Chemsex nella comunità gay: cresce in Italia, ma i centri di cura sono quasi zero. Il convegno a Treviso

Il SerD dell'Ulss 2 ha in carico una ventina di utenti: professionisti e ventenni accomunati dall'uso di sostanze per disinibire gli incontri sessuali. Un convegno a Treviso apre il dibattito, ma in Italia i presidi dedicati restano quasi inesistenti.

Ascolta:
0:00
-
0:00
Chemsex
3 min. di lettura
Il chemsex torna al centro del dibattito sanitario italiano. Nella provincia di Treviso, il Servizio per le Dipendenze dell’Ulss 2 ha attualmente in carico una ventina di utenti seguiti per l’utilizzo di sostanze psicoattive legate al fenomeno. Profili eterogenei: ci sono professionisti insospettabili e ragazzi poco più che ventenni, accomunati dalla volontà di disinibire gli incontri sessuali, soprattutto nell’ambito della comunità gay.Il dato, reso noto dalla direttrice del SerD Eva D’Incecco in occasione del convegno Le nuove sostanze psicoattive e chemsex che si svolgerà al Museo Bailo di Treviso il 29 e 30 aprile, è solo la superficie di un fenomeno che in Italia resta largamente sommerso. Alcuni di questi utenti hanno iniziato a utilizzare queste sostanze nel periodo del Covid, complice la facilità di reperirle online e riceverle direttamente a domicilio. A spingerli a chiedere aiuto non è stata una crisi acuta, ma la preoccupazione di diventare dipendenti da sostanze poco conosciute, assunte inizialmente a scopo ricreativo.

Sono un utilizzatore di chemsex“: la testimonianza video pubblicata da Gay.it nel 2024 >

Una dipendenza atipica

Le storie e i quadri psicopatologici sono sostanzialmente simili: in questi utenti si sviluppa una forma di dipendenza atipica in cui, oltre ai sintomi fisici come allucinazioni, ritiro e rabbia, si manifestano frequenti disturbi del comportamento tra cui aggressività, violenza domestica e ritiro sociale. Si tratta, precisa D’Incecco, di una tipologia di utenza decisamente nuova per i SerD, presente solo negli ultimissimi anni. Le sostanze coinvolte sono quelle che caratterizzano il chemsex in tutta Europa: metanfetamine, mefedrone, GHB/GBL (spesso erroneamente definiti droghe dello stupro), a cui si aggiungono ketamina, cocaina, popper e viagra.

Il contesto italiano

Il caso trevigiano non è isolato, ma si inserisce in un quadro nazionale in cui il chemsex è diffuso in Europa ma ancora marginale nel dibattito italiano. Ne è convinto anche Simone Alliva, giornalista, che ha appena pubblicato per Fandango il libro-inchiesta Vertigine. Chemsex e mascolinità tossica. La generazione invisibile: il fenomeno colpisce una generazione sospesa tra desiderio e oscurità, tra app di incontri, corpi idealizzati e notti senza fine.

Secondo Alliva, il chemsex è un problema della comunità omosessuale che affonda le radici in questioni che vanno dall’omofobia al non accettarsi. L’autore documenta un aumento in sordina dei decessi collegati al fenomeno, che colpisce uomini giovani e all’apparenza realizzati, con un’età compresa tra i 30 e i 40 anni, spesso celati dietro vaghe spiegazioni. “Nella comunità gay chi muore, muore di nascosto“, scrive Alliva. “Se chiedi è un infarto. “È morto nel sonno”, ti rispondono“.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Pochi presidi, troppo silenzio

Sul fronte dei servizi, il quadro italiano resta disomogeneo. Secondo una mappatura di Arcigay del 2022 su 31 città, gli sportelli dedicati al chemsex problematico sono poco istituzionalizzati o del tutto assenti nella maggior parte dei territori. I presidi più strutturati si trovano a Milano, con il servizio di terapia di gruppo organizzato dall’ASA Onlus, e a Roma con Villa Maraini. A Padova e Livorno sono attivi sportelli specifici, e alcune realtà associative come Arcigay Verona offrono supporto psicologico che include il chemsex tra i temi trattati. Il caso di Treviso, dove il SerD pubblico ha strutturato una presa in carico istituzionale, rappresenta comunque un’eccezione rilevante nel panorama nazionale. Il convegno di fine aprile è un segnale importante: il sistema sanitario inizia ad attrezzarsi.

Il chemsex non dà l’immediata consapevolezza di essere tossicodipendenti, anche perché il consumo avviene in momenti e luoghi circoscritti. E spesso è stigmatizzato anche all’interno della stessa comunità LGBTQ+, rendendo necessario per chi sviluppa una dipendenza confrontarsi con chi condivide la stessa esperienza. Il fenomeno necessita di una presa in carico con un piano nazionale adeguato.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.