Francesca Cavallo, scrittrice e autrice bestseller della serie Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli, ha raccontato su Vanity Fair e in un’intervista a Concita De Gregorio per Repubblica il suo matrimonio (lei rivendica di chiamarlo in questo modo) con Marlen Cirignaco.
La cerimonia si è svolta in una tenuta nel Salento, tra gli ulivi, con un rito pensato da Cavallo stessa per lasciare spazio anche alla preghiera, nonostante la Chiesa cattolica non riconosca alcuna forma di matrimonio religioso per le coppie dello stesso sesso.

Chi è Francesca Cavallo
Nata a Taranto nel 1983 e cresciuta a Lizzano, Cavallo si forma come direttrice teatrale a Milano prima di trasferirsi in California, dove nel 2012 cofonda Timbuktu Labs.
È in quel periodo che nasce il progetto che la rende nota in tutto il mondo: Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli, scritto insieme a Elena Favilli, tradotto in quasi 50 lingue e venduto in milioni di copie.
Francesca Cavallo ha poi fondato Undercats, pubblicato il libro su Li Wenliang durante la pandemia e firmato la serie sui campioni paralimpici. Nel libro autobiografico Ho un fuoco nel cassetto (Salani) ha raccontato il proprio percorso di accettazione della propria identità lesbica, scoperta a 23 anni.
La cerimonia in Salento
Francesca Cavallo e Marlen Cirignaco sono insieme da quattro anni. Cavallo ha chiesto a Marlen di sposarla dopo un anno di relazione, ma ci sono voluti altri tre anni prima di arrivare al matrimonio. Le due hanno scelto di celebrare le nozze al Sud, in una tenuta del Salento immersa nel verde, al tramonto, per onorare le proprie radici.
Per Cavallo, quest’anno ricorrono anche vent’anni dal proprio coming out: un episodio avvenuto la mattina prima del matrimonio, l’incontro con un vicino di casa che le ha chiesto con naturalezza chi fosse “la fortunata”, le è sembrato un segno di quanto le cose siano cambiate nella sua comunità d’origine in questi due decenni. La coppia ha trascorso il viaggio di nozze in una masseria del Salento e racconta di desiderare, in futuro, di avere figli.
Matrimonio o unione civile: la scelta delle parole
In Italia le coppie dello stesso sesso possono accedere solo all’unione civile, introdotta dalla legge Cirinnà nel 2016, che non equivale al matrimonio paritario. Cavallo è consapevole di questo scarto, ma rivendica comunque la parola “matrimonio” come scelta personale, perché nessun’altra parola le sembra catturare il significato di quel momento fondativo:
“Lo chiamo “matrimonio”, anche se per la Repubblica italiana è un’unione civile”.
Il rito scritto da Cavallo: una liturgia della parola fuori dagli schemi
Cavallo racconta che le unioni civili in Italia non prevedono alcuna liturgia, solo la lettura degli articoli del codice civile da parte dell’officiante. Lei e Marlen hanno deciso di scrivere personalmente un rito che includesse una liturgia della parola: un passaggio dalla Prima lettera di Giovanni sull’amore come presenza di Dio, una lettura dall’Antico Testamento sul sogno di Giacobbe, un salmo responsoriale e un brano del Vangelo di Giovanni.
Francesca Cavallo ha scritto anche le transizioni tra i vari momenti del rito, di solito affidate al Messale romano, per dare struttura e solennità alla cerimonia. A officiare il matrimonio sul piano civile è stato un amico della coppia.
Il sacerdote che ha pregato con loro
Ad affiancare l’officiante civile, quel giorno, c’era anche un sacerdote. Cavallo lo aveva scoperto qualche anno prima, dopo che qualcuno le aveva inviato un video in cui il prete, durante la messa, leggeva alcuni passaggi del suo libro Ho un fuoco nel cassetto.
Colpita da quel gesto, Francesca Cavallo gli aveva scritto, e quando con Marlen ha iniziato a immaginare il proprio matrimonio gli ha proposto di partecipare: non per celebrare il rito, ma per tenere l’omelia e guidare un momento di preghiera comunitaria.
Il sacerdote ha accettato. Alla domanda sul perché desiderassero la sua presenza, le due hanno risposto che volevano radicare in Dio il proprio impegno d’amore: una motivazione che, racconta Cavallo, è bastata a convincerlo.
Prima del matrimonio, Cavallo si è anche confrontata con il teologo Vito Mancuso, chiedendogli se non stessero costruendo “una religione su misura”: Mancuso le ha risposto che non c’era nulla, in quel percorso, che lo turbasse.
Per Francesca Cavallo, il senso più profondo della cerimonia sta nell’aver potuto pregare senza che nessuno potesse impedirlo:
“Dopotutto chi avrebbe potuto impedirci di pregare?”.
Una domanda che riassume il senso di tutto il percorso: rivendicare la propria fede e la propria identità queer insieme, senza dover scegliere tra le due.
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