CONIGLIOVIOLA, I CORSARI DELLA VIDEOARTE QUEER

L'eclettico duo artistico dei ConiglioViola, ossia i torinesi Fabrice Coniglio e Andrea Raviola, si racconta tra incursioni corsare alla Biennale e multimedialità filogay, dalla Bertè a Renato Zero.

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Difficile classificare e incasellare il duo torinese emergente dei ConiglioViola – crasi dei cognomi di Fabrice Coniglio e Andrea Raviola – brillante coppia di artisti multimediali che si cimentano con successo negli ambiti più diversi, dai videoclip d’autore (Strade di fuoco della Bertè è una loro creatura) alle performances teatrali, dalle arti grafiche alle provocazioni situazioniste quali la recente incursione ‘corsara’ alla Biennale di Venezia. Balzati all’onore della cronaca grazie al progetto Recuperate le vostre radici quadrate in cui rispolveravano in chiave technopop alcune icone soprattutto gay degli anni ’80, i ConiglioViola ci spiegano la loro filosofia sullo scavalcamento dei generi e l’evoluzione dei nuovi progetti multimediali.  

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Raccontatemi di questo attacco pirata che avete fatto alla Biennale di Venezia il 7 giugno, con tanto di barca che è approdata ai Giardini e l’esplosione di 52 cannonate…
Fabrice Coniglio – Cinquantadue perché era la 52esima edizione della Biennale di Venezia e quindi le abbiamo reso omaggio a nostro modo. Abbiamo attraversato a bordo di questo coniglio alato il canale della Giudecca, volevamo percorrere il canal Grande ma ci è stato impedito. Siamo arrivati dopo un’ora circa di navigazione ai Giardini, una delle due sedi principali della Biennale di Venezia dove abbiamo esploso i 52 colpi mentre i carabinieri cercavano di fermarci. Poi siamo scesi, abbiamo issato la bandiera con il nostro logo, il Coniglio Vitruviano, nel posto normalmente occupato dalle Bandiere delle Nazioni. Ci siamo impossessati della Biennale. Parafrasando Julio Iglesias, "siamo pirati e siamo signori!".

Che significato ha avuto per voi quest’incursione?
È stata letta anche come un gesto di protesta al sistema ma in realtà è semplicemente una conquista. I pirati, in realtà, vogliono appropriarsi di uno spazio, non distruggerlo. Se c’è della protesta è contro un sistema che ha un occhio bendato e rende tutto difficile e faticoso, più che negli altri paesi, soprattutto per i giovani artisti.

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Nel vostro eclettismo, che senso ha la contaminazione dei generi che voi dichiarate di ‘violentare’?
È tutto così sovraffollato di immagini, artisti, curatori, fiere che un po’ di distruzione e violenza è solo un atto creativo. All’inizio del nostro lavoro facevamo fatica a comunicare quello che eravamo per il nostro eclettismo. Il progetto ‘Recuperate le vostre radici quadrate’ da qualcuno viene letto a volte come un’operazione esclusivamente pop, invece lavoriamo su tutt’altro. L’arte contemporanea vive soprattutto sulle élites e non sul grande pubblico, noi invece vogliamo arrivare a produrre una visione universale attraverso i nostri mezzi, interpretare qualcosa di collettivo.

E il  ‘Kill Lola Project’ che cosa riguarda?
È partito dal video ‘Strade di fuoco’ per Loredana Bertè che è uscito insieme al cd singolo. Sulla scia di questo video abbiamo realizzato un’installazione, l’ash trail: un enorme posacenere da passeggio che si trascina con un guinzaglio. Con lei, per ora, non abbiamo altri progetti in ballo.

Che esperienza è stata collaborare con la Bertè?
Folle e elettrizzante. La cosa più divertente sono i messaggi che Loredana lasciava sulla nostra segreteria telefonica. Sapendo che siamo nottambuli e soliti svegliarci molto tardi si divertiva a lasciarci simpatiche minacce in segreteria! Con lei è nata una complicità immediata.

Che cosa c’è di queer nella vostra produzione artistica?
È qualcosa di implicito, sarebbe troppo scontato strizzare l’occhio al pubblico gay. Anche in spettacoli come ‘Recuperare le vostre radici quadrate’, non abbiamo voluto ricorrere a nessun clichè. La nostra arte è principalmente pop, siamo delle popstar mancate! Non a caso comunque abbiamo rivisitato quasi tutte icone gay.
Dedicando un progetto a canzoni italiane degli anni ’80, volevamo evidenziare quanto la forza di quel periodo fosse nella capacità di esprimere con l’immagine visiva un identità forte e riconoscibile.

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Ci sono altre icone gay che vorreste coinvolgere nel vostro lavoro?
Ci piacerebbe molto Milva, un personaggio affascinante. In realtà l’abbiamo già conosciuta, ha apprezzato molto un nostro lavoro: abbiamo elaborato la sua ‘Alexander Platz’. Ma è un territorio già esplorato, per esempio da Vezzoli. Avremmo voluto lavorare con Mimì e Giuni Russo.

L’intervista integrale ai Coniglio Viola

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