano dalla Campania, da Torre Annunziata». Racconta anche che in quell’occasione Cascina fu vittima di atti di bullismo fuori dal perimetro del campeggio, si sfogò con lui a lungo e pianse. «Nel corso del tempo», dice Vendola, «ho imparato da lontano a conoscere questa persona incredibile, questo artista verace, questo intellettuale del sud del Mediterraneo, questo uomo di sabbia e di poesia, di lava vulcanica, di tarantelle, di sacralità.»

Paros, Grecia, anni Ottanta

Porpora Marcasciano, storica attivista e presidente onoraria del MIT, lascia a Le Radici dell’Orgoglio il ricordo di un viaggio in Grecia, partito dal campeggio di Otranto insieme a Ciro e Luciano Parisi. «Andammo a Paros quando Paros era selvaggia», racconta. Dovevano restare qualche giorno, sono rimasti un mese e mezzo, perché Cascina aveva improvvisato una performance sul porticciolo del villaggio di Nassa e tutta la popolazione si era radunata ad ascoltarla. «Da lì divenne la grande attrice dell’isola», dice Marcasciano, ricordando come i locali facessero a gara per ospitarla (Marcasciano usa sia il maschile sia il femminile riferendosi a Ciretta e l’apostrofa con pronome “loro” ndr), come arrivarono anche gli inviti a esibirsi nei localini alternativi, e come a quel punto non volessero più tornare. Marcasciano la ricorda in quel periodo come «un’eremita, un po’ riflessiva», con i capelli lunghi, un bastone lungo come una pertica, e i suoi stracci colorati che, indossati da lui, «diventavano tutt’altro».

Marcasciano sottolinea anche un aspetto che considera centrale: «Ciro, col suo modo di essere e di fare, ha messo in discussione l’identità di genere fissa. Lui era il gender per eccezione, non era maschio, non era femmina, ma era lui, anzi lei, anzi loro, tutto questo messo insieme.»

Bologna, 1980: il bacio al portavoce del sindaco

Ciro Cascina Ciretta Bologna 1980
Ciro Cascina Ciretta a Bologna nel 1980 con l’allora sindaco Zangheri. A sinistra con gli occhiali da sole Felix Cossolo.

Beppe Ramina, militante storico tra i fondatori del Cassero , ricorda a Le Radici dell’Orgoglio una delle immagini più note di quell’epoca del movimento. Siamo a Bologna, 1980, alle Giornate dell’orgoglio omosessuale, che oggi definiamo Pride. Il gruppo incontrò il sindaco Renato Zangheri per chiedere una serie di cose, prima tra tutte una sede autogestita, che due anni dopo sarebbe diventata il Cassero di Porta Saragozza. «C’è una fotografia di quell’incontro nella quale c’è Ciro che bacia il portavoce di Zangheri, Alessandro Rovinetti, mentre Zangheri sorride», racconta Ramina. Un gesto che aveva un doppio significato: la volontà di portare il confronto fuori dal piano delle astrazioni, sul piano fisico, del corpo, del contatto. E insieme un sigillo su un patto, perché Zangheri aveva detto: «Voi avete il vostro orgoglio, noi abbiamo il nostro orgoglio di città, e vi daremo quello che avete chiesto.»

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Bologna, il Cassaro e lo scandalo con l’assessore

Sergio Rovasio, a Le Radici dell’Orgoglio, racconta un episodio che definisce «clamoroso», avvenuto durante la battaglia per il Cassero di Bologna. Cascina prese Rovasio dal pubblico, lo portò sul palco davanti a circa ottomila persone e cercò di compiere con lui un atto erotico. Era presente un assessore del Comune che supportava la loro battaglia, e se ne andò. Tutti pensarono di aver provocato una reazione negativa. Poi scoprirono che l’assessore era uscito per un impegno urgente, ma lo scandalo si era già propagato. «È un episodio che fa parte delle tappe della mia vita», dice Rovasio.

Foggia, il Dirty Dixie Club

Vladimir Luxuria, che all’epoca era appena maggiorenne e lavorava come dj al primo locale gay di Foggia, racconta a Le Radici dell’Orgoglio di aver sentito Cascina per la prima volta proprio lì, al Dirty Dixie Club. «Faceva molti sketch», ricorda. «Per esempio, il personaggio della segretaria di Pertini. Poi nei suoi monologhi era molto diretto, prendeva in giro gli omofobi, parlava dei femminielli napoletani.» Luxuria osserva che, in un’epoca in cui non esisteva ancora la queer comedy né la stand-up LGBTQ+, Cascina intratteneva con i suoi monologhi dopo le riunioni, dopo i dibattiti, dopo le manifestazioni, ai campeggi gay sul Gargano. «È stato veramente una persona che ci mancherà tanto.»

La Spezia, 1980: lo smalto rosso a casa dei genitori

Andrea Pini, storico e attivista, autore del volume Quando eravamo froci, lascia a Le Radici dell’Orgoglio un ricordo intimo. Siamo nel 1980, a La Spezia, a casa dei suoi genitori. Cascina era di passaggio in città e Pini lo aveva invitato a pranzo. Quando Cascina si era seduto a tavola, Pini aveva scoperto che si era smaltato le unghie di un rosso fuoco, ben in visita sul piano del tavolo. «Rimasi un po’ basito e imbarazzato per tutto il tempo del pranzo», racconta. «Eravamo nel 1980. Non bastavano i capelli lunghi, gli orecchini e le collane: ci mancava anche quella manicure così accurata.»

L’arte, la poetica, i femminielli

Un elemento centrale della poetica di Ciro-Ciretta Cascina era il dialogo con la tradizione dei femminielli, figura simbolica della cultura popolare napoletana, portatrice di una visione fluida e non normativa dell’identità di genere. Emiliano Metalli, su Aut-Magazine, scrive che Cascina non si limitava a una citazione folklorica, ma rielaborava quell’eredità in chiave contemporanea, «facendone un dispositivo critico attraverso cui leggere il presente e le sue tensioni sociali».

La dualità del nome, Ciro-Ciretta, maschile e femminile insieme, era in questo senso programmatica. Pasquale Quaranta, Diversity Editor de La Stampa, ricorda a Le Radici dell’Orgoglio una frase di Cascina che considera la sua chiave interpretativa: «Mi sono reso conto di essere un attore quando gli altri hanno cominciato a chiamarmi attore.» In questa frase, spiega Quaranta, «c’è l’idea che l’identità è qualcosa che accade tra noi e gli altri.» Quaranta ricorda anche un’immagine che Cascina usava per parlare del linguaggio: dire “omosessualità”, dire “gay”, diceva, è come accendere un neon bianco in cucina. Si illumina tutto, ma vengono cancellate le sfumature. «E una casa», aggiungeva, «vive anche di sfumature.»

"La Madonna di Pompei vuole bene pure ai gay": addio a Ciro Ciretta, chi era la pioniera fuori dal sistema - Ciretta Ciro Cascina Bologna 1980 Teatro di strada Decostruzione Genere - Gay.it

Il lavoro dell’AFAN, l’Associazione Femmenelle Antiche Napoletane, era in questo senso una restituzione: fotografie, album di famiglia, storie tramandate di voce in voce. Come ricorda Nichi Vendola, Cascina incarnava «la sacralità del queer», aveva qualcosa di arcaico e di classico insieme, qualcosa di straordinariamente moderno, capace di «catturare gli ingredienti più sacri e profani della tradizione della sua terra» e trascenderli «in una profezia di convivialità, di mescolanza e di meticciato globale». Vendola racconta a Le Radici dell’Orgoglio di aver scritto per lui una poesia, inclusa in Sacro Queer, intitolata Pensando alle lacrime di Ciro Cascina. Giorgio Bozzo ricorda che pochi mesi prima di morire, Cascina gli aveva mandato un vocale su WhatsApp in cui recitava proprio quella poesia di Vendola, per farsi perdonare di aver cancellato un appuntamento per un’intervista.

Secondo la motivazione del Premio Marco Sanna 2026, il riconoscimento è stato assegnato a Cascina per «il grande valore umano, attoriale e performativo “altro”, la capacità di rappresentare un segmento della diversità, quello dei femminielli partenopei, inusuale e ricco di valori storici e popolari, sempre a fianco e dentro al Movimento omosessuale sin dall’epoca dei primi campeggi gay».

L’uomo, il carattere, la teatralità privata

Chi lo ha conosciuto da vicino descrive Cascina come una persona capace di trasformare ogni contesto in scena, senza smettere mai di essere presente in modo autentico. Porpora Marcasciano ricorda che smetteva di essere «il folletto, il performer» per lasciarsi andare a pensieri profondi sulla vita, «però sempre recitando», perché ce l’aveva innata la recitazione. «La pesantezza del mondo con lui diventava la leggerezza della vita», dice Marcasciano, «la poesia della vita.»

Pasquale Quaranta ricorda a Le Radici dell’Orgoglio un pomeriggio sul divano a casa di Carlo Poggioli a Roma. Era arrivato dall’università carico di pensieri, molto chiuso. Cascina lo aveva ascoltato e, alla fine, Quaranta era uscito diverso, più leggero, più aperto. «Come se mi avesse rimesso in asse», dice. Gli aveva detto una cosa che non ha più dimenticato: «Siamo sempre in equilibrio tra salute e malattia. È come una bilancia. Il punto non è da che parte stai, ma come stai dentro quell’equilibrio.»

Sergio Rovasio ricorda l’affetto e la tenerezza che Cascina manifestava ogni volta che si incontravano: «Mi raccontava le poesie, mi abbracciava. Ci conoscevamo dall’80.» E ricorda le feste a casa Poggioli durante il Festival di Sanremo, quando Cascina «faceva il salto in banco in modo magistrale, di una bravura, gli volevano tutti un bene».

Vanni Piccolo, in un ricordo pubblicato sui social, descrive Cascina al Pride di Napoli, dove ballava da solo in mezzo a migliaia di persone, «con questi occhi suoi, con questo mondo suo, dove anche migliaia di persone intorno non facevano cornice: lui si estraniava alla musica, ai sentimenti, a quell’atmosfera che creava il Pride». Piccolo aggiunge: «Era bellissimo vederlo ballare, era bellissimo vederlo muoversi.»

Giorgio Bozzo, su Le Radici dell’Orgoglio, scrive che Cascina avrebbe potuto essere «un grande del teatro», ne aveva il talento, la sensibilità, la tecnica, la dedizione, l’empatia. Era però «privo della capacità di accettare compromessi e mediazioni, di piegarsi a un sistema che mettesse in discussione la sua arte, che non era anarchica e queer solo nella componente estetica, ma anche in quella più propriamente poetica e politica». Sergio Rovasio sintetizza questo aspetto così: «Era un vero grande artista di portata elevatissima, solo che era molto out da tutti, da tutto il sistema costituito. Molto, molto alternativo. Non ha avuto il successo che avrebbe meritato, perché sarebbe stato uno dei più grandi attori in assoluto del teatro partenopeo.»

Il lutto della comunità

Ciro Cascina Ciretta con Pasquale Quaranta
Ciro Cascina “Ciretta” con Pasquale Quaranta negli anni più recenti

«Lui è l’anima di Torre Annunziata. Orgoglio torrese.» Così dice Antonello Sannino, presidente di Antinoo Arcigay Napoli, raggiunto dalla notizia mentre si trovava a casa di Cascina, come riporta Pasquale Quaranta su La Stampa. Sannino ricorda anche una frase che Cascina ripeteva spesso: le persone vesuviane erano magiche, perché quella è «una terra in cui si mescolano tutti gli elementi, l’aria, la terra, l’acqua del mare e il fuoco del Vesuvio».

Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli lo ricorda in un comunicato come «attivista LGBTQIA+, artista e voce libera», che «ha aperto strade, costruito comunità e dato forza a tante persone attraverso il suo impegno, la sua sensibilità e la sua arte».

Vladimir Luxuria scrive sui social: «La Napoli femminiella, l’artista che ci divertiva con i suoi monologhi quando il movimento LGBTQ+ faceva i primi passi, l’ultima voce dei canti alla Madonna di Montevergine. Grazie di esserci stato. Ci mancherai.»

Nichi Vendola chiude il suo ricordo a Le Radici dell’Orgoglio con queste parole: «Sono felice di averlo rincontrato in maniera intensa lo scorso anno e sono addolorato di averlo perso. Lo immagino in una giornata ventosa come oggi, leggero, che si disperde nel cosmo e che porta i segreti di una vita speciale ovunque per l’universo.»

Pasquale Quaranta  pone l’accento sull’identità indefinibile di Ciretta, e raccomanda di “non cercare di definirlo troppo, ma restare almeno per un momento in quella sua complessità, con gratitudine, con rispetto e con un po’ di incanto“.

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