Non offendere, il nuovo romanzo di Erica Donzella, pubblicato da Kalós, è attraversato da molte ferite: nella Catania di fine anni Settanta, in via delle Sante, a Rita non resta che aggrapparsi al ricordo di Barbara, il suo primo amore, il suo primo livido. La sua vita è ridotta a una quotidianità striminziata e oscura: la casa in cui è cresciuta rischia di venirle portata via, il dolore per la morte della madre è ancora insopportabile e il padre, un patriarca scorbutico e aggressivo, non la vede e non la rispetta. Romanzo famigliare, dramma da camera, ghost story, romanzo sociale e tragedia dell’amore ostacolo, Non offendere guarda alla grande tradizione letteraria mondiale per raccontare una storia di omofobia tutta italiana.
Abbiamo intervistato Erica Donzella, che lo ha scritto.
Erica Donzella, Non offendere è, insieme, tante cose. Cos’è per te questo romanzo? Com’è nato?
Non offendere nasce da una riflessione intima e solitaria sui sistemi amorosi che intersecano le nostre vite. Mi sono chiesta cosa raccontiamo della nostra profondità e come interagiamo con le varie “offese” che subiamo o che a nostra volta infliggiamo a chi ci sta intorno. Poi è venuta in mio soccorso la figura di una donna che ha subito un martirio e di come l’amore per l’ultraterreno l’abbia condannata alla morte: la figura di Agata, donna e santa, è entrata di prepotenza nel mio immaginario con tutta la sua forza iconografica e storica. Si sono intrecciati più livelli narrativi: l’esigenza personale di parlare d’amore, di raccontare un periodo sociale e storico, e quello di giocare con la narrazione come se fosse ancora un rito da tramandare.
In questo romanzo tutto è fragile: c’è il corpo offeso di un uomo, c’è la memoria offesa della donna che narra, c’è una casa minacciata, un amore ostacolato, un maschile ferito e un femminile, invece, aggredito. Perché un romanzo sull’offesa?
Perché mi interessa indagare il dolore attraverso la letteratura, che forse rimane lo strumento più potente e complesso che abbiamo a disposizione per cercare le domande giuste a risposte incomplete.
Noli offendere è un espressione che, come hai detto, ci riporta alla storia di Sant’Agata, non solo nume tutelare del romanzo, ma a suo modo protagonista. Che rapporto hai con questa figura e, in generale, come scrittrice, con il sacro e con le Scritture, dunque?
Il mio è un approccio assolutamente “pagano” con la spiritualità, e per pagano intendo molto viscerale e diretto, oserei dire “terreno”. Ho riscoperto solo negli ultimi anni alcuni aspetti della mia spiritualità che avevo completamente censurato negli primi anni di vita adulta. Sant’Agata è per me un’eroina moderna e queer, per tutta la sua vicenda umana e per il sacrificio che ci racconta la sua storia. Un’icona di resistenza e lotta e nel mio immaginario
ha la stessa valenza di un’Antigone – se volessi fare un parallelo con la drammaturgia greca. Tutta la scrittura è sacra se si considera che incidere le parole su un supporto serve a non disperdere la memoria di un canto antico, o di una preghiera.

Alcuni capitoli sono narrati da una voce femminile, una voce che dimora nell’altrove. Altri, invece, sono narrati dalla voce di Calogero, il patriarca, l’archetipo di un certo maschile aggressivo e manipolatorio. Cosa hai scoperto degli uomini affidando questa storia a lui?
Ho intravisto forse una criticità sistemica nel loro modo di arrendersi allo stato delle cose. Una subordinazione antica al patriarcato e una difficoltà a trovare gli strumenti per uscire da questa morsa violenta e strutturata.
L’ingiustizia pervade ogni cosa in questo romanzo, ogni relazione è asimmetrica, sembra non esserci alcuna possibilità di redenzione né, soprattutto, di felicità. È ingiustizia di classe, ingiustizia di genere, ingiustizia omofoba e misogina: cosa volevi raccontare di questo mondo ingiusto?
La possibilità del perdono. Forse in mezzo a tutta la violenza a cui siamo sottopost* l’unica vera rivoluzione è tornare a un’interiorità in cui ci si fermi a ragionare sull’idea di una rivoluzione e una resistenza dei sentimenti.
Non ti ho ancora chiesto una cosa importante: Non offendere soprattutto una storia queer, una storia lesbica ostacolata, mai davvero vissuta. Perché hai ambientato la storia negli anni Settanta? Se l’avessi ambientata nella Sicilia contemporanea le cose sarebbero diverse?
Certamente, e per fortuna molte cose sono cambiate, ma l’omolesbobitransfobia è ancora – purtroppo – un grande ostacolo a una piena libertà per chi appartiene alla comunità queer. Molti assetti sociali e contesti – gli insulti per strada, le discriminazioni in ambito familiare e lavorativo – rimangono ancora avviluppati in un clima di terrore difficile da epurare. Riconoscere queste criticità è servito da grande leva per scrivere questo romanzo.
Non hai avuto paura di perpetrare ancora una volta l’immaginario della queerness disperata, della tragicità senza speranza dell’essere queer?
Io credo che non si parli mai abbastanza di questa tragicità nella nostra letteratura contemporanea: non avrei potuto scrivere – di contro – una storia meno tragica conoscendo davvero poche storie felici e risolte da questo punto di vista. E di base non so scrivere storie felici.
A quali scrittrici guardi tu?
Virginia Woolf e Goliarda Sapienza.

