A proposito di chemsex, pubblichiamo questo testo di Fabio Valerio Nocerino, studente di letteratura, appassionato di critica culturale, media e società contemporanea, già collaboratore del Trinity College Dublin.

Il testo è tratto dalla sua newsletter Substack. Lo pubblichiamo perché ci porta in dono la realtà su un’esperienza vissuta, restituita senza moralismo e senza compiacimento. Il chemsex è un fenomeno sotterraneamente diffuso nella comunità gay.

Gay.it aveva diffuso due anni fa un racconto altrettanto franco, quello di Filippo. Qui il racconto testuale di Filippo a Gay.it, che aveva provocato numerose accuse di “apologia del chemsex”. E proprio Nocerino, nel testo che pubblichiamo, menziona il pericolo apologetico, sempre pericolosamente a portata di penna quando si decide di raccontare la realtà delle sostanze psicotrope.

Vent’anni, Nocerino mette nero su bianco la sua voce nell’attaversare l’esperienza del chemsex, con ambiguità lucida. Scrive da Dublino, durante un Erasmus, e lo fa con  precisione tagliente e letteraria. Senza alcuna pretesa di completezza.

Quello che colpisce, leggendo il suo testo, è proprio il tono letterario. A volte, non sempre, il racconto di un autore ci porta dentro la realtà più di quanto possano mille ricerche e saggi. Fabio Valerio non risparmia sé stesso, né il contesto, né le dinamiche di classe e di desiderio che attraversano la comunità gay.

Per l’onesta preziosità della sua testimonianza, e per il pregio della sua scrittura, dietro suo consenso, pubblichiamo ampi stralci del suo racconto, la cui versione integrale è qui.

 

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Gli afterparty e il chemsex per come l’ho vissuto io

di Fabio Valerio Nocerino

Non scrivo per esercizio di stile ma per restituire il vissuto, senza pretese saggistiche: ecco, dunque, la mia verità sul chemsex. Per come l’ho vissuto io.

Appena arrivato a Dublino ero costernato da alchimie irrespirabili e da quell’aggettivo “potenziale” che mi gravava addosso a trecentosessanta gradi. Voglio dire: l’idea stessa di sperimentalismo, la commistione tra ciò che ero e ciò che avrei potuto diventare, dentro una traiettoria senza logica del tempo, quasi sospesa, per un attimo impunita, in un universo parallelo chiamato Erasmus -Rotterdam docet- aveva qualcosa di irresistibilmente allettante.

In Erasmus si fa di tutto. Droghe, after, chemsex sono solo alcuni dei corollari che si possono indossare, come abiti provvisori.

Scrivo con una certa estenuazione, perché lo sforzo di tradurre in parole equivale già a una forma di apologia: significa riforgiare l’esperienza in un costrutto metafisico, transpsichico, che non sempre si lascia dire. E, a dirla tutta, mi stanca anche solo ripercorrere certi ricordi, soprattutto quelli più strani.

Eppure, per una forma di onestà intellettuale e forse anche per vanagloria mi sembra giusto restituire questo vissuto, nella sua nudità quasi banale, senza pretese sociologiche (…), né manie descrittive. Anche perché questa realtà, l’Irlanda, non mi appartiene fino in fondo. E io, del resto, non sono un universo ma sono soltanto un ragazzo che ha attraversato un’esperienza in Europa.

Qui non troverete altro che questo, e cioè la mia esperienza a Dublino, raccontata per come riesco a ricordarla, filtrata dal fondo della mente e dalle voci di chi mi stava attorno, chi mi ha introdotto al chemsex, chi mi ha raccontato il proprio inizio. Tutto questo continua ad abitarmi.

Ma leggete con la cautela, quasi modernista, che si riserva a un narratore inaffidabile, tra l’Humbert di Nabokov e l’inetto sveviano, perché è possibile, come spesso accade da giovani, che io mi stia mentendo per potermi sopravvivere.

Queste memorie sono vere, verissime, per come sono state. Spero solo di riuscire a ricordarle con una qualche precisione tagliente.

(…)

Mi piaceva abbandonarmi, nel mio funebre inno ad Arimane, al corpo di chiunque capitasse nella dark room del Muccassassina; mi piaceva rischiare di morire intrufolandomi in case di raduni orgiastici degne di Epstein e di Eyes Wide Shut, ai piedi di Viale Togliatti e, più in centro, dietro Largo Argentina. G, estasi, cocaina, polverine capaci di accenderti o di svuotarti la dopamina in poche ore, lasciandoti poi inerme per giorni: tutto questo faceva parte di un paesaggio che conoscevo già abbastanza da saperne temere gli effetti. Già allora mi fu detto di stare attento, e io, da bravo diciassettenne stronzo ma prudente, evitai di toccare qualsiasi cosa e me ne andai dopo essere stato piegato e scopato a turno in un modo che la dignità sepolta di Oliver Cromwell sarebbe apparsa quasi più tenera.

Ero solo, e sconfortato. C’è anche da dire, come ho già scritto altrove, che nel mondo gay l’estetica dei corpi è un fondamento decisivo della relazione e della conoscenza dell’altro. I corpi sono status, sono legittimazione, sono il modo in cui ci vendiamo. Non perché il mondo gay sia incapace di assorbire body positivity o profondità oltre il corpo, ma perché il sesso insieme all’estetica resta uno dei principali capitali simbolici attraverso cui ci si riconosce, ci si misura e ci si introduce all’altro.

Io l’ho vissuto soprattutto sulla mia pelle e su quella dei miei amici. Certo, non va sempre così: ho conosciuto anche persone senza passare per i canali del corpo o per la frequentazione spuria della sexual wheel. Eppure Grindr e simili restano spesso il modo più diretto per entrare nella subcultura gay, che sia per sesso o per amicizia, due cose che spesso si confondono. Non a caso le relazioni, in quel mondo, sono molto spesso aperte: non per astratta teoria, ma perché la storia sociale e culturale della comunità ha prodotto forme relazionali meno codificate e più elastiche rispetto a quelle dominanti.

(…)

Insomma, il chemsex, tornando alla mia esperienza romana prima di quella di Dublino, lo definirei come uno di quegli specchi in cui si riflette il pegno estetico che l’omosessuale è spesso chiamato a pagare per esistere in società, per fare sesso e perfino per avere una vita quanto più normale possibile. E, senza generalizzare, non sto nemmeno a riportare le infinite testimonianze di amici, cari e sconosciuti che hanno conosciuto il disagio di non riuscire ad avere una vita interpersonale e sessuale soddisfacente perché non abbastanza belli, non abbastanza desiderabili, non abbastanza aderenti a certi standard estetici e liberal-occidentali. Da lì, per alcuni, si passa a pagare per scopare, o a cercare profili a distanza su Grindr, come in una liturgia triste e pragmatica del desiderio.

Non c’è nulla di male, in sé. C’è però spesso una depressione antropologica irrisolta, perché nessuno con una vita davvero soddisfacente sentirebbe il bisogno di mettersi in questa posizione con tanta insistenza. E questo dice anche del classismo piramidale della comunità gay, del capitale simbolico che decide chi conta e chi no, chi viene desiderato e chi resta fuori. Quando mancano corpi piacenti, arguzia e riconoscibilità, la soddisfazione individuale si incrina facilmente, e a volte si arriva a una crisi di identità e di età molto prima del tempo.

Dicevo: il chemsex è, per molti, un corroborante dello spirito, soprattutto per chi si sente goffo, inibito, non del tutto libero, non pienamente disinvolto perché privo di quella bellezza che viene percepita come oggettiva. Negli after, almeno a Dublino, ho notato un target piuttosto vario: giovani, uomini di trenta o quarant’anni, minorenni, ultrasessantenni. Gente che sviene dopo il G, gente che si intossica con polveri assorbite per via nasale, gente che, sotto effetto, diventa improvvisamente più amicale e più spregiudicata. C’era chi scopava in cucina, chi parlava con me sul divano in salotto, chi si appartava sul balcone, chi si preparava da mangiare, chi vomitava in bagno, chi si accasciava perché aveva preso troppa roba. Io ero arrivato al mio primo after a Dublino, una mattina di febbraio, verso mezzogiorno: il mio primo vero after party in cui mi sarei concesso alle droghe. In Erasmus, alla fine, si muore per molto meno, mi sono detto.

C’erano irlandesi dai nomi impronunciabili e moltissimi brasiliani. E immagino che il chemsex, che è una subcultura della subcultura omosessuale dentro la società stessa, dentro un grande Gesellschaft, grazie Tönnies per questa distinzione cruciale, sia anche un modo per gli immigrati di adattarsi e fare amicizia. A Dublino, città-melting pot di brasiliani, sudamericani, indiani e altri ancora, paradiso fiscale delle big tech e bolla gentrificata invalicabile, si incontrano quartieri, serate e reti quasi interamente brasiliane. Mi avevano anche detto che girano molte droghe portate da brasiliani. E in effetti le sostanze che circolavano lì erano tutte capaci di agire con forza sul cervello, ma in modi molto diversi.

L’MDMA, o ecstasy, è una sostanza stimolante ed empatica: tende a farti sentire euforico, aperto, connesso agli altri, ma spesso lascia poi un calo dell’umore e una stanchezza mentale. Il GHB o GBL, invece, è un depressivo: rilassa e disinibisce, ma è molto più rischioso perché il margine tra una dose “giusta” e una dose eccessiva è minimo, soprattutto se mischiato con alcol o altre sostanze. La ketamina è diversa ancora: è un dissociativo, cioè altera la percezione del corpo e della realtà fino a dare la sensazione di staccarsi da sé; può confondere, isolare, e se usata spesso creare problemi cognitivi e fisici. Infine c’è il mefedrone, o mkat, uno stimolante sintetico più aggressivo, che dà energia ed euforia ma anche ansia, dipendenza psicologica e un crollo pesante dopo l’effetto.

Chiaramente il punto non è solo ciò che queste sostanze fanno mentre agiscono, ma come ti lasciano dopo. Il cervello sale, poi deve riequilibrarsi, e quel riequilibrio può manifestarsi con ansia, umore basso, confusione o sintomi fisici strani, soprattutto quando le droghe vengono mischiate.

C’era un tizio, che chiameremo T., che mi raccontava di essere in after da tre giorni. A Dublino, mi diceva, ogni sera c’è un after diverso, e alcuni durano giorni interi. Era lì col suo fidanzato; avevano vissuto prima nelle Americhe, soprattutto in Canada e negli Stati Uniti, dove, sosteneva, il fentanyl rende le droghe molto più pericolose, perché aumenta enormemente il rischio di dipendenza e overdose. In Europa, almeno secondo lui, quella minaccia è meno presente, e questo cambierebbe il modo in cui si sviluppa l’abitudine alla sostanza, anche se il quadro reale è più complesso.

Mi diceva anche che per fare certe droghe bisogna organizzarsi poiché non è roba che si improvvisa. Del mkat parlava come di qualcosa di quasi magico, strabiliante, ma anche da dosare con cautela. Diceva che, per averne davvero un effetto forte, andrebbe fatto al massimo una volta al mese, meglio ancora ogni tre o quattro mesi, proprio per non bruciarne l’impatto e per potersi tenere pronti a eventi come il Barcellona Primavera Festival, a cui lui e il suo compagno si stavano preparando.

Il quartiere in cui mi trovavo erano i Docklands, un quartiere benestante, gentrificato, blindato come un fortino. Scansate le torri d’avorio manzoniane, lì il suolo pubblico era recintato, accessibile solo ai residenti, e quei complessi di appartamenti, grandi quasi quanto intere cittadine, avevano costruito un bastione di classismo perfettamente lucidato. È anche vero che gli after si tengono spesso nelle periferie, o in zone meno ricche; così mi è stato raccontato. Ma la verità è che io li ho visti tutti in centro: gente benestante che ci andava, che spendeva centinaia di euro in droghe, che lo faceva anche e forse soprattutto per socializzare, per farsi amicale, per stare insieme in una forma quasi primordiale di società. E va bene così.

Credo però che lo spettro della sessualità e della promiscuità sia troppo vasto per essere ingabbiato fino all’osso da definizioni rigide. Rimane, in ogni caso, la sensazione che avevo allora e che ho ancora, che in quel contesto la depressione e il performativismo della solitudine neocapitalista fossero tangibili, feroci, quasi esibiti nella loro apoteosi esiziale. Perché gente della mia età, o poco più grande, di ogni estrazione sociale, ci andava? Perché c’ero io, lì, senza un euro, e c’era gente che fatturava milioni l’anno e cercava la stessa cosa? Qual è la differenza tra soggetto e trattamento, tra benessere e ideologia del benessere?

L’inappetenza, intanto, si era fatta sentire molto presto. Uno mi buttò un popper in una narice, e il liquido quasi mi bruciò quando fuoriuscì. Le orge avvenivano ovunque. Il fumo era di prim’ordine. C’era una coppia, chiaramente MSM, due attivi, che mi raccontavano di essere lì per cercare passivi con cui sfogare la propria repressione sessuale. C’era anche un sessantenne, solo, accasciato sui giubbotti all’ingresso; quando si riprese, mi disse di avere due figlie all’università a Cork, nel sud-ovest dell’Irlanda, a circa 250 chilometri da Dublino, e che lui veniva sempre in città per guardare uomini fare sesso tra loro. “Partecipi?” gli chiesi. “Mai, se non raramente. Mi basta guardare. È tutto ciò che mi concedono.”

E poi c’erano ragazzini di diciotto anni, alle prese con gli esami, che andavano a fottersi il cervello e la corteccia prefrontale con la ketamina, per sentirsi parte di qualcosa di più grande di loro, come mi raccontavano. Su di me l’effetto era stato simile: inappetenza, stanchezza, poi noia, poi eccitamento, poi anedonia. E questi stati avevano un ritmo preciso, scandito dal sesso e dalle droghe, e solo da quello. Io ero durato in quello stillicidio fino alle 20.47, lo so con esattezza perché avevo fatto una foto di me in ascensore, con gli occhi torvi e gonfi, che non riporterò qui per decenza mia, quando me ne sono andato.

Potrei raccontare cos’ho vissuto di quel sesso mangiato tra le unghie di letti sfatti e odori forti, ma sarebbe quasi superfluo, è una banalità, come la corporalità umana e la solitudine di questo secolo, così prevedibile da non meritare troppa insistenza. Credo che il chemsex, come molte delle pratiche estreme che abitano il presente, tradisca una paura più recondita: quella di sparire. Per questo l’eccesso diventa una strategia di esistenza, una forma di sopravvivenza, più che un semplice deragliamento narcisistico o una ricerca gratuita di vertigine.

È qualcosa di cui si ha bisogno per non sentirsi cancellati da una realtà che pretende sempre di più, e che lascia sempre meno spazio a chi non riesce a starle al passo. Lì dentro c’erano menti forti, sì, e io ho trattenuto discussioni psichicamente laceranti. Ma un lettore attento capirebbe subito che la forza della psiche è una sonda sottile, friabile, quando ci si trova in mezzo a corpi statuari o sformati, tutti intenti a chiedere di essere visti, per un istante minimo, con un’intensità assoluta.

Dunque, per tirare le somme, racconterò cosa ho capito io del chemsex, per come l’ho vissuto io. Difatti. La letteratura scientifica lo descrive non come un fenomeno unico ma come l’incontro tra dinamiche biologiche, psicologiche e sociali. Da un lato c’è un effetto molto concreto sul cervello: sostanze come GHB, mefedrone, metanfetamina o MDMA aumentano dopamina e serotonina, abbassano le inibizioni e rendono il desiderio più intenso, il piacere più amplificato, l’ansia molto più bassa. In pratica, ciò che normalmente può bloccare, come vergogna, paura del giudizio, insicurezza etc, viene temporaneamente attenuato. Questo rende il sesso più facile da vivere, più disinibito e spesso più lungo.

(…) continua…

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