DISTRUTTO DA UNA VITA DI SOPRUSI

Un'infanzia passata a subire umiliazione dal fratello, nessun dialogo in famiglia. Poi, da tre anni, l'accettazione e il coming out. Ma un dubbio resta: sarò gay per puro masochismo?

DISTRUTTO DA UNA VITA DI SOPRUSI - leo26 9 4 - Gay.it
5 min. di lettura

Ciao Leo, ti prego aiutami.
Ho 21 anni e da tre mi sono accettato e sono visibile come gay per gli amici, mio padre e mio fratello. Da quando dissi al mio primo vero amico, incontrato all’università, di essere gay ho iniziato ad attraversare una fase di transizione di cui forse ora vedo la fine, ho imparato tanto su me stesso e sulla gente, sono insomma cresciuto, ma… odio mio fratello…! Provo a spiegarmi meglio.
Una volta imparate certe cose sul mio comportamento, sul mio modo di essere e di vivere, non sono sicuro più di essere un vero gay. Forse sarò solo un banale maniaco, uno che si fa troppe seghe mentali, o uno che ha subito troppe umiliazioni da non poter più viverne senza. Fatto è che di tutto questo do la colpa a mio fratello, e più in generale alla mia famiglia. In realtà la mia vita è stata un inferno dentro e fuori casa. Ho conosciuto solo sottomissione, umiliazione ed isolamento, soprattutto a scuola.
Non ho mai avuto rapporti sessuali…, fino a poco tempo fa non avevo in realtà rapporti di alcun genere, mi limitavo a respirare e andare avanti nella speranza che potesse servire a qualcosa. Sono stato un bimbo solo, non potevo parlarne con qualcuno, così per nascondere me stesso ho finito per cancellarmi e ridurmi a un’ombra.
Sono il minore di quattro figli in una famiglia del sud, rapporti tra familiari zero, dialogo con fratelli e sorelle zero, dialogo con genitori zero. Incolpo mio fratello di avermi fatto diventare insieme ad altri (che almeno erano estranei) una specie di masochista. Botte, insulti e umiliazioni mi hanno accompagnato dalla tenera età di 10 anni fino al diploma. Mio fratello (che divide la camera con me) non mi ha mai permesso di avere oggetti personali, giocattoli, foto, poster, in giro. Per i miei genitori io dovevo vivere nella stanza di un altro, ascoltare la musica che piaceva a lui, vestire i suoi abiti vecchi, ereditare la sua bicicletta… Io ero un bimbo sensibile, non ho mai protestato, e per loro era perfetto. Intanto cercavo di guadagnare affettivamente terreno, facendo lo schiavetto di mia madre e mia sorella, caso ha voluto che mi impegnassi esclusivamente in pulizie domestiche, e comunque invano…
So che gli psichiatri dicono che chi cresce con abusi e tutto il genere di cose da me patite può finire per provare piacere nell’annichilire la propria identità, ebbene, forse il fatto di finire sempre per mandare all’aria tutto ciò che ho di buono, il mio eterno pessimismo e la mia dannosissima ansia, dipendono da questo, forse il mio immaginarmi gay è solo un altro modo da me trovato per distruggermi, per fottermi il cervello. Mi riconosco comunque come una persona molto calda ed affettivamente sensibile, anche se tendenzialmente poco incline alla socialità (l’abitudine!). All’università ho incontrato persone (etero) con cui ho fatto amicizia, con cui ho cominciato a crescere e che mi hanno aiutato a trovare me stesso. Ricuperato me stesso, ora cerco di venirne a capo per cominciare finalmente a vivere tranquillo.
Ti prego Leo, dammi un tuo parere prima che impazzisca!
Grazie
Salvatore

La tua lettera, a tratti confusa, sembra voler comunicare, caro Salvatore, la tua sofferenza, la tua preoccupazione ed il senso di incertezza che devi provare quando immagini il tuo futuro. Ti chiedi in particolare quanto i disagi e le sofferenze subiti nel tuo passato possano condizionarti nel presente e, quindi, nel prosieguo del tuo percorso esistenziale. Ti domandi soprattutto se la tua condizione di gay, che pure dici di aver riconosciuto ed accettato (!), possa essere un esito delle umiliazioni patite nella famiglia di origine, specialmente nel rapporto con tuo fratello, e un aspetto, tra altri, della tua tendenza autodistruttiva e masochistica. Questo fa pensare intanto che nella tua testa alberghi una sorta di equazione: gay = masochista, gay = maniaco autodistruttivo, gay = soggetto sociale umiliato e ferito.
Se questo è vero, dovresti guardarti i tuoi problemi con l’omofobia introiettata. L’immagine dell’uomo gay isolato, infelice, depresso, non realizzato e immaturo è per fortuna in buona parte tramontata: molti uomini gay, soprattutto quelli delle nuove generazioni, vivono serenamente e con pienezza, non sono affatto più infantili degli altri esseri umani (al massimo lo sono quanto gli altri!), hanno successo, sono in grado di realizzare una piena integrazione sociale anche quando dichiarati e visibili.
La visibilità e il coming out non in tutti i casi coincidono con una piena accoglienza interiore della propria omosessualità. Nella tua lettera scrivi frasi rivelatrici di un conflitto non ancora risolto. Te le riporto: “Da tre anni mi sono accettato e sono visibile come gay per gli amici, mio padre e mio fratello…; ho imparato tanto su me stesso e sulla gente, sono insomma cresciuto, ma… odio mio fratello…; una volta imparate certe cose sul mio comportamento, sul mio modo di essere e di vivere, non sono sicuro più di essere un vero gay…; forse il mio immaginarmi gay è solo un altro modo da me trovato per distruggermi, per fottermi il cervello…, ricuperato me stesso, ora cerco di venirne a capo per cominciare finalmente a vivere tranquillo”. Come dovrebbe essere un “vero gay”? I gay sono infelici e insoddisfatti, si fottono il cervello, o no? Perché ti focalizzi così tanto sul tuo orientamento affettivo e sessuale nell’interrogarti sul tuo masochismo psicologico? Potrebbe essere un aspetto centrale della tua matrice di identità che investe la tua omosessualità come qualsiasi altro aspetto del tuo essere, il tuo poter essere cattolico piuttosto che buddista, la tua sensibilità, le tue risorse relazionali, la tua ideologia…! Non credi, infine, che se avessi davvero “ricuperato” te stesso saresti già venuto a capo della tua tranquillità?
Sei ancora legato a filo doppio con la tua famiglia di origine, con le figure genitoriali e con questo fratello che descrivi come sadico ed egoista. Per tutta la vita percorriamo un processo psicologico che inizia nell’infanzia. Esso dovrebbe aiutarci a tenere con noi solo il “buono” di quanto ci è stato dato dal contesto familiare di origine, a masticare e digerire quanto è risultato sgradevole e indesiderato, a identificare le nostre peculiarità, a poter dire per esempio: “In questo sono simile a mio padre, in quest’altra cosa sono assolutamente diverso da lui!”, a sviluppare un senso di sicurezza personale, ecc. Questo percorso identificativo si chiama processo di separazione ed individuazione. Passa invariabilmente per l’elaborazioni di sentimenti come la delusione (quale bambino non è stato deluso dai propri genitori!? quale amante non è stato deluso dal proprio amato!?), la rabbia, la tristezza, il dolore, l’angoscia. Tu ti fai ancora troppo vittima della tua famiglia, sembri provare abbattimento, rabbia, odio, depressione. Sono sentimenti rivelatori di quanto tuttora sia poderosa la ricerca di un riferimento rassicurante in questo passato che nondimeno senti essere stato così deleterio per te.
Prova a guardare a te stesso, a come sei tu, al calore e alla sensibilità che pure ti riconosci, a quanto di piccolo e bello potresti scoprire ogni giorno su di te, in te, nel tuo essere-con-gli-altri. Prova a scoprire, paradossalmente, gli aspetti interessanti ed utili del tuo atteggiamento masochista (nulla nella psiche è solo negativo e svantaggioso!). Chiediti quanto potrebbe metterti ansia e farti sentire sguarnito, “lasciare” tuo fratello, tuo padre, tua madre, accettarli per come sono, con tutte le loro miserie, chiediti quanto ansiogeno ed eccitante potrebbe essere camminare per il mondo con le tue gambe, respirare con il tuo naso, assaggiare con la tua bocca, leccare con la tua lingua, toccare con le tue mani, provare ad innamorarti di un ragazzo, aprirti all’erotismo! Chiediti quanto ti allarma il piacere e quanto potrebbero placarti invece la sofferenza, la rinuncia all’eccitazione e alla scoperta, l’umiliazione delle tue potenzialità.
Riporto di seguito come augurio una poesia di Fernando Pessoa che riprende con intensità questi temi.

Altrove
Andiamo via, creatura mia,
via verso l’Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.
La luna che splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell’immortalità.
Lì si incominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.
Il tempo lì è un momento d’allegria,
la vita una sete soddisfatta,
l’amore come quello di un bacio
quando quel bacio è il primo.
Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia,
ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,
non di rematori, ma di sfrenate fantasie.
Oh, andiamo a cercare l’Altrove!

(da Pessoa F., Il violinista pazzo, Mondatori, Milano, 1995)

Prova a trovare il tuo altrove, se senti che ciò può essere di valore centrale per la tua esistenza, o fatti aiutare a trovarlo.
Giuseppe Iaculo

di Giuseppe Iaculo

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