Sin da piccola, DADA’ (all’anagrafe Gaia Eleonora Cipollaro) è sempre stata affascinata dalla smorfia napoletana. Quel “dizionario” dove ogni numero pescato dal paniere, porta con sé un simbolo diverso e puoi giocartelo al Lotto. Ma da grande si è accorta che quelle iconografie tanto amate, avevano anche un’impronta più macista di quanto ricordasse. A partire dalle donne: ipersessualizzate e stereotipate a tal punto di toccare la caricatura.
Il suo nuovo singolo ‘Smorfiosa’ risponde a questo, e molto altro: non solo una canzone, ma un progetto audiovisivo multidisciplinare che attraverso musica e arte visiva rimescola le famose carte in 12 scatti che onorano e ribaltano la tradizione, donandole un nuovo sguardo. Da quella ‘povera guagliona’ della Madonna (‘A MADONNA), ritrovatasi incinta dello Spirito Santo ‘senza un attimo di privacy, piacere e desiderio’, alla femmina nuda (‘A FEMMINA ANNUDA) imballata in un piumone con un solo capezzolo di fuori. Ma anche il diavolo (‘E DIAVULILLE) che ci insegna ad arrabbiarci e prendere posizione. La gatta (‘A JATTA) gigante di nome Carmela che sprigiona ‘intelligenza felina, femminea, individualista, e risolutrice di problemi’. Bocche che evocano immaginari infiniti, culi che determinano la nostra sorte, e un’Italia ‘icona glam dello stereotipo’ ma piena di ‘mostricciattolezze’ dentro lo stivale.
Un’ulteriore evoluzione per DADA’, che dopo aver partecipato ad X-Factor nel 2022 e rilasciato l’ep Mammarella lo scorso Giugno, integra nel propio universo la fotografia di Attilio Cusani (regista prediletto da Mahmood, tra gli altri), gli abiti di Daria D’Ambrosio, e le scenografie di Sara Ricciardi. Il risultato è un lavoro di squadra istintivo e liberatorio che sperimentando tra musica, design, fotografia e moda, onora la tradizione folcloristica napoletana e al tempo stesso la punzecchia amorevolmente. Per l’occasione, DADA’ ne ha chiacchierato con Gay.it, raccontandoci tutto quello che esce fuori dalla sua favolosa ‘capa.
Intervista con Dada’
La tua identità artistica arriva subito forte e chiara. È sempre stata così? Come senti di esserti evoluta negli anni?
Mi sento come quando ero piccola. L’arte è sempre stato l’unico campo in cui posso essere più me stessa. Mi diverte molto come vengono percepite le mie vulnerabilità nella vita di tutti i giorni, e lo switch che scatta nella creazione artistica – che sia attraverso la pittura o la musica. Questa trasformazione me l’hanno fatta notare le persone che mi circondano, tra amici o collaboratori di lavoro. Far combaciare quello che provo e sento nel mio lavoro è qualcosa che ho molto a cuore, e sono contenta se di poter liberare questa sicurezza. Un po’ come credo chiunque, sono riuscita a costruirla nel tempo.
Mi parli della collaborazione artistica tra te, Attilio Cusani, Daria d’Ambrosio, e Sara Ricciardi? Cosa vi ha connesso, oltre alle origini campane?
L’abbiamo scoperto solo dopo aver dato il via al progetto, ma il fatto che andassimo a ritrattare proprio la smorfia, e avessimo tuttə già le mani imbrattate di ‘napoletanità’, ci è sembrato un segno del destino. A me piace sporcarmi le mani: sono direttrice artistica di ogni cosa che faccio. Ma trovare altri artisti che hanno fiducia nella tua visione è raro. In questo sembravamo davvero bambini che giocavano insieme. È stato faticoso sul piano tecnico, ma anche divertente perché ognunə di noi ha una personalità abbastanza forte e tanta voglia di creare. Sono persone che amano creare arte per amor dell’arte stessa, e non per forza con una strategia in mente o scopo particolare. Questo ha permesso che avvenisse tutto in modo molto fluido.
Perché hai scelto di rivisitare proprio la Smorfia Napoletana?
Essendo napoletana e parlando napoletano, molte persone hanno pensato che volessi farmi ‘portavoce’ di questa città. In realtà, è l’inverso: penso che Napoli non abbia bisogno di nessun testimone, e sa testimoniarsi bene da sola. Io ho scelto la Smorfia Napoletana perché mi interessavano le iconografie delle tabelle con cui giocavo a tombola sin da bambina, e nel team creativo avevamo tuttə voglia di rimescolare una quota femminile diversa. L’ho fatto inizialmente solo per divertirmi, ma poi ho notato che c’era anche una goccina di politica. Non inserendo un discorso troppo intellettuale o forzato, ma cercando di esprimere quello che vedo nel mio piccolo. Come quando al liceo ci chiesero di commentare la frase di Aristotele: ‘L’uomo è un animale politico’. Per me quella frase significa seguire quello che mi sembra più giusto per tuttə. ’Smorfiosa’ va automaticamente a sostegno anche di tante soggettività che riconoscono nel mio lavoro un supporto politico e identitario. Non è qualcosa che ho scelto di fare con coscienza, ma sono felice che crei un dialogo così ampio.
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A questo proposito, mi ha colpito molto come parli della figura della Madonna. Cosa significa per te rivisitare questo simbolo?
Da Carrosone a Troisi, noi napoletani abbiamo sempre amato un po’ far sentire scemo lo scemo, ma con il sorriso. In questo caso mi piaceva punzecchiare un po’ questa iconografia. Mi faceva sorridere l’idea che la Madonna magari se ne stava per cazzi suoi, e di punto in bianco le hanno detto: tra poco sarai incinta, ti presentiamo il padre Giuseppe. Oggi – anche tra molte mie colleghe, come ad esempio Levante (ndr. qui potete leggere la nostra intervista) – c’è finalmente la libertà di dire che la gravidanza non è così facile, e non dobbiamo viverla necessariamente con grazia. Ho pensato di estendere questo discorso anche alla Madonna, e darle una tridimensionalità un pochino più ampia che non fosse solo prendere il suo corpo e dirle ‘devi custodire il Messia’. Perché anche quell’immagine incasella una donna a priori, senza darle il potere di dichiararsi a livello identitario.
Del diavolo, invece, scrivi che ti fa pena e ti affascina quanto l’angelo, e che non ti sei mai arrabbiata in vita tua, ma da quando hai iniziato sta facendo un casino. Come stai imparando a gestire questa rabbia senza farti sopraffare da quel diavolo?
Il diavolo mi trasmette grande empatia: lo mandano negli Inferi, ma da mangiatrice di psicoanalisi, vorrei un po’ conoscere anche il suo lato della storia. Sarà che vado in analisi da nove anni, ma mi piace ricercarmi molto, mettere le mani dove nessuno le metterebbe con troppa facilità. Anche quando scrivevo canzoni da piccola, volevo toccare tasti che i miei coetanei non sentivano esigenza di toccare. Oggi ho imparato ad arrabbiarmi perché il mio corpo voleva arrabbiarsi. Come ci dimostra Inside Out, se trattengo le emozioni, loro vengono fuori da sé. Il corpo si testimonia in tantissimi modi, e dimentichiamo che siamo pur sempre degli animali – e lo dico nel senso più alto del termine perché considero gli animali esseri molto nobili. Oggi cerco di assecondare le emozioni, e provo a non farmi sopraffare. Ma non è facile: quando mi scaldo divento come un termosifone. Ma se ci riesco ve lo faccio sapere.
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Riflettevo che la creazione artistica non è poi così distante dalla formazione personale di ognunə di noi: che sia il tuo progetto musicale o esprimere la tua identità di genere o sessuale, c’è sempre il rischio che da fuori tu non venga capito o accettatə. Anche per te è così?
Spesso quando mi chiedono ‘come hai fatto a elaborare questo stile?’ mi accorgo che rispondere per me significa anche ammettere le mie vulnerabilità. Come quando da piccola non volevo cantare al karaoke le canzoni di Laura Pausini perché non avevo quell’estensione vocale. Però volevo cantare lo stesso, e così ho inventato un mio modo. Vale anche per l’abbigliamento: rispetto altre mie colleghe, io magari mi sento più a mio agio con un abito gigante. Credo che nel mio lavoro ci sia una modalità di espressione in più, che però, permette anche una possibilità di aggressione in più. L’ho notato anche quando ero a X-Factor e mi sono vista in video per la prima volta: scopri nuove angolazioni di te, che ti fanno confrontare con te stessa e il tuo corpo. Da quel momento ho scelto che qualunque cosa avrei fatto, avrebbe dovuto rendere contenta me, piuttosto che agli altri. Provo a far combaciare anche esteticamente quello che mi rappresenta, senza rimorsi. Credo che l’eros, inteso come forza creativa e sessuale, faccia parte a prescindere della nostra identità. Trasmette una voglia di palesarsi, esistere, e auto-definirci. Io mi ricordo di essere artista solo quando faccio interviste come questa, perché per il resto ho un’ammirazione totale anche per gli altri: ammiro come ogni artista si districa creativamente, e rispetta il proprio eros. Ma purtroppo è qualcosa che fa ancora scalpore: non lo dico con negatività, ma come società non riusciamo ancora ad accoglierlo senza giudizio. Ma continuo a provare tanta ammirazione per chi crea qualcosa. Perché penso che l’arte sia ovunque, anche nel quotidiano.

Il folclore si tramanda di generazione in generazione, e persiste oltre le epoche. Non è forse quello che cerca di fare anche la musica?
Sì, la canzone alla fine è una forma sistematizzata di qualcosa di verbale e folcloristico. Credo che l’esigenza dell’essere umano sia un po’ di ordinare le emozioni, di ritualizzarle, e creare un bacino in cui immettersi. Il folclore non è altro che una testimonianza viva e grottesca di tutto questo: ha degli aspetti anche molto imperfetti e brutti, ma che mi affascinano moltissimo. È il motivo per cui ci sono così legata. Penso che la musica, così come la pittura e altre forme d’arte, sia un nostro modo di ampliarne la visione.
Pensi che dopo ‘Smorfiosa’ in famiglia giocherete diversamente alla Smorfia Napoletana?
Forse ci saranno più rimandi e battute sul mio progetto. Ma credo ci approcceremo alla stessa maniera. Rimane un gioco del popolo, a cui sono sempre tanto affezionata. Nonostante ci siano persone che come me tentano di rompere gli schemi, la tradizione in qualche modo mi tranquillizza. Nella vita abbiamo bisogno anche di rituali, pur con la libertà di pensarla diversamente.
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