Giuseppe Futia a Gay.it: «Il mio coming-out è stato una liberazione. Ho avuto paura di rovinare la mia famiglia» – Intervista

Il suo cuore è occupato. E su Mengoni ha dichiarato...

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Giuseppe Futia Gay.it
Giuseppe Futia Gay.it - Intervista
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Quando avevo appena 8 anni, un pomeriggio, mi sono seduto sul letto accanto a mio nonno e ho iniziato a leggergli un libro.

Dovete sapere che da bambino amavo raccontare le storie, interpretare delle parti e soprattutto mettermi nei panni dei protagonisti delle mie fiabe preferite. E questa intervista a Giuseppe Futia, giovane protagonista dello showbiz internazionale, me lo ha ricordato.

Durante la nostra chiacchierata, in collegamento tra Milano e New York, infatti, ho sentito più volte il cuore accelerare perché le sue parole sono riuscite ad aprire alcuni cassetti che tenevo chiusi ormai da tempo.

Al contrario di quanto mi ha raccontato, però, io non ho mai subito atti di bullismo. Come lui, invece, non sono mai stato capace a fare amicizia facilmente. In famiglia ero un bambino estremamente esuberante; a scuola, invece, diventavo improvvisamente introverso e ai miei compagni di classe preferivo la compagnia delle mie storie di fantasia, fatte di personaggi buffi, luoghi incantati e luci soffuse.

La sua commozione parlando dello zio, o del mare, mi ha ricordato di come anche io abbia questo attaccamento morboso per l’acqua e di come basti una semplice passeggiata sulla spiaggia o sulle sponde di un fiume per tranquillizzarmi. Per non parlare di Pinocchio, una delle storie citate da Giuseppe che più ha condizionato la sua come la mia infanzia.

Insomma, questa lunga chiacchierata con Futia mi ha portato non solo a viaggiare da Siderno a Los Angeles, passando per New York, ma anche a ricordarmi il motivo per il quale oggi faccio il giornalista di professione: amo scoprire le storie della gente e mettermi nei loro panni. Amo empatizzare con i loro vissuti. Imparare attraverso i loro racconti. Emozionarmi insieme a loro. In poche parole, vivere con loro. Di fatto, se ci pensiamo, tutte le nostre storie si intrecciano in un modo o nell’altro. E questo ci fa sentire bene.

Dunque, in questa intervista farete un viaggio tra le emozioni più belle e sincere di Giuseppe, volando dall’Italia all’America alla scoperta di ciò che lo ha portato ad inseguire la sua passione per la recitazione, ma soprattutto a rivivere insieme a lui il suo percorso di accettazione che lo ha portato ad amarsi per ciò che è, con tutte le sfumature che lo contraddistinguono.

Buona lettura!

Chi è Giuseppe Futia?
Giuseppe Futia | Foto: Instagram @giufutia

Giuseppe Futia è Giovanni in “La dolce villa”: le sue emozioni per il successo su Netflix

Star del piccolo schermo grazie alla sua partecipazione nel film “La dolce villa”, disponibile su Netflix dal 13 febbraio 2025, Giuseppe Futia ci ha raccontato le sue emozioni nel recitare in una produzione internazionale, però, dal sapore tutto italiano:

«L’esperienza di per sé è stata bellissima. Di base, quando mi hanno confermato il progetto, io vivevo già a New York e dunque ho avuto la scusa per tornare in Italia. È stato davvero incredibile poter girare un film per Netflix America nella mia terra. Cioè, sinceramente non ci credevo».

Per lui, però, non si trattava della prima volta. Giuseppe, infatti, aveva già interpretato un altro piccolo ruolo in un altro celebre film disponibile sulla nota piattaforma di streaming:

«Ero già apparso su Netflix come attore nel film “Ancora più bello”, però ogni volta fa un po’ strano. Inoltre, questa volta nel film avevo una parte più corposa e Netflix mi ha incluso anche nelle varie attività di promozione quindi, soprattutto all’inizio, non riuscivo tanto a capacitarmi della cosa».

Giuseppe Futia e Maia Reficco in "La Dolce Villa" su Netflix
Giuseppe Futia e Maia Reficco in “La Dolce Villa” su Netflix | Cr. Giulia Parmigiani / Netflix ©2024

Giuseppe Futia a Gay.it: «La mia passione per la recitazione è nata grazie a Pinocchio»

Giuseppe Futia è sempre stato un bambino molto timido ma, nella nostra chiacchierata, ci ha raccontato di amare sin da piccolo leggere le storie e soprattutto di aver scoperto la sua passione per la recitazione grazie alle sue maestre delle elementari e ad un grande classico tutto italiano:

«Avevo otto anni, andavo alle elementari, e interpretavo Pinocchio nella versione musical.

Mi ricordo che ero un bambino timidissimo, non riuscivo a fare amicizia a scuola, ma amavo leggere le storie. E per di più amavo Pinocchio – il cartone lo avrò visto almeno 1000 volte (ride, ndr.) – quindi quando mi hanno detto che avrei dovuto interpretare quel ruolo, da un lato ero terrorizzato, dall’altro ero felicissimo».

In quel momento è nata questa sua passione che oggi lo ha portato ad essere uno degli attori co-protagonisti del film “La dolce villa“:

«È stato come un amore a prima vista. Prima di iniziare ero tremendamente spaventato poi, però, sono salito sul palcoscenico e ho capito quanto mi piacesse. E non ho più smesso.

Dopo il ruolo da “Pinocchio” ho continuato a prendere parte a degli spettacoli a livello locale e poi ho frequentato quello che allora si chiamava Locri Teatro, una scuola che ora non esiste più».

Una passione che Giuseppe ha inseguito a lungo nel tempo e che lo ha portato, subito dopo il diploma, a decidere di volare dall’altra parte dell’oceano per inseguire il suo sogno – come se fossi lui stesso il protagonista di una favola moderna:

«Una volta diplomato mi sono trasferito a Los Angeles. Lì ho studiato per un semestre alla Stella Adler Academy of Acting per poi iniziare a lavorare come modello. Ora vivo a New York e sto studiando recitazione al Fenix Studios».

Come ogni passione che si rispetti, anche quella per la recitazione lo ha aiutato ad accettare sé stesso e tutte le sue sfumature:

«Non sono mai stato un tipo estroverso però studiare teatro e recitazione mi ha dato modo di acquisire più consapevolezza di chi sono, di quello che mi piace fare e di come rapportarmi con le altre persone.

E poi mi ha dato anche una sorta di minilaurea in psicologia (ride, ndr.): quando studi recitazione, infatti, devi cercare in continuazione di capire come ragiona l’essere umano e perché fa quello che fa. Di sicuro mi ha dato modo di diventare più empatico perché negli anni mi ha obbligato a mettermi nelle scarpe di qualcun altro per capire perché pensa e si comporta in un certo modo».

Il successo, anche se piccolo, porta con sé non solo luci ma anche ombre. Per questo, soprattutto all’inizio, gli applausi sono stati una bella pacca sulla spalla ma anche difficili da gestire:

«Gli applausi sono stati una conferma, ma talvolta anche un qualcosa di estremamente tossico. Sai come dicono? Gli applausi possono essere come una droga. Ne vuoi sempre di più.

Non sempre è stato facile, soprattutto quando fai un provino, ci metti tutto te stesso, e poi non ti prendono.

In questi anni mi sono creato un lato spirituale e ho iniziato a credere nella serendipità, ovvero che certe cose ci succedono perché sono destinate a noi».

Chi è Giuseppe Futia?
Giuseppe Futia | Foto: Instagram @giufutia

Giuseppe Futia: non solo attore, ma anche modello

Parallelamente alla recitazione Giuseppe Futia, per permettersi di rimanete a Los Angeles, ha intrapreso anche la carriera come modello:

«Una volta diplomato ho provato a mandare un po’ di candidature in diverse agenzie e ricordo che una di Milano sembrava essere interessata, ma alla fine non si è fatto niente.

Una volta arrivato a Los Angeles mi sono reso conto che non sarei mai riuscito a restare più di sei mesi e dunque, con quello che poi è diventato il mio primo manager, mi sono presentato in alcune agenzie e da lì è iniziata la mia carriera come modello.

Piano piano ho iniziato a lavorare in Europa e dopo un po’ di tempo è arrivato il visto per gli Stati Uniti e quindi mi sono trasferito definitivamente a Los Angeles. Poi è arrivato il Covid e sono tornato in Italia, a Roma, e poi una volta finita la Pandemia mi sono trasferito a New York.

Dunque, la sua carriera come modello ha preso il via un po’ per caso. Giuseppe, però, sin da bambino sapeva che non avrebbe seguito le orme del padre, ma che avrebbe voluto lavorare nel mondo dello spettacolo:

«Ho sempre saputo che non avrei dovuto essere per forza l’uomo che si aspettavano i miei genitori. Io provengo da tre generazioni di fieri venditori di bici. Per questo io amo andare in bici; è una passione che mi ha trasmesso mio padre e che permette di mantenersi in forma e in salute.

Però, sin da quando ho interpretato Pinocchio, nella mia testa sapevo che avrei voluto lavorare nel mondo dello spettacolo e quindi sin da bambino ho sempre avuto l’intenzione di lavorare qua negli Stati Uniti».

E quando gli abbiamo chiesto perché non qui in Italia, la risposta è arrivata veloce come un fulmine:

«Credo che in Italia ci siano troppi artisti sottovalutati che non hanno il rilievo che si meriterebbero. Per questo ho sempre guardato all’oltreoceano. Sono molto consapevole che la recitazione è un’industria e credo semplicemente che negli Stati Uniti ci siano più produzioni e dunque più possibilità».

Eppure, nonostante questa grande consapevolezza, Futia ha vissuto i primi anni della sua vita con il ‘peso della maledizione di essere nato al Sud’:

«Negli anni dell’adolescenza ero disperatissimo, nel senso che non vedevo l’ora di andare via dalla mia terra. Vengo da un paesino che si chiama Siderno – che è bellissimo, sul mare, ma piccolissimo. Non che io sia mai stato un gay represso, ma essendo un piccolo Paese mi infastidiva sapere che tutti si conoscessero e potessero sapere i fatti degli altri. Mi stava stretto vivere lì. Non so come sarei sopravvissuto in quegli anni se non ci fosse stata la scuola di teatro».

Ora, però, che abita dall’altra parte dell’oceano, forse anche per via della distanza che lo separa dagli affetti più cari, sembra aver cambiato prospettiva e soprattutto riuscire anche ad apprezzare la semplicità della sua terra d’origine:

«Quando ero piccolo mi affacciavo alla finestra, bevevo il caffè guardando il mare e non riuscivo ad apprezzare quello che vivevo. Ora, invece, noto che anche lì la mentalità sta cambiando. Per esempio, quando parlo con mia sorella, o con i suoi coetanei, noto che, se devono parlare della loro sessualità, non si fanno troppi problemi. Quando io andavo alle superiori, invece, era un vero e proprio tabù. E mi fa davvero piacere che questa cosa stia cambiando».

Se ripensa al passato, le prime immagini che gli vengono in mente sono quelle della pizzeria dello zio e del mare. Come profumo, invece, ha stampato nella testa quello dei gelsomini – fiori tipici della sua terra:

«Quando andavo alle medie, mio zio aveva una pizzeria proprio accanto alla scuola e io all’una, quando finivo le lezioni, andavo da lui a mangiare una pizza. Il profumo era quello di casa; aveva il forno a legna, ma soprattutto vedere mio zio, una faccia familiare, dopo che magari a scuola mi avevano “bastonato” era un qualcosa che mi faceva stare bene.

Di sicuro anche l’odore dei gelsomini. Provengo dalla Costa dei gelsomini che, come dice il nome stesso, è inondata di questi fiori. Quindi quell’odore mi riporta subito a casa».

Il mare è per lui un ricordo vivido della sua infanzia:

«E poi il mare! Chiunque sia nato in riva al mare, secondo me ha un rapporto speciale con l’acqua.

Qui a New York ho scoperto di recente di abitare vicino al River Park – che si affaccia sull’Hudson River, fiume che divide New York dal New Jersey, ndr. Da quando l’ho scoperto sono sempre lì; vado a correre o a passeggio col cane perché stare vicino all’acqua per me è davvero terapeutico».

New York è New York, ma il buon cibo, il mare e il caffè italiano ogni tanto gli mancano:

«A New York sto bene; mi piace stare in una città che offre tante possibilità, che ti dà modo di conoscere nuove persone e di vivere continuamente esperienze diverse. Ora, però, ho imparato ad apprezzare anche quella semplicità che si respira a Siderno. Che sia il caffè vista mare, la natura, l’aria pulita o il buon cibo».

Una semplicità che al momento sembra mancargli in America dove tutto, anche i rapporti umani, sembra poter essere ricondotto solo e soltanto alla sfera lavorativa:

«Credo che i rapporti umani in Italia siano più autentici. Non si può fare di tutta un’erba un fascio, ma credo che qui in America le relazioni interpersonali patiscano il business. Le conoscenze spontanee esistono, ma sono rare. Quindi, ogni volta che torno in Italia mi si apre il cuore perché sono felice di vedere in un certo senso uno stile di vita genuino e verace».

Chi è Giuseppe Futia?
Giuseppe Futia | Foto: Instagram @giufutia

Giuseppe Futia e la sua liaison con Marco Mengoni: «Lo stimo molto».

A proposito di cuore, il suo pare essere occupato – ci dispiace per chi sperava di potergli fare la corte – e non solo per il suo cane Sandro Milo: «Sono occupato, dico solo questo», ci ha raccontato in collegamento dalla sua New York.

Ma non finisce qui perché durante la nostra chiacchierata abbiamo provato a capirne un po’ di più in merito al gossip scoppiato sul finire del 2024 che parlava di una sua frequentazione con il cantante Marco Mengoni:

«Quando ha iniziato a circolare questa notizia ho avuto cinque amiche che mi hanno subito scritto chiedendomi se fosse vero. La cosa che più mi ha fatto ridere è che io non l’ho neanche mai visto, mai conosciuto di persona.

Non so perché sia uscita questa notizia. Credo abbia iniziato a circolare proprio dopo che ho postato il video del mio coming out su TikTok e lì ho pensato: “Ah ok; quindi, se sei italiano e sei gay per forza te la fai con Marco Mengoni. Cioè, non ho capito il nesso” (ride, ndr.). Mi dispiace se qualcuno ci sperava, ma noi non ci siamo mai frequentati.

Però saluto Marco. Lo stimo molto».

A proposito di amori, sin da adolescente Giuseppe ha sempre saputo della sua omosessualità anche se all’inizio non è stato facile accettarla – soprattutto perché abitava in un piccolo paese della Calabria:

«Già dai primi anni dell’adolescenza avevo più o meno un sospetto. Durante le superiori, quando sono diventato più o meno sicuro della mia omosessualità, mi sono chiesto: “Che cosa posso fare? Se mi piace un ragazzo mica posso dirglielo… poi magari lo dice ai suoi amici che lo dicono agli amici degli amici e in breve si sa e per me sarebbe deleterio”. Quindi quegli anni per me sono stati molto difficili».

Così, negli anni della adolescenza ha avuto qualche relazione con delle donne che gli sono servite a comprendere meglio chi fosse e soprattutto quali rapporti lo rendessero effettivamente felice, e quali no:

«Durante l’adolescenza ho avuto anche delle ragazze, a cui ho voluto molto bene. Non era questo il fatto.

Il problema era che, quando succedeva di essere intimi, mi capitava di pensare: “Ok, ma come mai non sono soddisfatto al 100%? C’è qualcosa che potrebbe essere più emozionante?”. La risposta era sì. Dopo che mi sono diplomato ho capito che, nonostante avessi una fidanzata bellissima, non ero felice.

In quel momento ho deciso di darmi una possibilità e di provare almeno una volta con un ragazzo. L’ho fatto e ho detto: “Ah, ok, allora era questo il pezzo mancante!”.

Da lì ho iniziato a chiedermi che cosa sarebbe successo e poi, quando sono arrivato a Los Angeles, dopo aver fatto il cameriere per poter raccogliere un po’ di soldi, ho avuto una storia con quello che al tempo era il mio coinquilino. E lui, essendo un po’ più grande di me, mi ha tranquillizzato e mi ha detto che era normale sentirsi un po’ in colpa ad ammettere di essere gay. Più che altro perché avevo paura di quello che sarebbe potuto succedere e di come avrebbero potuto prenderla i miei.

Pensavo che avrei rovinato la mia famiglia.

Los Angeles, però, lo ha aiutato ad accettare sé stesso per ciò che era:

«Ad Hollywood, di fronte al municipio, le strisce pedonali sono arcobaleno, gli uomini si tengono per mano ed è pieno di locali gay.

Vivere lì mi ha aiutato molto perché mi ha convinto di come la percezione di noi stessi, e della realtà che ci circonda, cambia a seconda di dove ci troviamo a crescere. Al contrario di quanto credevo quando abitavo a Siderno, grazie a Los Angeles ho capito che essere gay è una cosa normale, che non ti penalizza. Bisogna dirlo ad alta voce.

Quindi grazie, sono felice di farlo attraverso questa intervista».

Chi è Giuseppe Futia?
Giuseppe Futia | Foto: Instagram @giufutia

Giuseppe Futia: «Il mio coming-out è stato liberatorio»

Al contrario di quanto Giuseppe potesse immaginare, la sua famiglia lo ha accettato per quello che era. Di certo le paure, anche quelle dei suoi genitori, sono state tante, ma erano semplicemente frutto dei costrutti sociali imposti dalla nostra società:

«Io non mi sono mai sentito bistrattato dai miei genitori o dalla mia famiglia. Non mi sono mai sentito rifiutato per la mia sessualità – e mi rendo conto che questa è una grande fortuna che ho avuto. Però, di sicuro, per loro non è stato facile perché, quando hai dei figli – per di più in un Paese piccolo come il nostro –, ti costruisci delle aspettative e quando loro non le seguono tu da genitore ti senti un po’ perso e pensi di non aver fatto un buon lavoro. 

Ricordo con molto piacere che un giorno mio padre mi ha detto: “Voglio solo che tu stia bene, che abbia una bella vita e che sia felice. La mia unica paura del tuo essere gay era quella che pensavo ti saresti ritrovato a vivere una vita da emarginato e sentito sempre in difetto rispetto agli altri”. Gli ho spiegato che oggi, per fortuna, non è più così e adesso siamo più felici e più vicini di prima. Devo dire che questa situazione ci ha avvicinati molto.

Qualche tempo fa, forte della sua esperienza familiare, Giuseppe ha deciso di fare coming-out anche sui social in una maniera molto particolare. Il giovane attore, infatti, ha pubblicato un video su TikTok rispondendo ad un commento di una sua fan, parlando per la prima volta del suo fidanzato.

L’affetto ricevuto è stato per lui inaspettato:

«È stato carino vedere tanta gente che empatizzava con me e che mi dimostrava affetto. Da un lato mi aspettavo che avrei ricevuto del sostegno, dall’altro non me ne aspettavo così tanto. 

Quel video l’ho fatto perché volevo esorcizzare tutte le paure – sia quella dell’aspetto fisico sia quello dell’essere gay – che mi sono portato dietro crescendo. Mi fa strano pensare che un tempo ero pieno di insicurezze – non ci ripenso molto spesso (ha detto quasi commosso, ndr) – però, sono felice se quel video ha aiutato qualcunə nella mia stessa situazione».

Quelle insicurezze lo hanno segnato particolarmente nella sua giovane età, tanto da portarlo a fare sport per farsi accettare dagli altri e soprattutto a sentirsi spesso sbagliato, o addirittura brutto:

«Quando ero adolescente non avevo il corpo che ho oggi. Ho trascorso molto tempo in palestra – prima per piacere agli altri, per sentirmi amato, perché volevo la loro conferma, poi perché mi faceva semplicemente stare bene.

Poi, quando ho deciso che avrei voluto fare questo lavoro, mi sono detto “voglio essere esteticamente piacevole” e mi sono operato al naso. Non che fossi brutto, sai? Avevo semplicemente il naso un po’ grosso.

Poi c’è stato un periodo, quando ho iniziato a lavorare come modello, in cui non mi sentivo più lo sfigato che pensavo di essere quando frequentavo le superiori».

Oggi il rapporto con il suo corpo è cambiato, anche se gli step per arrivare ad accettarsi sono stati parecchi e travagliati:

«C’è stato un periodo in cui mi sentivo abbastanza insoddisfatto con me stesso e vuoto.

Grazie alla meditazione, sono andato a scavare dentro di me e ho capito che innanzitutto dovevo piacere a me stesso, sia dal punto di vista spirituale che fisico. Ad oggi mi sento di aver fatto più o meno un passaggio da brutto anatroccolo a cigno».

La sua è stata a tutti gli effetti una vera e propria trasformazione, non solo fisica, ma anche mentale:

«La mia operazione al naso – non credo di averlo mai raccontato – l’ho vissuta un po’ come una catarsi.

Ricordo che in quel periodo avevo iniziato a meditare, avevo eliminato i social e non parlavo con nessuno. I miei amici delle superiori frequentavano l’università e per questo passavo molto tempo da solo.

Era il 2017 e stavo preparando lo spettacolo “Il re muore” (opera teatrale di Eugène Ionesco, ndr.) e nel frattempo pensavo e ripensavo se fare o meno l’operazione al naso. Avevo paura di pentirmene. Poi il 28 febbraio ho detto: “Ok, io faccio questo spettacolo e subito dopo mi opero”. Era il mio primo spettacolo da protagonista e mi ha aiutato a prendere coraggio e soprattutto a salutare il vecchio Giuseppe, insicuro e che si sentiva uno sfigato, un brutto anatroccolo, e a dare il benvenuto al cigno che c’era in me».

Ora quel brutto anatroccolo non c’è più, ma c’è solo il cigno:

«Oggi sono sereno. Devo ammettere che mi ritengo molto felice della scelta che ho preso quell’anno perché sento di aver preso le redini della mia vita in mano. Sin da bambino ho sempre voluto fare l’attore e sono felice della vita che mi sto costruendo».

Proprio per questo motivo, Giuseppe Futia ha voluto salutarci lanciando un messaggio importante a chi leggerà queste sue parole, ricordando a tuttə noi che nella vita può capitare di vivere dei momenti brutti, ma che non dobbiamo farci sopraffare dalla negatività:

«Se c’è qualche giovane che si sente emarginato o in difetto solo per la sua sessualità vorrei semplicemente dirgli che con il tempo la sua situazione migliorerà e che lui come persona ha un valore inestimabile, anche se magari al momento non gli sembra così».

© Riproduzione riservata.

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