
Col tempo tenterò di parlarvi di tutti questi aspetti, dalla decisione di fare il grande passo al desiderio di raccontare a tutti di essere gay. Vi parlerò della mia esperienza personale, sia degli episodi divertenti sia di quelli spiacevoli, vi dirò a chi l’ho detto, come l’ho detto loro e come ciascuno di loro l’ha presa. E se vi va potrete contattarmi e raccontarmi le vostre esperienze per condividere pensieri, opinioni e, perché no, anche delle dritte.
Oggi vorrei inaugurare questa nuovissima rubrica riflettendo con voi sul problema, come avrete potuto intuire dal titolo, della necessità o meno di fare questo passo. Di solito siamo abituati a credere che il coming out sia inevitabile, una sorta di rituale da cui non si sfugge, addirittura una tappa obbligata nel percorso di accettazione.

Il coming out è sì utile ma non crediate che sia la magica soluzione a ogni problema. Essere gay è un dato di fatto e “confessarlo” dovrebbe essere, credo, nient’altro se non un modo per confermare la sicurezza che voi avete acquisito. Il coming out insomma non porta all’accettazione, è l’accettazione che porta al coming out.
Io stavo bene quando nessuno sapeva di me e starò bene con me stesso sempre, indipendentemente dagli amici e dalla famiglia che potranno accettarmi come no. L’egoistico e incondizionato amore per se stessi è meglio della psicoanalisi e va oltre la sincerità verso gli altri. Se non ve la sentite, se credete che i vostri genitori non lo accetteranno mai, se temete di essere bullizzati non sentitevi costretti a fare coming out. Questo passo non deve provocarvi dei dolori ma dovrebbe al contrario rendervi felici. Il vero coming out non è dire “Sono gay” ma dire “No aspetta, cosa dovevo dire?”.

Riguardo al coming out con gli amici … beh, questo è un altro discorso e avrò modo in futuro di parlarne. Per ora il mio consiglio è questo: fate coming out se potete permettervelo e soprattutto solo nel caso in cui voi ve lo sentiate!
