I segreti di Lorde, la ragazza che ne ha viste di ogni

Da quindicenne prodigio a popstar alternativa, Lorde è ancora l'artista più anomala e misteriosa in circolazione.

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PHOTOGRAPHY BY THÉO DE GUELTZL
PHOTOGRAPHY BY THÉO DE GUELTZL
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Foto in copertina: THÉO DE GUELTZL (Vogue 2021)

Un tempo Ella Yelich-O’Connor era solo un topolino da biblioteca che alle feste di famiglia, preferiva restarsene in camera sua a leggere.

Figlia di papà ingegnere e mamma poetessa, nel 2009 una sua cover di Warcking Avenue di Duffy attira l’attenzione del talent scout Scott Maclachlan, che le offre subito un contratto per lavorare con produttori e cantautori della Universal Music Group. Ma la giovane Ella sa già cosa vuole raccontare.

Quando nel 2012 le radio di tutto il mondo iniziano a riprodurre Royals, quella ragazza è un mistero: nella generazione dei selfie infiniti e di YouTuber che muoiono per attirare l’attenzione, le persone non possono credere che quella ragazza dal trucco dark goth, la lunga chioma scura, e la profonda voce in contralto, abbia solo quindici anni.

Si fa chiamare Lorde, ma in quel ritornello ci ripete che lei non sarà mai una nobile: si è fatta le ossa sulle fedi nuziali dei film, non è orgogliosa del suo indirizzo o codice postale, non le frega niente di Cristal, Maybach, o dei diamanti sul tuo orologio, perché lei guida una Cadillac nei suoi sogni.

È l’esatto opposto di quello che una popstar dovrebbe essere, e se alcuni trovano insopportabile questa ragazzina così sfacciatamente alternativa e convinta di essere diversa dalle altre, nessunə può toglierle gli occhi di dosso.

Nel suo debut album Pure Heroine, Lorde è una teenager che non parla di crush o amori non corrisposti, ma di attese alla fermata dell’autobus, chiacchiere a notte fonda nella cucina del tuo migliore amico, genitori spaventati di invecchiare che non ti fanno uscire di casa, succhi d’arancia e risate fino a far diventare le costole dure. È la colonna sonora di ogni adolescente di periferia, che porta crateri sulla pelle e zero voglia di alzare le braccia al cielo per divertirsi come vorrebbero gli altri.

Royals arriva al primo posto della Hot 100 spodestando colleghe come Katy Perry, Britney Spears, e Miley Cyrus, e Lorde diventa la più giovane artista a scalare la classifica ufficiale in oltre 26 anni.

Quando nel 2014 sale sul palco dei Grammy per ritirare il premio come Best Pop Solo Performance, è una diciassettenne timidissima, così imbarazzata che non vede l’ora di scappare da quella platea.

Nel giro di poco tempo esce insieme a Taylor Swift (definendola una splendida giraffa, troppo alta per starle vicina sotto gli scatti dei paparazzi) e David Bowie la considera “il futuro della musica“.

Quando il Duca Bianco lascia questa terra, è proprio lei a celebrarlo sul palco dei Brit Awards con una cover di Life On Mars che fa venire la pelle d’oca a tuttə.

Lascia le campagne di Auckland per l’adrenalina della Grande Mela, frequenta Lena Dunham e Hari Nef, legge Joan Didion, e le spezzano il cuore.

L’adolescente timida e goffa diventa una giovane donna che partecipa a feste sfrenate, va al Met Gala con un braccio ingessato, balla fino a lacerarsi le sneakers, dimentica le chiavi del proprio appartamento in casa e rimane nei ristoranti fino alla chiusura.

Quando nel 2017 rilascia Melodrama ci racconta di una diciannovenne che si trucca nelle macchine degli sconosciuti e ogni giorno si sveglia in un letto diverso. A mezzanotte perde il lume della ragione e quando la festa finisce scopre cosa significa restare davvero da sole. La sua è un’epopea pop, che tra testi affilati come coltelli e melodie allucinate, porta con sé tutta l’incoscienza, la tenerezza, e il terrore del diventare adultə.

Per gen Z e late millennials, Lorde diventa la popstar con cui crescere insieme, una poetessa a cui affidarsi nei momenti di estrema solitudine, simbolo di vulnerabilità e rinascita. È così amata che nel 2018 cancella ogni post e sparisce dai social media, dicendo: “Less is always more“.

Nell’arco di cinque anni torna a casa in Nuova Zelanda, coltiva l’orto, parte per l’Antartide e comunica con i fan solo attraverso newsletter. Chiunque si chiede quando e come tornerà, e l’attesa di un terzo capitolo musicale ci sfianca d’aspettative.

L’11 Giugno 2021, in concomitanza con l’annuale eclissi solare, Lorde esce alla luce del sole: veste di giallo, immerge i piedi nella sabbia, e l’irrequietezza delle scorribande metropolitane lascia spazio ad un’inaspettata quiete. Solar Power non ha niente dei synth disperati e selvaggi di Melodrama, ma la chitarra acustica di Joni Mitchell e i cori trionfanti di George Michael, con un tocco tutto suo: a partire da quella cover, dove corre sulla spiaggia e copre i raggi solari con le chiappe all’aria.

È un terzo album che non diventa mai fisico, che guarda alla conservazione del pianeta, il contatto con la natura, e ci consiglia di gettare lo smartphone in acqua.

Con una pandemia alle spalle e una crisi climatica in atto, Lorde dichiara ai suoi fan che è tutto fuorché una salvatrice, ma solo una ragazza che rimane stordita al salone di bellezza, odia l’inverno, indossa ghirlande psichedeliche, ama il suo cane più di chiunque altro, e sdraiata sul bagnasciuga può giusto confidarci qualche segreto: dalle forchette rubate al Met Gala agli ex fidanzati cocainomani che fanno yoga con la madre di Uma Thurman.

È un terzo album troppo atteso e pacato per conquistare chiunque. È una sottile e intima lettera d’amore alla quotidianità più banale e mondana, e solo chi vive tutto l’anno in funzione della stagione estiva può capirla.

Ma oggi come dieci anni fa, Lorde non vuole conquistare chiunque: alla produttività asfissiante del sistema capitalistico, quella che ci abitua a consumare e gettare via l’arte alla velocità della luce, è ancora la popstar che spegne la radio, sceglie di addentrarsi in territori inesplorati e coltivare una creatività senza regole.

Quello di Lorde è un coming of age anomalo che sfugge ai riflettori, abbonda nella cultura del benessere e allo stesso tempo se ne prende gioco, e davanti un sistema che obbliga fare, produrre, e dire sempre di più – tocca (letteralmente) l’erba, sussurrandoci all’orecchio chi siamo.

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