Happiness – racconto inedito di Andrea Fiocca

Una serata in un locale, come tante, o forse unica. Racconto inedito di Andrea Fiocca.

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7 min. di lettura

Al mio tre, ok? Uno… due… tre!

 Siamo tutti raccolti intorno al tavolo in attesa che la mia amica ci dia il via libera. La sua voce troppo minuta le impedisce di imporsi sul trambusto assordante che ci circonda e rende difficile starle dietro.

Lei è l’unica del gruppo che conosco. Gli altri sono alcuni suoi amici che mi ha presentato questa sera. Uno dopo l’altro, seguiamo il suo esempio e buttiamo giù il primo bicchierino in un colpo solo. Sento il rum bruciarmi l’esofago come un getto di lava incandescente, un fuoco indomabile che si espande fino a divorarmi le viscere.

Stendo le labbra e digrigno i denti per contenere un grido. Con il respiro mozzato, butto giù il secondo bicchiere con il succo di pera. Lo tracanno tutto d’un fiato senza perdere tempo.

La polpa densa e tiepida mi dà subito una sensazione di sollievo. È come se mi ritrovassi a correre a piedi nudi sulla sabbia cocente. Provo un dolore insopportabile, ma a rendermi impavido è la vicinanza del mare, pronto ad accogliermi e ad alleviare ogni mia sofferenza.

   La mia amica propone un altro giro. Lei è abituata a bere e ha un invidiabile stomaco di ferro. Io, però, l’alcol non lo reggo affatto. È appena il terzo round e già non ci capisco più nulla. Dico a tutti che esco a prendere una boccata d’aria fresca prima di rovinare di brutto su qualcuno.

Uno del gruppo mi blocca afferrandomi il braccio. Ci siamo presentati poco fa ma ho seri problemi a ricordarne il nome.

   – Mi raccomando, tienilo nelle mutande! – esclama con voce concitata per l’euforia del momento. Tutti scoppiano a ridere. Lui e un altro ragazzo si scambiano un cinque.

   – Sei un idiota – lo rimbecca la mia amica. Adoro quando prende le mie parti ma so difendermi benissimo anche da solo.

   – Ci provo, ma non ti prometto nulla! – gli dico di rimando nella speranza di apparire simpatico. Lui lancia un ululato e mi dà una pacca amichevole sulla spalla in segno di approvazione.

   Mi allontano dal tavolo. Nella mia testa è tutto un caos. Il frastuono della musica sparata a palla si mischia al vociare insistente che riempie la sala. Un miscuglio di luci colorate, flash accecanti e sagome indistinte mi vortica davanti agli occhi in un turbine inarrestabile.

Ho le gambe molli e sono sicuro che tra non molto mi cederanno se non trovo un posto dove sedere. Tento di raggiungere l’uscita ma sfondare il muro compatto che si è creato davanti a me è quasi impossibile. Sono tutti ammassati gli uni sugli altri.

C’è chi è intento a saltellare e dimenarsi inebriato dalla musica e chi invece si muove nella ressa confusionaria in cerca di salvezza, proprio come me. È un continuo avanzare e respingere. Conquistato un passo, subito vengo sbalzato indietro dagli spintoni e dalle gomitate. 

La calca umana mi assorbe, pressato nel caldo opprimente della sala e dei corpi in tumulto, e mi rende parte di sé, di questa bolgia di cuori che vibrano al ritmo della musica che proviene dal palco. Il cantante, ospite d’onore della serata nell’unica data italiana del suo tour europeo, ha appena smesso di eseguire Happiness con uno scrosciante applauso e ha subito attaccato con un nuovo pezzo.

Da ogni parte si levano urla di approvazione. La sala precipita in un caos ancora maggiore. È il delirio. Mi avvento sulla folla e cerco di farmi largo, deciso a uscirne anche con le brutte. Provo a separare una coppia che si scambia effusioni spinte, ma non c’è niente da fare. Sono avvinghiati come polpi e le loro bocche sono sigillate in una estenuante apnea che sembra non voler finire più. Insisto e li separo con forza, ma anche con tanta soddisfazione, e passo loro nel mezzo, portandomi dietro una marea di insulti.

   Più in là, quando ho conquistato metà della sala e sono sempre più vicino all’uscita, una mano scivola nella mia. Mi sfiora appena per un breve attimo che basta a elettrizzarmi la pelle. Un fremito mi corre su per la schiena. Poi, il contatto improvviso si interrompe.

Mi giro a guardare indietro nel mezzo della folla e incontro lo sguardo complice di un ragazzo. C’è malizia nel suo sorriso prepotente. Subito dopo, la sua sagoma scompare nel mucchio, risucchiata in un buco nero senza ritorno. Vuole essere seguito.

Rimango immobile per un tempo incalcolabile e mi lascio trascinare dal flusso incessante. Alla fine, mi butto a capofitto in una ricerca disperata. Sono troppo desideroso di seguire l’ombra di quel sorriso. Non so neanche perché. Non è da me, dopotutto. Gli effetti dell’alcol, però, hanno iniziato a farsi sentire. Sono su di giri e questo mi dà il coraggio di fare qualsiasi cosa.

La mia testa è avvolta in una nebbia impenetrabile dove neppure i pensieri più semplici riescono a mantenere la presa. Svaniscono nel momento stesso in cui vengono formulati. E in questa situazione mi riesce di pensare una cosa soltanto: avvicinarmi a quel ragazzo e prendermi da lui quello che voglio. Mi sollevo sulla punta dei piedi e do uno sguardo intorno tra le teste e i corpi febbricitanti. Lo trovo subito.

Ora è in piedi contro il bancone del bar, i gomiti appoggiati sul ripiano e il bacino in fuori. Batte un piede a terra seguendo la musica che nel frattempo è cambiata. È il turno di Insomnia. Quando si accorge di me, mi punta lo sguardo addosso con insistenza. È uno sguardo pieno di sicurezza e di autostima. Mi avvicino e nel farlo cerco di non distogliere il mio dal suo.

Lo osservo nella penombra della sala senza mascherare la mia curiosità incontenibile. Ricci selvaggi, occhi neri come la pece, labbra morbide circondate da una barbetta incolta. Mi basta questo per appurare quanto sia carino. Sembra il classico ragazzo consapevole di essere bello e abituato a essere sempre cercato dagli altri.

Tra tutti i ragazzi che stanno qui, però, è me che ha sfiorato con la mano e che adesso guarda con bramosia, senza pretese, per lasciarmi intendere che posso averlo, se lo voglio. E io lo voglio. Mi ha lanciato l’amo con una semplice occhiata d’intesa e io ho abboccato in pieno.

   L’uno davanti all’altro ci scambiamo una lunga occhiata silenziosa che metterebbe a disagio chiunque, anche il più disinvolto. Ci scrutiamo con attenzione cercando di leggere i nostri reciproci pensieri attraverso ciò che esprimono gli occhi. I suoi sono lucidi e rossastri, quasi sul punto di esplodere. Oltre, non riesco a carpire nulla. Si scosta dal bancone e mi si fa parecchio vicino. I nostri nasi quasi si sfiorano.

Mi viene difficile reprimere la mia soggezione per questa vicinanza, sento il cuore contrarsi in una fibrillazione violenta, ma l’imbarazzo è attutito da tutto il liquore che ho in corpo e che mi sconvolge i sensi. Lui inclina un poco la testa e avvicina le sue labbra al mio orecchio. Ha un odore forte di alcol e fumo che mi stordisce. Deve aver bevuto parecchio anche lui, sicuramente molto più di me.

   – Dove sta il tuo ragazzo? – mi sussurra. La sua voce è calda e suadente. Il calore del suo respiro mi preme sulla pelle e la irretisce in un fremito che invade ogni zona del mio corpo. La domanda mi lascia perplesso. Sorride, divertito. Vuole provocarmi.

   – Non c’è nessun ragazzo – gli rispondo con decisione. E mai più ci sarà, penso dentro di me. Ma questo evito di dirglielo.

   – Strano. Sembri proprio il tipo da principe azzurro. 

   La situazione comincia a innervosirmi, ma non posso fare a meno di sorridere. – Lo ero. Poi, sono rinsavito… 

   Lui scoppia a ridere mostrandomi una doppia fila di denti perfetti. Ha un viso rude nel complesso, ma delicato nei lineamenti. Sembra apprezzare il fatto che so tenere testa alle sue frecciatine.

   – Niente più amore eterno? 

   – Ho smesso di crederci. 

   – E in cosa credi? 

   – In me stesso. All’amore ho scelto me stesso. 

   È la mia nuova filosofia di vita, dopo una relazione durata anni. Ho chiuso con l’amore e con le storie fatte esclusivamente di gelosie e impedimenti. Basta compromettersi, basta dare soltanto e non ricevere nulla in cambio. Sono stanco di inseguire l’amore e finire per esserne sempre la vittima sacrificale. Ci ho messo un bel po’ a capirlo. Meglio tardi che mai.

   Lui mi osserva senza dire nulla. Mi studia, attento, come se nel suo silenzio stesse cercando di rielaborare le mie parole e carpirne il segreto profondo che vi si cela dietro. Poi, mi sorride di nuovo, ma questa volta è un sorriso di complicità, non più di sfida. Ha capito che la pesca è andata a buon fine.

   – Vieni… balliamo – esclama all’improvviso. Non ho il tempo di realizzare. Mi prende per la mano e mi trascina al centro della pista. Intreccia le sue dita tra le mie e le stringe in una trappola per assicurarsi che non vada da nessuna parte. È una stretta diversa dalla prima che mi ha dato, questa, più ferrea, più sicura. Il contatto con la pelle sudata mi riporta alle stesse sensazioni di quando mi ha soltanto sfiorato tra la folla, ma ora sono molto più intense. Non lascerei la presa tanto facilmente. Questo è certo.

   Dall’altra parte della sala, la mia amica e tutti gli altri continuano a fare baldoria, ma per me adesso è come se quello fosse un mondo a parte. Tutte le persone qui dentro non hanno più nessun peso, nessuna importanza. C’è solo la musica che ci avvolge, e ci siamo noi. Noi due soltanto. Io e lo sconosciuto che mi sta di fronte e di cui non conosco neanche il nome. Non sapere niente di noi ci allontana e allo stesso tempo ci avvicina pericolosamente. Siamo stretti l’uno all’altro mentre dimeniamo i nostri corpi fino allo sfinimento sulle note infiammate di The unified field. Ci sfioriamo il viso, le mani, i fianchi. Le nostre bocche sono come poli opposti che si attraggono e si incastrano, gli occhi un oscuro baratro senza fondo in cui rischiamo di sprofondare. Mi sento nudo di fronte a questo sguardo avido e provocatorio che mi trasmette un desiderio sfrenato. Vorrei lasciarmi andare, piegare il mio cuore a lui, ma non posso cedere e sostengo il suo sguardo senza battere ciglio. L’amore mi ha condizionato, rammollito, fino a non farmi vedere la verità dietro il velo: l’amore è una debolezza. Ci annienta. Ho deciso di porre fine a questa debolezza, di cambiare tutto e cominciare una nuova pagina della mia vita, di cui ho intenzione di essere il protagonista indiscusso. Niente più dietro le quinte. Ci sarò io soltanto. E questa frenetica notte romana sancisce l’inizio del cambiamento. Un nuovo me. 

   Our animal anger is eating our human hearts…  Strepita il cantante in mezzo a un coro di urla e schiamazzi. Ho gli occhi rossi, esangui, nella testa una impenetrabile cortina di nebbia e il rimbombo delle percussioni che mi sfonda il petto e lo fa vibrare intensamente. Ogni nota mi entra nell’anima e mi fa sentire vivo. Invulnerabile. Sicuro di me stesso. È una sicurezza che non provavo da moltissimo tempo. Non c’è niente che possa distruggermi perché sono felice, maledettamente felice.

Di Andrea Fiocca

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Il bianco coniglio 28.5.20 - 11:34

Molto bello complimenti , ma .... Sliding doors version Prova a riscrivere il racconto senza gli shottini iniziali e quindi l’ebbrezza da alcool. ;) Buon giovedì a tutti

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