CRISI DOPO IL COMING OUT

"Mi sono dichiarato con mia madre, con amici, e col ragazzo che amo. La reazione è stata buona, ma ora loro sembrano lontani". L'esperto: "Dirlo non significa risolvere tutto"

CRISI DOPO IL COMING OUT - leo11 4 4 2 - Gay.it
5 min. di lettura

Sono un ragazzo di 21 anni e, nonostante mi senta uomo, da quando avevo 11 anni mi sono reso conto di essere attratto solo dai maschi, di essere omosessuale, anche se ogni giorno di più, ripensando ai primi anni della mia vita, mi sembra di esserci “nato”.
Solo un anno fa, ho avuto il coraggio di parlarne con la mia migliore amica. E naturalmente è stato fantastico. Poi, grazie alla forza regalatami da un viaggio all’estero di sei mesi, dal quale sono tornato a fine gennaio, in questo ultimo mese e mezzo sono riuscito a parlarne prima con i miei amici più cari, poi con mia madre ed infine con l’unica persona che io abbia mai amato in tutta la mia vita.
Ora i problemi sono vari. E credo comuni a molti come me.
Innanzi tutto non riesco ad essere sereno a causa della situazione in famiglia. Credevo che una volta trovata la forza per dirlo si sarebbe risolto tutto. Invece non è stato così.
La reazione di mia madre è stata degna di qualsiasi mamma che ama suo figlio, ma non posso dire che l’abbia accettato. E’ convinta del fatto che la mia sia stata una scelta presa proprio in quegli anni della vita in cui ancora non si ha una nozione ben chiara dell’essere uomo o donna, e crede che io possa “cambiare” la mia “scelta”. Inoltre crede che io abbia preso la strada per me più semplice, perché in tal modo starei scappando dai ben più complessi rapporti fra uomo e donna, e che tutto ciò potrebbe essere stato generato anche da varie delusioni o rapporti difficili con le donne già dai tempi dell’infanzia.
Naturalmente sentire distruggere e insultare da mia madre ciò che con tanta fatica avevo accettato mi ha ferito molto.
Ora la situazione è statica: lei non tocca l’argomento, io conservo uno stupido risentimento, mio padre non sa nulla e mia madre mi fa pressione perché io glielo dica. Ma non ce la faccio. Soprattutto perché mi sembra che, nonostante mi ami più di ogni altra cosa al mondo, proprio non mi abbia mai capito, forse per i miei silenzi, forse per la sua testa fra le nuvole.
Come ho già detto, ho trovato anche il coraggio di dichiarare la mia omosessualità ad uno dei miei più grandi amici, ma soprattutto ho avuto la forza per confidargli che lui è stato l’unica persona di cui mi sia innamorato nella mia vita. Lui si è dimostrato come sempre un grande amico, forse il più grande. Mi ha abbracciato, mi ha fatto tante domande. Poi mi ha detto che comunque avrebbe avuto bisogno di tempo.
Questo accadeva tre settimane fa, poi lui è tornato nella sua città (viviamo in due città diverse) e non ci siamo più sentiti, a parte attraverso una mail che mi ha inviato la scorsa settimana in cui non faceva riferimento a nulla.
Quello che provo per lui è qualcosa di più di un insieme di amore, fratellanza e amicizia, è inspiegabile, o forse è solo amore obbligato dalla realtà ad essere percepito da me con i limiti dell’amicizia.
I primi giorni sono stato molto male. Sia per ciò che sento per lui, sia per la terribile consapevolezza della mia impossibilità nell’aiutarlo nonostante sapessi che stava soffrendo.
Ora non soffro più come tre settimane fa, si sa, “tempus dolorem lenit”, ma i problemi rimangono: la mia famiglia e me stesso, in eterna ricerca di qualcuno di cui innamorarmi e che a sua volta possa amarmi.
Cosa posso fare per vivere più serenamente la mia realtà in famiglia e nel mondo? Ha senso quello che dice mia madre? Come posso incontrare qualcuno con cui creare qualcosa di serio ed importante?
Grazie per avermi ascoltato.
Elguapo

Salve elguapo,
leggendo la domanda ho riflettuto sul tuo percorso come gay, del fatto che sin da giovanissimo ti sei accettato lasciando trasparire quella consapevolezza sulla propria diversità che è sicuramente da lodare e, penso anche, possa infondere coraggio a coloro che ti leggeranno.
Direi anche, per l’esperienza sia personale sia professionale che ho avuto, che la tua storia possa essere un po’ un canovaccio, un modello, direi classico, allo stesso tempo ricco di una calda franchezza. Certamente le cose sarebbero potute andare diversamente.
Un dato, in ogni modo, che riscontro dalla prima parte del tuo racconto è che non sei sereno.
Fare coming out non significa che si risolva tutto, una volta detto! Sicuramente si avviano in maniera autentica e sincera alcune importanti questioni del tuo sé che non avrebbero modo di essere elaborate ed espresse pienamente se tu avessi adottato strategie di nascondimento e di evitamento, la pena, in questi casi è che si sarebbero ridotte la tua autostima e la tua forza vitale.
Le mamme!!!!!! Ce ne sono di tutti i tipi, da quelle coi paraocchi, a quelle completamente cieche, da quelle che guardano ma non vedono, da quelle che sanno ma preferiscono tacere, da quelle che pur sapendo si reinventano la cosa a modo loro, quelle speranzose, quelle che si ammalano di colpe, quelle giulive che ridono della cosa come se non le appartenesse, quelle intelligenti che accettano ma non empatizzano e glissano qualsiasi discorso, quelle ex sessatottine che ti imbastiscono discorsi sull’idraulica genitale, quelle ossessive maniache dell’odine che ti fanno il resoconto dettagliato delle malattie sessualmente trasmesse a cui vai incontro. Quelle, infine, che dicono di aver capito, ma poi si comportano in modo ambiguo. Quale sarà mai la mamma giusta? Forse quella che nel rispetto, e nella sua eventuale sofferenza, si incammina in un suo percorso di accettazione e comprensione profonda della diversità del proprio figlio… dandolgi la forza di poter essere così com’è affinché questi possa sentirsi fiero e sereno, convinto che la diversità è una richezza e uno stimolo speciale e che non tutti possono permettersi. Ma so come questo sia spesso difficile e complesso, dati i vari pregiudizi e stereotipi culturali che s’incontrano ancora oggi – le mamme dell’Agedo (rubrica che trovi qui su gay.it) potrebbero raccontertelo.
Poi parli dell’amico, non l’amante però… come vorresti, e questa è un’altra situazione tipica, che fa poi pensare e compredere che, anche se a volte è invitabile, sarebbe meglio però non innamorarsene, ma se proprio deve succedere che sia perlomeno un innamoramento breve; in fondo chi di noi non si è vaccinato nell’essersi, almeno una volta, innamorato dell’amico del cuore? Più dura e faticosa è sicramente l’esperienza di coloro che per anni perpetuano l’illusione che possa avvenire….. il miracolo di essere corrisposti! Ma, affari loro.
La eterna ricerca di cui parli mi dice molto…. Ma rimane di fatto, quando si è single per vari motivi, che l’unica cosa possibile da farsi è: rimboccarsi le maniche!
Siamo dei ricercatori a tempo pieno e senza stipendio (sembra la situazione della ricerca scientifica in Italia che porta spesso le “menti” a lavorare all’estero) quanti gay conosciamo che sono emgirati in altri paesi in cerca di… impegno, soddisfazione e gratificazioni?
Aimhé, cosa non si fa per vivere appieno la propria realtà e, cosa non ci s’inventa per soddisfare la nostra vita e professionale e affettiva. E’ questo il fascino della vita? Credo di sì. E’ la libertà di decidere per noi stessi, del nostro futuro sulla base delle nostre risorse, potenzialità e dei nostri limiti.
Trova il senso dentro di te, nel percorso professionale che hai scelto, negli affetti che cercherai di costruire e sul futuro che giorno dopo giorno si avvicina, non diventare mai disincantato e ipocrita, rimani fresco, autentico, sincero e sognatore come in questa tua lettera fai trasparire e, infine, coltiva la tua grande voglia di vivere autenticamente per come sei!
Un augurio di felicità,
Maurizio Palomba
Psicologo-Psicoterapeuta-GayCounselor, Roma

di Maurizio Palomba

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