Donald Trump ha detto che la prenderà, costi quel costi. Non esclude la forza, non evita di minacciare la Danimarca, paese UE e NATO, né smette di considerare l’idea di comprarla. Anzi, secondo Reuters, agenzia di stampa britannica, il Presidente degli Stati Uniti sarebbe pronto a offrire 100.000 dollari a ogni groenlandese per convincerlo a diventare americano, qualsiasi cosa voglia dire. Non è la prima volta, però, che la Groenlandia catalizza gli sguardi delle grandi potenze globali: sotto il permafrost, nei crepacci, si nascondono terre rare, risorse petrolifere e materie prime critiche, vale a dire gruppi di metalli utili alla produzione di microchip, che fanno gola al tycoon, certo, ma anche alla Russia, alla Cina e alla Danimarca stessa, di cui la Groenlandia fa ufficialmente parte dal 1953, dopo esserne stata colonia per oltre due secoli.
È la più grande isola del mondo, la Groenlandia, grande sette volte l’Italia; un’enorme calotta di ghiaccio e di roccia al largo dell’Artico, eppure è uno dei luoghi meno densamente popolati. Gli abitanti sono circa 57.000, un terzo di quelli di Ravenna, giusto per rendere l’idea. 18.000 di questi, tra l’altro, sono concentrati nella capitale, Nuuk. Il 90% di loro si identifica come inuit, popolazione indigena e autoctona discendente dai Thule. È facile sentirsi isolati quando si vive in Groenlandia, facile pensare di abitare al margine del mondo, in fondo all’orizzonte immaginabile del globo. Allora, cosa significa essere minoranza nella minoranza, bordo del bordo? Cosa vuol dire sapere di vivere ai margini della periferia mondiale? Essere queer in Groenlandia, per esempio, cosa comporta, cosa significa?

Nei suoi romanzi, la scrittrice groenlandese Niviaq Korneliussen apre uno squarcio sul tema e racconta per la prima volta nella storia letteraria del suo paese cosa significa essere giovani queer e abitare dove abita lei, vivere sulla più grande isola del mondo, nel mezzo dell’Artico. È doveroso un passo indietro, ora, però. Torniamo a lei, Niviaq Korneliussen: è la più influente autrice groenlandese contemporanea, vincitrice del Premio del Consiglio Nordico, il più alto riconoscimento culturale del Nord Europa e «stella inattesa della letteratura mondiale» – per dirla con il New Yorker – che con il suo romanzo d’esordio, Una notte a Nuuk, pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione di Francesca Turri, ha completamente rivoluzionato la percezione della cultura groenlandese nel mondo. La scena letteraria della Groenlandia, come si immagina, è minuscola: le case editrici sono giusto un paio, tutte molto piccole, e l’ultima libreria, la storica Atuagkat Boghandel, ha chiuso un anno fa. Per essere considerato un bestseller un libro in Groenlandia deve vendere appena 300 copie. Ecco, Korneliussen, a ventidue anni, nel 2014, al debutto ne ha vendute oltre 5.000. Il romanzo è, così, stato tradotto in danese e poi in altre dieci lingue.

Prima di lei, nessuno, nessuna donna specialmente, nessuna giovane donna, aveva raggiunto numeri di questo tipo. La tradizione letteraria nazionale era sorretta dalle voci di vecchi uomini impegnati a raccontare le proprie vite, tra una battuta di caccia alla foca e un inseguimento alle balene. Korneliussen sposta il suo sguardo, lo trascina sulla superficie delle piccole cose, negli appartamenti, nei bagni fetidi di una discoteca, tra le lenzuola madide di una coppia che si sta separando. È più scaborsa, la sua Groenlandia, più spiculata, eppure più minuta, più approcciabile in qualche modo. Korneliussen descrive la vita come nessun altra, la vita come tante, la notte anzi, tutta la vita in una notte, di un gruppo di giovani ragazzi queer agli albori dei vent’anni. Tra questə, Fia che, dopo anni al fianco di Peter, sente mancare il respiro e finisce con l’assomigliare a un guscio vuoto: non prova slanci né desiderio. Sarà l’incontro con Sara a farla sentire di nuovo viva, ma Sara, a sua volta, è legata a Ivik, che non riesce però nemmeno a farsi sfiorare, disdegnando – senza saperlo – quel corpo di donna che gli è stato consegnato alla nascita. Poi c’è Inuk, che è fuggito in Danimarca alla ricerca di un identità, di un posto da chiamare casa, eppure si sente più arrabbiato di prima, più smarrito, perso di fronte alla scoperta di chi è davvero.
Quella che viene descritta in Una notte a Nuuk è una giovinezza sbattuta, una generazione lunare, insonne e frenetica, che cerca il fiato nel fondo di un bicchiere e che prova a scrollarsi di dosso la rabbia come un cane con la zecca. Ma quella rabbia non passa, quella rabbia è fondativa. È la rabbia dei vent’anni, dell’orgoglio queer, ma più di tutto è il livore e lo stordimento post-coloniale, quel senso antico e incomprensibile di sradicamento, che porta a chiedersi: qual è casa mia? dov’è? cos’è una casa? Le soggettività queer a cui Korneliussen dà voce non sembrano però tanto in collisione con la società a causa della loro identità sessuale; il conflitto ha un’origine differente, è radicato semmai nell’ansia di sentirsi diversi tra i diversi.

Ma essere queer in Groenlandia non è un grosso problema in sé, soprattutto se si abita a Nuuk. Lo si deve in parte senz’altro all’influenza della Danimarca, ma ancora di più al legame speciale che la popolazione groenlandese ha con la natura. Tutto ciò che è previsto dalla natura è accolto, l’umanità è natura. Non è che non esista l’omofobia al largo dell’Artico, ma se c’è non è sistemica, anzi è privata, nascosta. Più o meno ovunque ci si vergogna di essere omofobi – lo ribadisce spesso Niviaq Korneliussen, lei stessa donna e madre lesbica – e i diritti della comunità LGBTQIA+ sono garantiti. Le unioni domestiche registrate sono tutelate dal 1996 e il matrimonio egualitario è legge dal 2015, quando una riforma ha reso anche possibile l’adozione omogenitoriale. Anche l’iter per la riassegnazione di genere è più snello di quanto si possa pensare: chiunque abbia compiuto la maggiore età può rettificare i documenti senza diagnosi di disforia, terapie ormonali o interventi chirurgici. La medicalizzazione è chiaramente più complessa non per cause giuridico-culturali, quanto più per ragioni di infrastrutture e in conseguenza della fragilità del sistema ospedaliero. Allo stesso modo, le istanze non-binary vengono ascoltate e accolte: le istituzioni stanno rifiutando il binarismo e introducendo il genere X come alternativa alla dicotomia M-F. È curioso notare tra l’altro che, in Groenlandia, dove il tasso di suicidi è il più alto di tutto il mondo – lo descrive tragicamente Niviaq Korneliussen nel suo secondo romanzo, La valle dei fiori, sempre edito da Iperborea nella traduzione di Francesca Turri – non vi sia alcuna significativa correlazione tra queerness e suicidalità. È un dato pressoché unico se si considera che su scala globale, tra le persone queer, specie se molto giovani, il rischio di suicidi aumenta di sette volte rispetto alle persone eterosessuali e/o cisgender.
Per questo è improprio parlare di comunità queer groenlandese – espressione, questa, che è spesso utilizzata per indicizzare i libri di Korneliussen. Non esiste una vera e propria comunità LGBT in Groenlandia né esistono geografie specifiche o spazi preposti al vivere collettivo. Il Manhattan, a Nuuk, è il solo gay bar in tutta l’isola e Qaamaneq, invece, è il nome scelto dall’unica associazione LGBT della nazione, che, tra l’altro, è stata fondata soltanto nel 2001 con l’intento di creare ambienti di socializzazione più che come strumento di organizzazione politica e di dissenso. È Qaamaneq, nel 2010, a organizzare il primo Pride groenlandese della storia, che coinvolge più di 1000 tra i 18.000 abitanti della capitale.
Di Una notte a Nuuk si è detto che può essere letto come un coming out collettivo, come il resoconto in movimento di una generazione che spalanca le porte dell’armadio per far sentire la propria voce, per occupare con il proprio corpo tutti gli spazi, ma quello che gridano i personaggi di Korneliussen non è tanto, come si è detto, il malessere della queerness, non soltanto almeno. Gridano la propria voce di groenlandesi, lanciano l’urlo tenerissimo e crudele di chi è costretto ai margini. Per Fia, Sara, Arnaq, Iviq e Inuk, casa è la notte, casa è la strada, ma in quella loro alcova senza tetto non c’è mai davvero pace e allora loro imparano a vivere facendosi la guerra, essendo spietatə tra loro, e tuttə con sé stessə, con la famiglia, le radici, la nazione, con la Groenlandia, con la Danimarca e l’America. Una notte a Nuuk è un romanzo claustrofobico, che lo devi leggere come si legge il testo di una canzone rap – un brano di Kae Tempest, per esempio – cioè con il fiato corto, in apnea. È un testo dalla prosa cannibale, in cui le vita cambiano nel tempo di una frase, o mezza. È una stanza piena di spigoli, ci passi attraverso e ne esci con i lividi; un coltello a serramanico; una luce verde che si accende la notte. E oggi, proprio in queste ore, assume un significato nuovo: lo leggi, o lo rileggi, e senti le voci di chi non vorrebbe avere gli occhi del mondo puntati su di sé.

