Hån non vuole più fare finta, l’intervista

La cantautrice italiana ci parla del suo nuovo ep tra sedute spiritiche, ricerca della verità, e nessun compromesso.

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La prima volta che ho incontrato HÅN  eravamo in fila per il bagno ad un evento in Cascina Cotica. Una di quelle situazioni dove la toilet non è solo necessità, ma veicolo per interagire con dei completi sconosciuti, dicendo cose del tutto a caso, nella ferma convinzione che non vi rivedrete mai più. ‘Piacere, mi chiamo Gracie Abrams’ le ho detto stringendole la mano – nominando un’artista che io ho ogni anno nel Spotify Wrapped ma che lei non ascolta più da ormai una vita– e abbiamo riso sonoramente. Nel giro di qualche settimana mi sono ritrovato a premere play sul suo ep, fuori dalla stanza, uscito lo scorso 20 settembre per Planeta, scritto e prodotto insieme al polistrumentista Marco Giudici e il cantautore okgiorgio.

 

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Arriva a tre anni dal suo debut album, projections on a human screen, insieme a 5 canzoni che suonano come un pomeriggio di pioggia nella tua cameretta d’infanzia, e parlano come quei flussi di coscienza che riservi alle note del telefono, ma vorresti qualcuno leggesse. Nella musica di HÅN percepisco il desiderio di dipingere una realtà alternativa a quella che viviamo: che siano i limiti dello spazio che occupi o la relazione in cui non riesci a dire tutto quello che desideri, fa poca differenza. In questo ep, nello specifico, c’è la silenziosa accettazione dei late twenties (lei è classe 1996), di come non smetti di confonderti mentre cerchi il tuo posto nel mondo, ma stai imparando a famigliarizzare con le tue insicurezze, e non hai più voglia di restarci bloccata dentro: al contrario, le rendi un superpotere.

Nella nostra calmissima conversazione su Google Meet, avvolte nel buio di un piovoso mercoledì milanese, HÅN parla come una persona che, in realtà, il suo posto l’ha trovato: se non può prevedere cosa porterà il domani, è più che certa che continuerà a fare musica. Una certezza svincolata dall’ansia di produrre per l’algoritmo o rincorrere un’industria musicale sempre più precaria, ma mossa dalla necessità di comunicare qualcosa di vero, a chiunque voglia prendersi del tempo per ascoltare. Ma c’è ancora spazio per la verità nella musica? Nella ricerca di una risposta, abbiamo parlato di questo e molto altro.

Nel tuo ep ho notato un’atmosfera molto più in linea con gli artisti anglofoni che ascolto di solito, rispetto a quello che va di moda in Italia. Anche come costruisci il testo e pronunci le parole: ha senso dire che sia ‘poco italiano’?

Sì, me l’hanno detta in tanti questa cosa. Non so se sia una cosa positiva o no. Soprattutto riguardo la pronuncia, che per me è assurdo in quanto nata e cresciuta in Italia.

Perché dici che non sai se è una cosa positiva o no?



Perché secondo me i progetti in Italia, soprattutto cantautorali, fanno molta leva sull’essere “italiani” dal punto di vista più culturale. Un progetto che sa di cantautorato un po’ vecchia scuola è forse più relatable per la maggior parte del nostro pubblico. Però, vabbè, ‘sti cazzi di essere relatable a tutti.

Tu sei cresciuta tra Brescia e Milano, giusto?

Sì, io vengo da Desenzano del Garda, in provincia di Brescia. Ma vivo a Milano da quasi tre anni. Ho fatto un anno a Londra, studiato a Trento, e adesso sono qui.


Scrivi in modo diverso quando torni a casa rispetto a quando sei a Milano?

È più un cambio temporale. Oggi torno a casa raramente, e quando succede non mi capita quasi mai di scrivere, se non magari d’estate. A Milano scrivo anche con altre persone e in spazi più ampi. In studio di registrazione c’è una maggiore compagnia nella scrittura, mentre a casa sono solo io nella mia stanza sentendomi un’eterna sedicenne 4ever. Ma è un approccio che mi ha stancato, oggi preferisco la condivisione.



Se qualcuno entrasse nello studio di registrazione insieme a te, Marco Giudici, okgiorgio cosa vedrebbe?



Non so se saranno felici, ma un giorno eravamo tutti e tre nello studio, e Giorgio si è letteralmente addormentato sul divano mentre suonavamo, perché Marco ci stava mettendo parecchio ad editare la traccia. Quindi forse vedresti Giorgio che dorme. No, scherzo, di base con questo ep io ho fatto un po’ la direttrice d’orchestra e loro il lavoro di arrangiamento. Sono due opposti che credo abbiano lavorato molto bene insieme.

Cos’è che ha permesso questo bell’incastro tra di voi?

Hanno avuto due approcci diversi anche con me. Con Giorgio ci conoscevamo già da tempo e aveva lavorato anche  al mio precedente lp. Di Marco avevo ascoltato il suo album e mi colpì subito la delicatezza; ha un’impronta tutta sua. Quando l’ho sentito suonare all’Arci Bellezza, piansi fiumi di lacrime – cosa rara perché io non piango quasi mai con la musica. Le nostre sensibilità si sono trovate sullo stesso piano.

Nel precedente album scrivevi in inglese, qui in italiano: con quale lingua ti senti più a nudo?

Decisamente con l’italiano. Prima mi sentivo ingabbiata nel non poter dire le cose come avrei voluto, e l’inglese mi faceva sentire troppo protetta. Poi come dicono, quando parli diverse lingue diventi un po’ diverse versioni di te. Con l’inglese, ad esempio, mi sento un’altra rispetto con l’italiano. Ma parlo italiano tutti i giorni della mia vita, e ho voluto provare a farlo anche con la mia musica.

 

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In Lontano dici “Faccio riti ma poi non ci credo”. In Danni, “Stasera mi chiudo in una stanza, costruisco un posto per dormire un po’”. In Fare Finta, invece, “Ho sognato che mi lanciavano nello spazio” .Sembra che la fantasia gioca un ruolo importante in questi brani, quasi come fosse una via di fuga per te. Lo sforzo d’immaginazione è qualcosa che ha sempre fatto parte di te o che hai esplorato in modo particolare per questo ep?

In realtà a me piace molto scrivere più di immagini che sensazioni. Ma non la definirei fantasia, perché sono tutte cose reali. Quel sogno l’ho fatto veramente. La stanza è perché ho effettivamente passato molto tempo in stanza quando ho scritto questo ep. Anche i riti: mi è stato regalato un kit da strega.

Davvero?

Sì, ho fatto due riti. Uno sulle finanze, uno sull’amore e devo dire che piano piano si stanno manifestando. Ma di base, mi piace usare cose che ho vissuto e traslarle. In passato inventavo più storie, come in una canzone uscita nel 2020, intitolata Jenny, che era una sorta di ‘coming out’ inconsapevole. In quel pezzo mi immaginavo una persona che passeggiava dentro un’altra dimensione. Oggi sono molto più concreta.

E la concretezza amplifica la vulnerabilità?



Sì, mi sento più esposta, ma ne avevo così tanto bisogno che ora non mi genera più ansia. Mi rende a mio agio, perché è quello che volevo fare. Sono una grande fan della verità a tutti i costi, e anche nella musica se non dico la mia verità non sento soddisfazione.

Secondo te cos’è la verità nella musica?

È difficile. Ci sono progetti molto diversi dalla persona che c’è dietro, ma credo siano comunque una parte della loro verità che non viene espressa nella vita di tutti i giorni. Poici siano anche progetti costruiti su qualcosa di non totalmente autentico, e penso che un po’ si percepisca da fuori. Non vedo il senso di fare musica per esprimere qualcosa che non provi o non ti rappresenta davvero.

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Ti sei mai sentita di dover scendere a compromessi che non ti rappresentassero davvero?



All’inizio scrivere in italiano lo vedevo come un compromesso, ed è il motivo per cui l’ho fatto così tardi nel mio percorso musicale. Finché non ci si sente pronti a fare qualcosa credo non sia giusto farlo; 10 anni fa avrei detto ‘che schifo Sanremo’ oggi ti direi che no, non è uno schifo. Penso sia importante, però, far maturare le cose e capire quand’è il momento giusto per accoglierle. Ma detto questo, non mi sono mai sentita pressata a fare nulla. Non so se sto sbagliando a non preoccuparmene, ma magari avrei potuto fare scelte diverse; mi è stato proposto di andare ad X Factor, ad esempio, e magari se ci fossi andata quattro anni fa, ora sarei ad un punto diverso? O forse no? Ma il discorso è sempre quello: se per te non è il momento, non ha senso farlo. Anche perché credo che il pubblico lo percepirebbe.

Oggi c’è una certa ossessione per gli streams e l’algoritmo, ti sembra mai di perdere la naturalezza nella creazione che magari avevi da piccola o prima di far parte dell’industria?



Quando scrivevo da piccola volevo evadere da dove vivevo, ovvero, un luogo dove non c’era niente e nulla mi rappresentava. Internet mi ha cresciuta in questo senso, perché mi ha un po’ aperto le porte a cosa ci fosse fuori dal mio piccolo paesino tutto uguale. Poi ho attraversato un periodo dove volevo seguire i contratti, e avevo il pallino del firmare con un’etichetta importante. Quando è successo, è stato l’anno peggiore della mia vita. Oggi sono super serena, perché non me ne frega niente. Voglio solo fare cose belle e farle al meglio, e che mi rappresentino. Il risultato alla fine non lo puoi davvero controllare, no? Quindi inutile stare a morirci dietro. Poi se non ci pensi tu, magari ci sarà qualcun altro a ricordartelo. Ma in ogni caso, mentalmente sto meglio e non sono disposta a rinunciare a quello che amo.

Qual è il primo ricordo che colleghi alla musica?

Mio padre è un audiofilo. Ha questa stanza piena zeppa di vinili e dischi, con un impianto super pazzesco. Quando ero piccola ci metteva l’adesivo addosso perché nessuno poteva avvicinarsi, tipo scena del crimine. Ascoltavo con lui musica classica o jazz, e ad un certo punto ho iniziato a suonare il violino (oggi non ricordo più nemmeno come si legge lo spartito). All’epoca nel mio paesino di merda non esisteva una scala di canto, e l’hanno fatta solo 4 anni dopo da quando volevo farlo io. La vera svolta è arrivata quando ho iniziato a scrivere, ma ero già all’università.

Cosa ti fa più sentire più insicura e cosa ti dà fiducia?



Nella musica mi fa sentire insicura l’instabilità che porta questo lavoro. Dall’altra parte sono molto fiduciosa che lo farò finché sono viva, e questo mi dà carica. Se vuoi fare qualcosa, in questo caso la cantautrice, il modo puoi trovarlo, e può andare bene, male, può essere difficile o meno. Ma vista la quantità di stress che mi sto prendendo in questi anni, continuo comunque a farlo, e intuisco che continuerò! Seppur bello, ti porta anche a te rinunce o alternative. Ma ad oggi poter ancora fare qualcosa che mi appassiona, credo sia la scelta migliore.

C’è un’artista che quando lo ascolti pensi vorrei che le persone ascoltando te provino qualcosa di simile?



Una delle prime girls è stata Lorde. Ricordo quando ho comprato Pure Heroine pensai che sarebbe bello essere un po’ come lei. Poi i Radiohead sono tra i miei primi gruppi preferiti. E Bon Iver, stesso discorso, ma con un impatto emotivo ancora più forte su di me.

 

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La situazione perfetta per ascoltare il tuo ep?



Direi un po’ di solitudine. Un momento che prendi per te, che sia un viaggio in macchina o banalmente quando sei a letto.

Che stagione sarebbe?



Questo ep mi sa di primavera. Non è musica super triste: è un po’ come saltellare in giro ma con un filo di malinconia.

Sembra quasi che in queste canzoni ti stai rivolgendo a qualcun che non ti vede o ascolta veramente. Mi sa di situationship e scarsa comunicabilità, sbaglio?

La cosa più assurda è che quello che racconto in queste canzoni si è avverato dopo averle scritte. Io percepivo come si sarebbe evoluta la situazione con questa persona, ed è successo dopo.



Una profezia autoavverrante?

Sì. Penso a tutti quei trapper che nei testi dicono di fare tanti soldi e poi effettivamente guadagnano un botto. Solo che a me è successo con le relazioni. Forse devo iniziare anche io a scrivere di soldi!

I tuoi testi sono sempre autobiografici o parlano di altri?

Sempre tutto mio. Vorrei iniziare a scrivere anche di me che osservo gli altri, ma mi risulta difficile.

Sei una grande osservatrice?

Sono un po’ persa nel mio mondo, ma vorrei affrontare tematiche un po’ più ampie. Non per forza solo relazioni o crescere. Ma è difficile farlo in una maniera che sia interessante per me.

Quali sono le tematiche che ti premono di più oggi, anche se non ne scrivi?



Ambientalismo, diritti civili, e anche le disparità economiche in generale. Cosa significa stare in una città come Milano e tutte le dinamiche relazionali un po’ utilirastiche che escono fuori. Ma vorrei farlo un po’ sottoforma di satira, e non so ancora quando sarò pronta.

Secondo te è fondamentale il coming out come artista queer in Italia o magari siamo andati oltre?



Io mi identifico come bisessuale ma l’ho sempre detto solo attraverso i meme. Penso sarebbe importante che lo facessero personalità grosse con una grande influenza, perché manderebbe un bel messaggio simbolico al paese. Per artisti più piccoli dipende un po’ come gira a loro, e per tanti non è necessario esplicitarlo. Se ti senti a tuo agio così non posso dire niente. Ma se sei una popstar prima in classifica, mi sembra strano che un coming out risentirebbe sulle tue vendite. Però anche lì, che ne sai? Rimane molto personale.

In Fare Finta dici “Fare piangere e rumore come un temporale/ Riordinare tutto il mondo e esserne capace” non è forse questo il mestiere di un’artista?

La prima parte, sì. Dobbiamo fare rumore e far piangere. Ma riordinare il mondo è difficile: è complicato esporsi in modo significativo su certi argomenti complessi e sfaccettati. A volte io non so come contribuire al dibattito in modo utile senza ripetere quello che hanno già detto tremila persone, anche molto più preparate di me. Mi piacerebbe essere parte di un dibattito un po’ più approfondito, e per questo, servirebbe informarsi tanto e di più.

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