
L’accusa ovviamente è quella storica, che tutti noi ben conosciamo: la battaglia per i diritti civili delle persone LGBT toglie tempo prezioso alla ben più importante lotta di classe contro il sistema capitalistico (che poi è pure quello che, sotto sotto, pensano alcuni esponenti PD provenienti dalla scuola politica del PCI, come Tronti, Chiti e Livia Turco).
In soldoni, Fusaro sostiene che quella omosessuale non essendo una classe sociale omogenea non merita di essere sostenuta nelle sue battaglie per la piena uguaglianza dei suoi diritti, doveri e dignità davanti allo stato.
Ora, lungi da me imbarcarmi in una discussione sullo scontro fra la concezione dello stato liberale e quello socialista: potrei pure ribadire a chi sostiene che il gay precario non ha niente in comune col gay milionario che la discriminazione per orientamento sessuale è bellamente interclassista. Ma non lo farò. Anzi.
Io sostanzialmente, e stupirò chi mi conosce, voglio dire che in parte Fusaro ha ragione. Il “gay povero” poco o niente ha a che fare col “gay ricco” e che la battaglia per i diritti civili è anch’essa lotta di classe. Eccome se lo è.
Sì, perché il gay italiano ricco se ne frega se in Italia non esiste una legislazione che tuteli la sua coppia. Il gay italiano ricco se ne può fregare pure del fatto che i suoi figli non abbiano diritti riconosciuti. Così come quello senza figli può beatamente fregarsene se il suo legittimo desiderio di paternità viene sistematicamente frustrato e delegittimato da una legislazione omofoba.

Ecco perché anche la nostra è lotta di classe. Ecco perché i nostri non sono i capricci di ricchi omosessuali annoiati, come spesso tanto a destra quanto a sinistra ci sentiamo ripetere.
Lottare oggi contro assurdi e antistorici divieti, che colpiscono esclusivamente persone delle classi media e bassa e imposti dalle forze più reazionarie, è oggi più che mai lotta di classe.
Con buona pace dei marxisti-leninisti ortodossi che fanno fatica a prendere coscienza del mondo che li circonda.
