#CinemaSTop: amarsi in un Weekend, viaggio libero in due giovani cuori

Assai bello, profondo e malinconico. Da non perdere il dramma intimista di Andrew Haigh.

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4 min. di lettura
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Amarsi, semplicemente. Scoprire che il becco di una sera in un locale gay, sì, potrebbe essere quello giusto. Lo senti. Anche se proprio tu ti senti ‘la seconda scelta’, lui è in realtà il tuo secondo ‘carico’ della nottata e temi che sarà la classica one night stand, a casa tua. Una botta e via. Poi, in un intenso, profondo, memorabile weekend, di lunghe chiacchierate e un giro agli autoscontri scopri che potrebbe essere l’uomo della tua vita.

È un film assai bello, profondo, malinconico, Weekend di Andrew Haigh, uno dei nuovi talenti contemporanei inglesi insieme al premio Oscar Andrea Arnold (è una donna, regista del lucido Fish Tank con Michael Fassbender), anche lei bravissima nel trattare l’intimità dei suoi personaggi in quella fascia grigia sempre più diffusa fra proletariato e piccola borghesia inglese.
Quarantatreenne di Harrogate, nel North Yorkshire, Andrew Haigh ha esordito nel 2009 col dramma Greek Pete sulla prostituzione maschile ma è diventato celebre con l’intenso 45 Anni che ha portato quest’anno Charlotte Rampling agli Oscar. Ha anche diretto vari episodi del telefilm già cult Looking. Adesso sta lavorando a un biopic su Alexander McQueen, di cui abbiamo parlato su Gay.It tempo fa .

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Weekend ha già cinque anni, essendo del 2011, ma finalmente, grazie al traino di 45 Anni e all’illuminata Teodora Film di Vieri Razzini, arriva in sala: solo dieci copie, purtroppo (Bologna, Modena, Parma, Reggio Emilia, Genova, Milano, Trieste, Venezia, Roma e Torino) per cui il passaparola sarà fondamentale per garantirgli la lunga vita che merita.
Si è messa pure la CEI, con un ridicolo anatema che parla di “film sconsigliabile, non utilizzabile, scabroso”, immaginiamo per un po’ di crack – eppure nel film si dice: “Lo dico sempre che è colpa della droga! – e due scene di sesso in cui non si vede praticamente nulla oppure frasi ironiche del genere “Profumo di cazzo e culo” o “Ti stupro per bene”.
“Di fronte a una vetusta e omofoba categorizzazione come questa – ha replicato Cesare Petrillo di Teodora – nessuno mi toglie dalla testa che non avrebbero usato le stesse parole se la coppia fosse stata eterosessuale. Questi giudizi dimostrano l’orrore provato per il corpo maschile e verso l’omosessualità da parte di una Chiesa Cattolica ferma a secoli fa. […] Affermo serenamente che la CEI ci fa schifo”.
Peccato, perché l’ostracismo della CEI impedirà all’ottimo Weekend di arrivare nelle molte sale gestite dalla Chiesa.

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Dovete andare a vederlo: Weekend è pieno di calore umano e Andrew Haigh è uno dei migliori dialoghisti sulla piazza. La scelta di lavorare su un copione con libertà di improvvisazione ha dato un risultato di massima naturalezza e autentica spontaneità che fa subito dimenticare allo spettatore che c’è una macchina da presa davanti ai bravi Tom Cullen (attore gallese etero, già visto in Downton Abbey) e Chris New (sposato col grafico David Watson, ha recitato a teatro Bent con Alan Cumming). Sono loro Russell e Glen: Russell è un bagnino passato in affido a varie famiglie, introverso e non dichiarato sul posto di lavoro, mentre il creativo Glen è un artista estroverso e liberamente gay, pronto a lasciare Londra per due anni alla volta di Portland, negli States, alla fine del weekend. È proprio un viaggio dell’anima il cuore di questo sensibile breve incontro, vibrante passo a due di altrettante solitudini tra amore pronto a sbocciare e istinti pulsionali (colpo di genio della sceneggiatura è riassumere il primo incontro, che non si vede mai, nelle parole dettate a un registratore per un progetto artistico di Glen, cosicché due ascelle odorose diventano inaspettatamente sexy).

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Ma oltre alla dimensione intima di chi è rimasto bruciato da una relazione precedente e preferisce la facile promiscuità, come Glen, c’è una profonda riflessione sulla difficoltà d’interazione sociale col mondo etero, (“vergogna o imbarazzo?”) la piaga dell’omofobia e il rischio di isolamento sempre maggiore dovuto anche alle app di incontri come Grindr (la discussione col ragazzo al pub, forse omofobo, che si lamenta per il volume della voce di Glen, è esemplare).

“Non amo gli addii”, dice Glen: eppure il finale da lacrimoni è uno dei più belli, emozionanti e magicamente coinvolgenti che il cinema gay ci abbia regalato negli ultimi tempi.

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Eagro Scio 15.3.16 - 0:06

molto bello. L'ho visto già tre volte e mi piace ogni volta di più

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