L’Italia approva il Ddl Sicurezza: i Pride sono a rischio?

Il decreto approvato oggi alla Camera introduce il fermo preventivo fino a 12 ore e multe fino a 10.000 euro per chi organizza cortei. Nessuna norma cita esplicitamente i Pride.

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palermo pride 2025, sabato 21 giugno
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Oggi, 24 aprile 2026, la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva il decreto sicurezza voluto dal governo Meloni: 162 voti favorevoli, 102 contrari. Il testo, 33 articoli in tutto, diventa legge dello Stato alla vigilia del 25 aprile, Festa della Liberazione. Una coincidenza che in molti hanno letto come uno schiaffo deliberato.

I Pride sono a rischio?

Sì, i Pride sono a rischio. Non perché il decreto sicurezza li citi esplicitamente, ma proprio perché non lo fa. Le nuove norme non colpiscono la comunità LGBTQ+ per nome: si limitano a restringere in modo drastico il diritto di chiunque a manifestare in strada, a organizzare un corteo, a radunarsi in spazio pubblico. E un Pride, dal punto di vista giuridico, è esattamente questo: una manifestazione pubblica. Le stesse regole, gli stessi poteri discrezionali delle forze dell’ordine, le stesse multe potenzialmente insostenibili si applicheranno al Pride come a qualsiasi altro corteo politico. La domanda non è se il decreto possa colpire i Pride. È se qualcuno avrà ancora voglia di organizzarli sapendo cosa rischia.

Il decreto, in estrema sintesi, inasprisce le pene per furti e rapine, introduce nuove regole sull’immigrazione, rafforza le tutele per le forze dell’ordine e, qui sta il problema, stringe in modo significativo le maglie intorno al diritto di manifestare.

I Pride si svolgeranno?

Chiariamo subito: ad ora nessun Pride 2026 verrà cancellato. Tutti i Pride fissati, sono stati autorizzati e verrano svolti. Sulla carta. Ma l’anno prossimo? Inoltre: non è questo il punto. La comunità LGBTIAQ+ non può accontentarsi del cortile ristretto, sempre più ristretto, nel quale il dissenso viene confinato e sempre più compresso. Con questa legge tutte le manifestazioni pubbliche, Pride incluso, subiscono un “contenimento” della possibilità di esercitare il dissenso.

Cosa cambia per chi organizza un corteo

Il punto più controverso riguarda le manifestazioni pubbliche. Da oggi, le forze dell’ordine possono fermare e trattenere in caserma fino a 12 ore chiunque venga ritenuto “potenzialmente pericolos*” per il regolare svolgimento di un evento. Saranno le forze dell’ordine a stabilire se qualcun* è pericolos*. Senza bisogno dell’autorizzazione di un giudice, e senza che quella persona abbia fatto nulla di concreto. Capito?

Non basta. Chi organizza un corteo senza rispettare tutte le prescrizioni della questura rischia multe fino a 10.000 euro, e può essere chiamato a pagare anche per i comportamenti degli altri partecipanti. Chi ha già subito una condanna per reati commessi durante una manifestazione può essere escluso da qualsiasi riunione pubblica per anni, con una misura che i giuristi hanno paragonato al confino.

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Perché i Pride sono a rischio

Come detto, il decreto non menziona i Pride. Non cita la comunità LGBTQ+. Ma non deve farlo. Un Pride è una manifestazione pubblica. Un corteo politico è una manifestazione pubblica. Le nuove norme si applicano a entrambi, senza distinzione. Chi decide se una persona è “potenzialmente pericolosa” abbastanza da essere fermata prima ancora che inizi il corteo? Le forze dell’ordine, in modo del tutto discrezionale. Chi valuta se l’organizzazione ha rispettato ogni prescrizione della questura? Sempre le stesse autorità, con margini di interpretazione molto ampi. E i giudici? Non vengono interpellati in questo passaggio che viene considerato “esecutivo” (il PM che grazie al No al referendum è ancora sotto il potere giudiziario, viene comunque interpellato, ma comunque DOPO il fermo, quando la manifestazione sarebbe già conclusa). Dunque il cittadino resta nelle mani del potere esecutivo senza che il potere giudiziario possa garantire il suo diritto a manifestare secondo costituzione.

Il rischio concreto è quello che gli esperti chiamano “chilling effect“: l’effetto gelo. Non servono divieti espliciti, basta che organizzare un Pride diventi abbastanza rischioso, abbastanza costoso, abbastanza incerto, perché qualcuno decida che non vale la pena farlo.

Perché si parla di autoritarismo

I Giuristi Democratici lo hanno definito un «grave attacco alla libertà di riunione». Amnesty International ha inserito il decreto in una lista di provvedimenti che puntano a scoraggiare la partecipazione alla vita pubblica. La Coalizione italiana libertà e diritti ha denunciato uno “spostamento dal diritto penale del fatto al diritto penale del sospetto“: non si punisce più quello che fai, ma quello che qualcuno pensa che potresti fare.

Il nodo costituzionale e la data

L’articolo 17 della Costituzione italiana garantisce il diritto di riunirsi liberamente. Il fermo preventivo, senza autorizzazione giudiziaria, senza che sia stato commesso alcun reato, è in contrasto diretto con quel principio, secondo numerosi costituzionalisti e magistrati. I senatori di Alleanza Verdi Sinistra hanno già annunciato un possibile ricorso alla Corte Costituzionale.
La legge entra in vigore alla vigilia del 25 aprile: il giorno in cui l’Italia celebra la fine del fascismo e la Liberazione. Prima di entrare in aula per il voto finale, le opposizioni hanno cantato Bella Ciao.

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