Avevamo avuto il dubbio che la Palma d’Oro andasse in Oriente quando abbiamo visto arrivare sulle Marches la venerabile Cate Blanchett, impeccabile Presidentessa di Giuria, con uno strano e voluminoso abito-kimono rosso e nero. E così è stato: con un po’ di sorpresa (era favorito Capharnaum della libanese Labaki che si accontenta del Prix du Jury) il massimo riconoscimento è andato al dramma famigliare Shoplifters (Taccheggiatori) di Hirokazu Kore’eda, una sorta di Nanni Moretti giapponese, su una famiglia dedita a piccoli furti nei supermercati che accoglie in casa una bambina abbandonata per strada.

Ma anche noi non possiamo lamentarci: che fosse una serata in cui l’Italia sarebbe stata protagonista, si era già capito sempre sulla magica scalinata rossa, solcata dal cast di Lazzaro Felice e Dogman: il primo si è aggiudicato dalle mani di Chiara Mastroianni la migliore sceneggiatura andata ad Alice Rohrwacher, ex aequo con Three Faces di Jafar Panahi.
“Grazie a questa incredibile giuria, alla sua incredibile presidentessa e al festival che mi ha invitato di nuovo – ha dichiarato emozionata la regista fiesolana – e grazie ai produttori, a tutti quelli che hanno reso possibile questo film e questa sceneggiatura bislacca. Grazie per averla presa seriamente come i bambini prendono seriamente i giochi”.

Momento choc l’apparizione di Asia Argento per la consegna del premio alla migliore attrice andato a Samal Esljamova, l’attrice kirghisa del kazako Ayka: “Nel 1997 sono stata violentata da Harvey Weinstein, qui a Cannes. Avevo ventuno anni, questo festival era il suo terreno di caccia. Voglio fare la previsione che non sia mai più benvenuto qui. Anche stasera, seduti in mezzo a voi, ci sono quelli che devono ancora essere ritenuti responsabili della loro condotta contro le donne. Voi sapete chi siete, ma soprattutto noi sappiamo chi siete e non vi permetteremo di farla franca più a lungo”.
L’onda lunga del #metoo si fa ancora sentire.

Altri due premi sono andati alla rivelazione queer di quest’edizione, il dramma gender belga Girl che si era già aggiudicato la Queer Palm e il premio per il migliore attore nella sezione Un Certain Regard.
L’opera prima di Lukas Dhont sulla ballerina sedicenne Lara ingabbiata nel corpo maschile di Victor si aggiudica la prestigiosa Caméra d’Or destinata agli esordienti e il Fipresci della critica internazionale.
Il regista sul palco ha dedicato alla vera ragazza che ha ispirato il protagonista, definita “un’eroina” e l’acclamato interprete Victor Polster, al suo fianco, ha accettato la Caméra d’Or definendola entusiasta “un premio senza genere che ci fa molto piacere”.
Girl è stato acquistato per l’Italia dall’illuminata Teodora Film.

Bravissimi i protagonisti: Pierre Delandonchamps è dolce e vibrante nel ruolo dello scrittore Jacques Tondelli malato di Aids che convive col figlio ma s’innamora dello studente bretone Arthur, interpretato da Vincent Lacoste malinconicamente perfetto mentre Bruno Podalydès è ormai una garanzia da grande veterano del cinema francese. Ma c’è un quarto protagonista che è la città di Parigi, amata, solcata e desiderata per tutto il film, vera culla protettiva, la ‘graziosa piccola casa’ come direbbe Bruno Ganz/Verge nel film che resterà di quest’edizione, la sconvolgente magnificenza horror The House That Jack Built di Lars Von Trier in cui si vede la più bella immagine queer di quest’edizione che potete ammirare qui sotto: è finito il sogno di Cannes ma se l’Inferno fosse popolato da codeste creature, vorremmo forse tornare al Purgatorio quotidiano?

