La musica italiana, attraverso le sue canzoni, ha impiegato decenni per raccontare la comunità LGBTQIA+ senza nasconderla dietro sottintesi o giri di parole, ma quando lo ha fatto ha lasciato un segno profondo.

Canzoni italiane della comunità LGBTQIA+: la maxi lista
Da Umberto Bindi, colpito dalla stampa per un anello al mignolo nel 1961, fino agli inni queer contemporanei, ogni canzone di questa selezione racconta un pezzo di quel percorso fatto di censura, ambiguità cercata o subita, coraggio silenzioso, orgoglio dichiarato.
In questa raccolta ripercorriamo le tappe della musica leggera italiana che hanno significato qualcosa per la comunità LGBTQIA+, da Sanremo ai club, dagli anni Sessanta a oggi.
Non mi dire chi sei / Il nostro concerto – Umberto Bindi (1960-1961)
Il caso italiano più antico e più doloroso è quello di Umberto Bindi. Nel 1960 “Il nostro concerto” resta primo in classifica per dieci settimane, ma è l’anno dopo, a Sanremo 1961, che la sua vita cambia per sempre: durante l’esibizione con “Non mi dire chi sei”, le telecamere si concentrano su un vistoso anello che Bindi porta al dito mignolo, e nei giorni successivi giornali e critici non parlano della canzone ma soltanto di quell’anello, letto come una conferma della sua omosessualità.
“Della mia canzone non fregava niente a nessuno, volevano solo sapere se ero finocchio”, raccontò lui stesso anni dopo.
Da quel momento la sua presenza sui palcoscenici televisivi e sanremesi si riduce drasticamente, complice un clima diffusamente omofobo, e tornerà all’Ariston solo nel 1996.
Il coming out pubblico arriva nel 1988, in lacrime, al Maurizio Costanzo Show. Morirà nel 2002, in ristrettezze economiche, in attesa dei benefici della legge Bacchelli. “Il nostro concerto” resta oggi il simbolo di cosa significasse, nell’Italia del 1961, mostrare in pubblico anche solo un dettaglio non conforme, e Gino Paoli lo ha omaggiato più volte sul palco dell’Ariston, ricordandolo come un artista “massacrato, deriso, umiliato e poi dimenticato”.
Pierre – Pooh (1976)
In un panorama musicale che raramente affrontava il tema apertamente, i Pooh pubblicano un brano che racconta l’incontro tra il narratore e un vecchio compagno di scuola, Pierre, che ritrova e riconosce mentre vive la propria identità nei panni femminili.
Il testo non specifica se si tratti di un percorso di affermazione di genere, ma resta comunque non giudicante per l’epoca: “Sotto il trucco gli occhi sono i tuoi, non ti arrendi a un corpo che non vuoi sentire, Pierre sono grande e ho capito sai, io ti rispetto, resta quel che sei”.
Una delle prime canzoni pop italiane a trattare un’identità di genere non conforme con un atteggiamento di rispetto, ancora oggi citata come pietra miliare quando si parla di rappresentazione LGBTQIA+ nella musica leggera italiana.
A far l’amore comincia tu – Raffaella Carrà (1976)
Il testo racconta di una donna spregiudicata che invita il proprio uomo a prendere l’iniziativa nel sesso, un ribaltamento dei ruoli che negli anni Settanta italiani non era affatto scontato.
Il brano diventa negli anni Duemila un vero inno grazie soprattutto al remix del dj francese Bob Sinclar, adottato ufficialmente come colonna sonora del Pride in diversi paesi, e ottiene una seconda vita internazionale quando Paolo Sorrentino lo sceglie per aprire “La grande bellezza”, il film premiato con l’Oscar nel 2014.
Raffaella Carrà, diventata “icona gay mio malgrado” come ha raccontato lei stessa, ha ricevuto nel 2017 il World Pride Award a Madrid.
Oh Carmela – Donatella Rettore (1977, Sanremo)
Prima ancora di diventare l’icona androgina di “Splendido splendente”, una giovanissima Donatella Rettore porta all’Ariston “Oh Carmela”, brano scritto insieme al marito Claudio Rego, ambientato tra soldati che “si incontravano di notte per non farsi vedere, cantavano e facevano l’amore”.
Il testo resta volutamente ambiguo, incastonato in una cornice storica e politica più che dichiaratamente a tema, e nel tempo ha ricevuto diverse letture queer da parte della critica, senza però che la canzone sia mai stata rivendicata come tale né dall’autrice né dalla comunità in modo organico.
La inseriamo più come curiosità storica che come vero e proprio inno.
Il Triangolo – Renato Zero (1978)
Contenuto nell’album “Zerolandia”, “Il Triangolo” racconta un’esperienza sessuale a tre in cui il protagonista, dopo un primo momento di spaesamento, scopre un piacere che non si aspettava.
Renato Zero, con il suo trucco, i costumi eccentrici e un intero immaginario costruito sull’ambiguità, era già diventato un punto di riferimento per il pubblico gay italiano, che negli anni successivi lo avrebbe eletto a icona nonostante i rapporti tra il cantante e la comunità LGBTQIA+ siano stati spesso complicati, tra dichiarazioni discutibili e riletture della sua immagine come pura estetica trasgressiva più che come reale rappresentazione.
Tanti auguri / Luca – Raffaella Carrà (1978)
Sempre nel 1978, lo stesso anno di “Il Triangolo”, Raffaella Carrà pubblica quella che diventerà una delle canzoni più identitarie della sua intera carriera.
Scritta da Gianni Boncompagni e Daniele Pace, “Tanti auguri” è la sigla del varietà Rai “Ma che sera” e diventa presto un manifesto di libertà sessuale universale: “L’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu”, canta Carrà, in un’Italia ancora profondamente conservatrice.
Il brano si trasforma nel tempo in una delle colonne sonore fisse dei Pride italiani.
Nello stesso album Raffaella Carrà pubblica anche “Luca”, canzone generalmente interpretata come una delle prime della musica leggera italiana ad affrontare, in maniera esplicita, l’attrazione di un ragazzo per un altro uomo, quando la televisione pubblica italiana lasciava passare un tema simile solo se restava sufficientemente velato.
Vladimir Luxuria ha ricordato più volte come le canzoni di Raffaella Carrà siano state per decenni la colonna sonora dei Pride italiani, e come i suoi look abbiano ispirato generazioni di drag queen in tutto il mondo.
Polisex – Ivan Cattaneo (1980)
Ivan Cattaneo pubblica quello che viene definito l’inno ante litteram alla bisessualità della musica italiana, contenuto nell’album “Urlo”.
Cattaneo è il primo cantautore italiano a fare coming out pubblicamente, dichiarandosi omosessuale già nel 1975 sul palco del festival di Re Nudo davanti a duecentomila persone, un’esposizione che gli costa minacce fisiche da parte del pubblico presente.
Con il trucco, i look androgini e un immaginario costruito sull’ambiguità di genere, Cattaneo diventa un punto di riferimento della cultura gay italiana degli anni Ottanta, anche se racconta più volte di non essersi mai sentito sostenuto in modo concreto dalla comunità gay.
Non sono una signora – Loredana Bertè (1982)
Scritta su misura per lei da Ivano Fossati, “Non sono una signora” diventa il singolo più venduto della carriera di Loredana Bertè, resta ventidue settimane in classifica e vince il Festivalbar, dove la cantante si presenta sul palco in abito da sposa, proprio per sottolineare il contrasto tra l’immagine imposta alle donne e la libertà che rivendica nel testo.
Il brano parla di una donna che rifiuta ogni etichetta e ogni aspettativa sociale, e diventa presto un inno all’autodeterminazione capace di parlare a chiunque si sia sentito costretto in un ruolo non suo.
Loredana Bertè è diventata negli anni un’icona gay dichiarata, con un legame personale profondo con la comunità: ha raccontato più volte l’amicizia con Leonardo, amico caro morto di AIDS nei primi anni Novanta, e si è schierata pubblicamente a favore del DDL Zan e dei diritti delle persone transgender.
Babilonia – Giuni Russo (1984)
Il titolo è stato spesso letto come un riferimento a “Babilonia”, storica rivista gay italiana ancora ai suoi primi passi quando il brano esce, anche se un collegamento esplicito non è mai stato confermato direttamente da Giuni Russo.
Giuni Russo, il cui look androgino e la cui relazione sentimentale con la sua paroliera e manager Maria Antonietta Sisini erano un segreto di Pulcinella nell’Italia bigotta degli anni Ottanta, rilasciò proprio nel 1984 un’intervista alla rivista Babilonia in cui affrontò apertamente il suo rapporto con il pubblico gay.
Uomini soli – Pooh (1990, Sanremo)
Vincitore di quell’edizione del Festival, il brano contiene un verso che allude senza equivoci alla solitudine di chi vive un amore non convenzionale: “Ci sono uomini soli, per donne che li han rivoltati e persi, o solo perché sono dei diversi”.
Il termine “diversi” oggi suonerebbe fuori luogo, ma per gli standard del 1990 rappresentava comunque un riconoscimento pubblico, sul palco più visto della televisione italiana, dell’esistenza di una solitudine legata all’orientamento sessuale.
Gli amori diversi – Rossana Casale e Grazia Di Michele (1993, Sanremo)
Il titolo, deliberatamente ambiguo, insieme ad alcuni servizi fotografici promozionali con pose allusive, alimenta per settimane la sensazione che il brano racconti un amore lesbico tra le due interpreti.
Le due cantanti smentiranno più volte, sostenendo di essere state fraintese e che il testo non fosse autobiografico.
“Gli amori diversi” resta comunque uno dei primi casi italiani in cui l’ambiguità intorno a un testo pop diventa essa stessa argomento di discussione pubblica. Il brano arriva terzo a Sanremo 1993.
Io e Maria – Paola Turci (1993)
Scritta per lei da Luca Carboni e contenuta nell’album “Ragazze”, “Io e Maria” racconta apertamente una fortissima amicizia platonica tra due donne, diventando anche singolo.
Paola Turci ha raccontato che il video del brano l’ha aiutata anni dopo a mostrarsi senza più nascondere una cicatrice al volto di cui si vergognava. Un tassello importante nella rappresentazione dell’amore lesbico nella musica pop italiana degli anni Novanta.
Sulla porta – Federico Salvatore (1996, Sanremo)
Uscendo per la prima volta dai panni comici con cui era conosciuto, Federico Salvatore porta all’Ariston la storia di un ragazzo che, sulla porta di casa, annuncia alla madre di voler andare a vivere con un uomo, in un brano che affronta apertamente il tema del pregiudizio familiare senza scadere nel dramma a tutti i costi.
Fu tra i primi, quando il tema non era ancora considerato adatto per la tv di stato, a portare a Sanremo un racconto esplicito di coming out in famiglia.
Orlando – Madreblu (1997)
Il duo composto da Raffaella Destefano e Gino Marcelli pubblica, nell’album “Prima dell’alba”, un brano il cui titolo cita direttamente il romanzo di Virginia Woolf in cui il protagonista cambia sesso attraversando i secoli.
Il testo, poetico e mai didascalico, affronta apertamente il tema della transessualità in un anno in cui l’argomento era pressoché assente dalla canzone italiana, con un approccio che la critica ha definito da allora un piccolo classico del genere.
Resta come sei – Dolcenera
Contenuto nell’album “Il popolo dei sogni”, il brano racconta la storia di Laura, una ragazza che nasconde alla madre di essere innamorata della propria migliore amica.
Il ritornello, “Tu sei diversa, tu sei diversa… resta come sei: è la tua vita”, si trasforma in un’aperta apologia dell’omosessualità femminile, rara nel pop italiano dell’epoca. Dolcenera, da sempre considerata un’icona gay, è stata madrina di diversi Pride italiani, tra cui Genova, Padova, Torino e l’Europride di Roma del 2011.
Eva-Eva – Subsonica (2002)
Contenuto nell’album “Amorematico”, il brano celebra con un linguaggio poetico e metaforico un momento di intimità tra due donne, senza mai scivolare in una rappresentazione voyeuristica o maschilista del rapporto.
“Come Eva incontra Eva incidentalmente… o come, forse, un gancio teso al cuore”, canta Samuel, in uno dei rari casi in cui l’amore saffico viene raccontato con delicatezza da un gruppo interamente maschile.
Pensieri timidi – Jessica Morlacchi (2007)
Uscito dopo l’esperienza della cantante nei Gazosa, il singolo racconta la risposta di una donna all’amica che le ha confessato di amarla: un rifiuto gentile, ma anche il riconoscimento pieno di quel sentimento, reso con un linguaggio delicato e mai giudicante.
La stessa Jessica Morlacchi ha confermato che il brano è dedicato a una storia d’amore tra due donne.
Gino e l’Alfetta – Daniele Silvestri (2007)
Terzo singolo estratto dall’album “Il latitante”, il brano ironizza sul pregiudizio e sull’omofobia delle forze dell’ordine: il protagonista è un uomo eterosessuale che viene fermato da due poliziotti bigotti (Gino e il collega) mentre va al Pride, e i poliziotti lo scambiano per omosessuale a causa dei suoi vestiti.
Il ritornello “Sono gay / non sono gay” è il pensiero paranoico del poliziotto omofobo che va in crisi d’identità.
Nel video, diretto da Alex Infascelli, Daniele Silvestri interpreta un angelo custode che ruba l’auto dei due protagonisti e li conduce al Pride di Roma. Il brano diventa l’inno ufficiale del Roma Pride 2007 e, nonostante le vendite modeste all’uscita, resta oggi uno dei brani più ascoltati in streaming tra quelli a tema.
E Raffaella è mia – Tiziano Ferro (2007)
Nel 2010 lo stesso Tiziano Ferro ha dichiarato che con questo brano, uscito tre anni prima come omaggio a Raffaella Carrà, voleva lanciare un segnale sul proprio orientamento sessuale, illudendosi di non essere scoperto.
Ferro farà coming out ufficialmente solo nel 2011, in un’intervista a Vanity Fair, ma il tormentone del 2007 viene retrospettivamente letto come un primo, velato tentativo di dirlo attraverso la musica, nascosto dietro l’omaggio a una delle icone gay più amate d’Italia.
Ore ed ore – Valeria Vaglio (2008, Sanremo Giovani)
Nella stessa edizione in cui debutta “Il mio amico” di Anna Tatangelo, tra le nuove proposte compare Valeria Vaglio con “Ore ed ore”, la storia di un amore tra due donne raccontata senza metafore. Una delle prime volte in cui l’amore lesbico trova spazio esplicito, e non solo alluso, sul palco sanremese.
Il mio amico – Anna Tatangelo (2008, Sanremo)
Il brano, arrivato secondo tra i Big, racconta l’amicizia con una persona gay.
Nonostante alcuni stereotipi nella scrittura, resta iconico per il verso “l’amore non ha sesso, il brivido è lo stesso, o forse un po’ di più”, diventato negli anni un piccolo classico affettuoso per generazioni di ascoltatori queer.
Perfetti – Niccolò Agliardi (2009)
Scritta per Sanremo 2009 come possibile duetto con Ornella Vanoni, la canzone fu scartata dal Festival, proprio l’anno in cui passò “Luca” di Povia.
Agliardi ha raccontato di aver voluto scrivere una storia d’amore gay calata nella “più profonda normalità”, senza retorica né vittimismo. Nel 2011 la cantante Eleonora Crupi ne ha inciso una cover, scegliendola proprio per combattere l’omofobia.
Il postino (Amami uomo) – Renzo Rubino (2013, Sanremo)
Tra le Nuove Proposte del 2013, Renzo Rubino canta un desiderio omoerotico dichiarato senza drammi né sensi di colpa: “Amami uomo con le mani da uomo, e toccami fiero con un soffio leggero. Bello di mamma, tosto macio per papà, l’uomo senza curve un donnone sposerà”.
Per la prima volta a Sanremo l’amore omosessuale viene raccontato come qualcosa di cui essere orgogliosi, non come un dramma da superare.
Due madri – Roberto Vecchioni (2013)
Contenuto nell’album “Io non appartengo più”, il brano racconta una storia vera: quella della figlia di Vecchioni e delle sue due nipoti, Nina e Cloe, cresciute con due madri.
Scritto in prima persona come dedica familiare, senza toni da manifesto ma con affetto diretto, resta una delle rappresentazioni più delicate della genitorialità omosessuale nella canzone d’autore italiana.
Ottobre – Carmen Consoli (2015)
Terzo singolo estratto dall’album “L’abitudine di tornare”, il brano racconta un amore segreto tra due ragazze nell’Italia degli anni Cinquanta.
Carmen Consoli ha spiegato di aver voluto sottolineare “il bivio a cui si trovano davanti le persone che vivono l’esperienza di dover fare una scelta: essere se stessi oppure adeguarsi a ciò che vogliono gli altri”.
Io sono una finestra – Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi (2015, Sanremo)
Il duetto tra Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi, in arte Platinette, porta sul palco dell’Ariston un brano dedicato esplicitamente a chi ha sofferto per il proprio travaglio interiore legato all’identità o è stato discriminato per il proprio orientamento sessuale.
Il pezzo vince il Premio Lunezia per il valore musicale e letterario di quell’edizione.
Le ragazze di Porta Venezia – M¥SS KETA (2015-2019)
Nata nel 2013 dal collettivo Motel Forlanini, M¥SS KETA costruisce il suo personaggio mascherato nella scena clubbing gay e queer milanese di Porta Venezia.
“Le ragazze di Porta Venezia” diventa un manifesto corale quando, nel 2019, esce la versione “The Manifesto” con Elodie, La Pina, Joan Thiele e Priestess: un inno di sorellanza e cultura queer costruito attorno a un’identità che rifiuta ogni definizione univoca.
Billboard la descrive come “icona della cultura queer e anti-establishment in Italia”, anche se lei stessa preferisce non incasellarsi in etichette rigide.
Il diario degli errori – Michele Bravi (2017, Sanremo)
Il testo, scritto da Federica Abbate, Giuseppe Anastasi e Cheope, non usa mai un pronome di genere: si rivolge a un “tu” senza identità definita, il che ha permesso al brano di funzionare come una confessione universale su errori e fragilità sentimentali, valida per chiunque l’ascoltasse.
Proprio questa assenza di riferimenti espliciti è stata letta nel tempo come parte del significato che la comunità LGBTQIA+ ha attribuito al brano: Michele Bravi, cantante apertamente gay, ha raccontato che il pezzo racconta una storia vissuta davvero, senza però che il testo stesso la renda esplicita.
Il brano arriva quarto tra i Big di quell’edizione.
Santa Rosalia – Levante (2017)
Contenuto nell’album “Nel caos di stanze stupefacenti”, il brano prende il nome dalla santa patrona di Palermo. Levante l’ha dedicato a un’amica omosessuale, trasformando il testo in una filastrocca delicata capace di parlare anche ai bambini: “Rosa o blu, rosa o blu, dai un bacio a chi vuoi tu, mostrati per ciò che sei, non restare nascosto”.
Rolls Royce / Marilù / Me ne frego – Achille Lauro (2019-2021, Sanremo)
Va detto con chiarezza: qui non sono i testi a fare la differenza, dato che i brani di Achille Lauro raramente affrontano esplicitamente temi LGBTQIA+.
È la performance, non la scrittura, a trasformare le sue esibizioni sanremesi in manifesti di rottura dei codici di genere: trucco, abiti che mescolano femminile e maschile, baci in diretta con il chitarrista Boss Doms nell’edizione 2021.
Presentando “Marilù” nel 2021, si è descritto così: “Un bambino con la cresta, un uomo con le calze a rete, una donna che si lava dal perbenismo e si sporca di libertà”.
Un’estetica costruita insieme al direttore creativo di Gucci Alessandro Michele, che negli anni ha fatto di Achille Lauro un punto di riferimento visivo per l’immaginario queer italiano, anche quando i testi restano più ambigui delle immagini.
Tikibombom – Levante (2020, Sanremo)
Levante, cantautrice sapiosessuale, affronta nel suo brano sanremese il tema della diversità e del bullismo, con un verso diretto rivolto a chi viene preso in giro per la propria femminilità o per il proprio non conformarsi al modello maschile atteso (“ciao tu, freak della classe, femminuccia vestito con quegli strass, prova a fare il maschio”).
Nonostante il brano si fermi al dodicesimo posto, resta una delle canzoni sanremesi più dirette sul tema del bullismo legato al genere e all’identità, scritta da un’artista che quella causa la vive anche fuori dal palco.
Marea (La dolce vita) – Madame (2021)
Uscito pochi mesi dopo il coming out come bisessuale della cantautrice, arrivato durante Sanremo 2021, il brano descrive attraverso metafore un rapporto tra due donne, cosa che Madame stessa ha confermato spiegando alcuni passaggi del testo in un video pubblicato sui social. Un tassello importante nella rappresentazione della bisessualità femminile nella musica pop italiana contemporanea.
Amare – La Rappresentante di Lista (2021, Sanremo)
Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina si definiscono apertamente una queer band, descrivendo il proprio genere musicale come “libero oltre il genere, trasversale” e la propria identità come gender fluid.
Nello stesso periodo della loro partecipazione sanremese si schierano pubblicamente a favore del DDL Zan con una lettera aperta pubblicata su La Stampa. Il duo porta sul palco dell’Ariston un’estetica e un discorso esplicitamente queer, prima ancora che il testo del brano lo faccia.
Brividi – Mahmood e Blanco (2022, Sanremo ed Eurovision)
Vincitore di Sanremo 2022 e portato poi all’Eurovision, “Brividi” non nomina mai il genere delle due persone protagoniste della storia d’amore raccontata, e proprio per questo scatena da subito interpretazioni diverse, con parte della stampa e del pubblico che legge il brano come una storia d’amore omosessuale.
Mahmood e Blanco hanno chiarito di aver voluto scrivere un testo che raccontasse la paura di non sentirsi accettati senza incasellare l’amore in una categoria specifica: “Non vogliamo incasellare l’amore, vogliamo dargli uno sfogo libero al 100%”, ha detto Mahmood.
Il punto centrale, però, è esattamente questo: “Brividi” funziona come inno queer proprio grazie all’assenza di genere nel testo, non nonostante essa.
È quella mancanza di specificazione, in un contesto mainstream e popolare come quello sanremese, ad aver permesso a chiunque, comprese le persone LGBTQIA+, di riconoscersi nella storia raccontata, rendendolo uno dei brani più discussi e più adottati dal pubblico queer degli ultimi anni.
Elle – Elodie (2023)
Contenuto nel mixtape “Red Light”, il brano si apre con un verso che ridefinisce il concetto di famiglia: “Vieni qua, ti apro la porta di casa mia, della famiglia più bella e meno legittima che ci sia”.
L’intero progetto, come dichiarato dalla stessa Elodie in conferenza stampa, affronta temi legati alla discriminazione della comunità LGBTQIA+ insieme a corpo, sensualità e indipendenza femminile.
Elodie non ha mai fatto un coming out personale, ma è una delle alleate più esposte pubblicamente, madrina del Roma Pride 2022 e più volte in prima linea contro le dichiarazioni omofobe di esponenti politici.
Oggi, vive pubblicamente una bellissima storia d’amore con la ballerina Franceska Nuredini.
1983 – Gianna Nannini (2024)
Nel brano che apre l’album “Sei nell’anima”, Gianna Nannini canta “sono nata senza genere”, un verso che lei stessa ha spiegato riferendosi proprio all’identità sessuale.
Nannini resta una figura complessa per la comunità LGBTQIA+ italiana: rivendicata come icona per decenni, ma criticata anche per il suo lungo silenzio pubblico sui diritti civili in Italia. “1983” arriva quando la cantante ha quasi settant’anni, come un bilancio tardivo ma esplicito sulla propria identità di genere.
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