Nell’aria qualcosa si fermò – racconto inedito

Marinavamo la scuola, correndo dietro alle farfalle - Racconto inedito di Roberto Bertrand

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Le pagine di questo breve romanzo sono state ispirate in gran parte dai versi del maestro Franco Battiato. La musica ha fatto da sottofondo ad ogni singola pagina, tanto che ho creato una playlist su Spotify, in modo che la storia di Leo avesse una colonna sonora degna della sua incantevole contraddizione.

1: Campane tibetane – Franco Battiato

2: Moments musicaux D. 780: No. 2 – Franz Schubert

3: Sentimiento nuevo – Franco Battiato

4: Ave Maria – Charles Gounod

5: Gli amori diversi – Rossana Casale, Grazia Di Michele

6: Rhapsody Op. 43 – Sergei Rachmaninoff

7: Los dias raros – Vetusta Morla

8: Ci vediamo a casa – Dolcenera

9: Blackbird – Martyn Bennett

10: La vita breve dei coriandoli – Michele Bravi

11: Prospettiva Nevski – Franco Battiato

A Leo

Spesso si dice: questa è la storia di un mio amico, oppure: questa domanda è per un mio amico. Il tutto per fuggire da situazioni scomode che ci riguardano direttamente.

E invece no. Questa è proprio la storia di un amico, un omaggio alla sua sensibilità, al suo desiderio di essere libero da ogni costrizione imposta dalla sua posizione sociale e famigliare. In questo breve romanzo esce prorompente il suo desiderio di scrollarsi di dosso ogni responsabilità e amare nel modo più autentico, naturale e spontaneo. Perché, se c’è al mondo una persona autentica, pura e spontanea è proprio lui: Leo, un ragazzo che sta vincendo ogni soffocante pregiudizio, che lotta per essere anche lui parte di quel mondo che ha conosciuto la felicità, lontano dagli stereotipi dell’universo gay.

E ora, spero che dopo questo omaggio a lui e alla sua sensibilità, Leo mi conceda l’onore di trascorrere una notte d’amore, una soltanto, con lui. Magari in un piccolo appartamento sulla Prospettiva Nevskij di San Pietroburgo, luogo che accomuna le nostre emozioni.

Introduzione

Leo ama i ragazzi. Ragazzi che amano ragazzi, oppure ragazzi che amano ragazze.

Da Roma viene catapultato nella vita di provincia, fatta di moralismi, pudori e finzioni.

In quel paesino, conosce una realtà che non gli appartiene, donne operaie che lavorano con fierezza, uomini intenti a discutere di calcio, seduti ai tavolini del bar della piazza centrale e ragazzi con un avvenire già scritto.

Il protagonista, proveniente da una famiglia di intellettuali, vive tra libri, musica e sport. Stringe amicizia con due ragazzi apparentemente sereni ma profondamente complessi, figli del proprietario del cotonificio che da lavoro a tutto il villaggio. Una serie di eventi lo portano a trovare la sua vera essenza. Nessun coming out, nessuna rivelazione sensazionale, ma un’esistenza leggera, libera e intrisa di brividi, passioni, desideri, emozioni inattese e timidi sentimenti. Parole zitte, sussurrate e poi gridate, perché il solo peccato che Dio non perdona è quello di non perdersi nello straordinario incantesimo che è la giovinezza.

La vita di provincia è come la foto di un influencer Instagram: camuffata da filtri. Ma nell’aria qualche cosa si fermò.

CAP 1

Un’altra vita

“E tu che fai di sabato in questa città

Dove c’è gente che lavora

Per avere un mese all’anno di ferie”

Gente in progresso – Franco Battiato

“Ciao, sono Leo” mi presento al nuovo compagno di classe della terza A del liceo classico Giulio Cesare, finito anche lui, non so come, in questo desolato paesino di provincia, immerso tra le colline e con un ritmo di vita che sembra essersi fermato agli anni Settanta.

È metà aprile, io sono qui da ormai due anni e la mia Roma mi manca molto. Mia madre, donna austera e rigida, insegna storia e filosofia nell’istituto tecnico dello stesso paese. Mio padre invece, rientra sempre tardi la sera dall’università, dove è docente di letteratura latina.

La vita mia e della mia famiglia è rinchiusa in una campana di vetro. Viviamo isolati in una villa antica immersa nelle colline e lontana dal centro del villaggio e abbiamo pochi contatti con gli abitanti del luogo.

Sono attorniato da tonnellate di libri, suono il pianoforte, la televisione è vietata, con l’eccezione di Netflix, la playstation pure e nelle grandi stanze di questa immensa residenza risuonano note di musica classica.

I miei unici svaghi, a parte il piano, sono le lunghe nuotate nella piscina interna e una palestra che mio padre ha fatto costruire per me, in modo da evitare i contatti con una popolazione culturalmente di basso livello.

La noia spesso mi pervade e il solo momento in cui respiro la realtà è quando discuto con la nostra donna di servizio, una signora umile e gentile, moglie del meccanico del paese e madre di un ragazzo bellissimo e grezzo, allievo di mia madre.

In questo paesino ci sono tre scuole: un liceo classico, per ricchi, un liceo scientifico per la classe media e un istituto tecnico per i figli degli operai. Mia madre si sente così una missionaria snob, una radical chic che si prende cura di ragazzi con un avvenire incerto. Questa cosa me la ricorda quotidianamente per farmi capire quanto sono fortunato.

Il fulcro del villaggio è la piazza centrale con due bar, una sala da tè per anziane pettegole e signori di ceto sociale agiato, vestiti con abiti di ottima fattura fatti su misura. Ci sono due panetterie, una macelleria e due negozi di alimentari. Per accedere al primo supermercato o a un Mc Donald’s (a me proibito) occorre prendere il treno e recarsi nella metropoli Torino.

La vita lavorativa ruota intorno a una fabbrica che, negli anni Sessanta, ha visto un gran numero di immigrati provenire da ogni parte d’Italia: un setificio.

Il proprietario è amico di famiglia e ha tre figli bellissimi, con due dei quali ho instaurato un rapporto di amicizia, anche se spesso li trovo insopportabili.

Tre biondi dal fisico statuario, mio coetaneo e compagno di classe, uno più piccolo di un anno, sempre studente del Classico e uno al primo anno di ingegneria. Non nego di aver fatto sogni erotici su ognuno di loro. Quel che non sopporto è la loro ossessione per lo sport: ne praticano almeno una decina a testa e, in ognuno, devono sempre primeggiare, quasi come se fosse una sfida con il resto del mondo e con loro stessi.

Questa ossessione la trovo destabilizzante e fonte della mia ansia.

Tancredi è piuttosto basso, ex ginnasta, schermista, pratica windsurf, alpinismo, parapendio, sci, nuoto ed è l’erede del setificio. Ha un fisico perfetto, qualche pelo biondo sul petto che lo rende ancora più sensuale e un sorriso timido e dimesso. Gli occhi sono malinconici e la sua voglia di vivere è paragonabile a un depresso cronico pronto a buttarsi dal cornicione di un palazzo.

Filippo è il fratello esuberante, trasgressivo, pieno di voglia di vivere (ha preso anche quella del fratello), amico di tutti, affettuoso e spesso arrogante, di quell’arroganza che lo rende irraggiungibile. Il meno bello dei tre, ma sicuramente il più attraente, con un fisico magro, gambe dritte e nervose e capelli biondi che coprono i suoi occhi azzurri.

Brando ha diciassette anni, è il più giovane e sembra un dio greco. Alto, bello come un angelo, appena si muove scatena in me impulsi sessuali incontenibili e sembra essere l’adepto del fratello maggiore. Anche lui vive di sport, ha una ragazza stupenda e gira con il suo skate, sotto gli occhi ammirati delle ragazze e dei ragazzi del paese.

In breve, sono innamorato di tutti e tre e quando sono a casa mia, ho come una sensazione di disagio perché devo trattenere i miei impulsi e recitare il mio ruolo di maschio etero e intellettuale.

Non andiamo mai in centro perché i nostri genitori non amano che ci confondiamo alla folla di figli di operai e artigiani. E così viviamo nel nostro mondo agiato, trascorrendo i pomeriggi nel parco delle nostre residenze e in piscina.

La sera, quando sono solo nella mia stanza, faccio scivolare la mano nei boxer e sento l’erezione che sale fino a costringermi a toccarmi, lasciando che la mia immaginazione spazi su quei corpi e su quei visi così perfetti e nello stesso tempo lontani. Ogni volta il mio orgasmo si focalizza a turno su uno di loro, quasi come se fosse un rituale dal quale non posso fuggire. Il mio segreto resta in quelle quattro mura invase di libri, con Battiato che canta Un’altra vita.

Credo che quelli con il profilo privato su Instagram abbiano qualcosa da nascondere e siano dei repressi del cazzo. Ho diciannove anni, sono biondo e sempre spettinato, mi hanno catapultato in un paesino di provincia che odio e, come amici, ho solo questi tre fratelli che hanno fatto dello sport la loro ragione di vita. Insomma, degli sfigati che amo. Ecco perché mi sento solo. Il fatto che mi masturbi molto dovrebbe farmi sentire con la coscienza sporca, ma chi ha la coscienza pulita è una persona triste, quindi fantastico sui miei amici, sui miei compagni di scuola e la cosa mi rilassa almeno per dieci minuti.

Come detto, trascorro le mie giornate chiuso in questa casa che odora di cultura in ogni suo angolo, sommerso da libri, musica classica e video porno. Perché anche quelli sono cultura. Sto analizzando la vita di quei porno modelli che, per mangiare, mettono il loro stupendo corpo in vetrina e fanno palestra otto ore al giorno. Tutti direbbero che è squallido, io invece la trovo un’idea vincente. Fare poco, godere e soprattutto fra godere milioni di persone, magari con un conto in banca milionario, ma senza un orgasmo soddisfacente da decenni.

Se ci pensiamo bene, sono loro i geni, sono loro i più forti.

Non sono ambizioso, quella la lascio agli insicuri, a chi vuole dimostrare qualcosa a qualcuno per poi dire: sono arrivato. Ma arrivato dove? Se poi rischi di svegliarti freddo il mattino dopo, inutile farsi venire le rughe prima del tempo.

A Roma tutto era diverso, pure i tramonti erano diversi. E ora mi ritrovo qui, osservato dalla popolazione bigotta di un paesino in cui il massimo della mondanità è la Messa della domenica.

Ho pochi amici perché da sempre ho l’abitudine a sceglierli con attenzione. Chi ti sta vicino inevitabilmente ti influenza e se si tratta di persone tossiche, ti rendono peggiore la vita. Non ha senso pensare che i veri amici siano quelli di lunga data. Mi danno molti più stimoli le persone estranee con nuove esperienze e stili di vita differenti dal mio, rispetto a vecchie conoscenze che mi sommergono con loro frustrazioni.

I giorni migliori sono quelli in cui, da solo, riguardo film d’amore toccandomi il membro per avere un’erezione. Quando raggiungo il culmine mi commuovo e lascio che l’erezione esploda. E così ho una pre-eiaculazione, accarezzo con un dito il mio glande turgido e umido, metto il dito in bocca e lecco il mio seme immaginando che sia quello del mio compagno di banco.

CAP 2

I De Rossi

“Dopo pranzo si andava a riposare
Cullati dalle zanzariere e dai rumori di cucina
Dalle finestre un po’ socchiuse spiragli contro il soffitto
E qualche cosa di astratto si impossessava di me”

Mal d’Africa – Franco Battiato

La vita di provincia è come la foto Instagram di un influencer: camuffata da filtri. Nella semplicità di un’ordinaria esistenza si celano segreti che non possono essere rivelati per questioni di reputazione. Il giudizio degli altri è prioritario. Sempre.

La mia famiglia, segreti non ne ha. È cristallina, aperta, con idee molto chiare, talvolta rigorose, talvolta libertine, ma mai intrise di moralismo.

La cultura di Valerio, mio padre, è immensa. Seduto alla scrivania della sua topaia intrisa di sapere, con il profumo del tabacco che invade la stanza, trascorre interi pomeriggi a leggere, correggere e scrivere. I suoi ritmi sono rilassati, nulla lo turba, il tè delle cinque proveniente dallo Sri Lanka è un appuntamento irrinunciabile.

Mia madre, sempre austera e discreta, è appassionata di viaggi e spesso parte in solitario verso destinazioni lontane e nuovi orizzonti. Ogni volta che torna a casa è una donna nuova, rinata grazie alle avventure che la vita gli regala. Ottima insegnante e pessima cuoca, ha un rapporto di silenziosa complicità con me e credo anche con mio padre.

Non ci sono pregiudizi o paure nella sua mente rivoluzionaria, ma la freddezza con cui esprime il suo amore talvolta mi spaventa.

Si occupa del suo giardino, dei suoi libri e dei suoi allievi, ragazzi provenienti da famiglie modeste e spesso ignoranti.

Le liti tra i miei genitori riguardano divergenze d’opinione su autori letterari, musicisti e pittori. Si parla poco di denaro, bollette da pagare o acquisti da fare. Quel che abbiamo ci basta, il minimalismo è una filosofia ben impressa nelle loro menti e anche nella mia.

In casa mia si fuma, si beve ottimo vino e si mangia vegetariano. Io mi sento a mio agio, tanto è vero che sin da adolescente non ho mai sentito il bisogno di chiudermi in camera per crearmi un mio universo parallelo. Il mondo lo condivido con loro e questo mi ha reso quel che sono: una persona serena.

Un pomeriggio, turbato dal fatto di non aver mai parlato esplicitamente in casa del mio orientamento sessuale, entro nello studio di mio padre e gli dico con un certo imbarazzo che mi piacciono i ragazzi. Valerio toglie gli occhiali, mette da parte i fogli con le sue correzioni, si avvicina facendomi sedere accanto al pianoforte e mi dice con una serenità quasi affascinante: “Alza la testa da quei libri e trovati un bravo ragazzo. Uno con cui divertirti, con cui condividere le tue passioni, i tuoi interessi e le tue debolezze. Uno che dopo una notte d’amore non fugge al mattino come un ladro, ma resta.”

Non parlo, gli occhi mi si riempiono di lacrime e lo abbraccio. Lui mi versa una tazza di tè e dopo dieci minuti stiamo già discutendo d’altro.

“E che ne sarà di me, qui?” gli domando preoccupato.

“Non pensare all’avvenire. Tra dieci anni avrai le prime rughe, perché la bellezza svanisce gradualmente ma inesorabilmente.

Sostituita dal fascino, è vero, ma ti assicuro che non è la stessa cosa. La potenza della bellezza non ha rivali né limiti. Guarda Brando e la sua arroganza: quella è l’arroganza che solo la bellezza statuaria può permettersi. È la forza che solo la giovinezza regala. Leo, non giocare a fare il ragazzo normale perché entri nella gretta mentalità di questa gente. Se ci mettiamo a discutere sulla normalità cadiamo nella demagogia di chi scrive frasi senza alcun senso, ma con una forma così avvincente da strappare inutili applausi o like sui social media. La gente cerca lezioni di vita su Facebook, quelle frasi fatte e scontate intrise di demagogia, anche se poi le dimentica dopo mezz’ora”

“Facebook è da boomer, papà” ribatto

“Hai ragione, ma Instagram è da shampiste, quindi se proprio vuoi andare su un social, cerca di rimorchiare e sii pragmatico, non credere in chi dice cazzate del tipo: non rinunciare mai ai tuoi sogni. I sogni si fanno di notte. Credi negli obiettivi, in qualcosa di realizzabile. Fuggi dagli aforismi, sono roba da massaie senza speranza, caro il mio ragazzo. Io ti osservo quando sei con i tuoi amici. Vedo i tuoi occhi brillare quando Brando ti parla. Come diresti tu, ragazzino senza storia, Brando è la tua crush.”

Sorrido imbarazzato, rivolgo lo sguardo a mia madre, da poco entrata nello studio, alla ricerca di un consenso, lei mi accarezza il viso sussurrando serenamente: “Non c’era bisogno di dire tutto questo, Leo. Già lo sapevamo. Quindi, sii uomo e sii autentico. Questo conta.”

CAP 3

La grazia innaturale di Nijinski

“Le tue strane inibizioni

Che scatenano il piacere”

Sentimiento Nuevo – Franco Battiato

Una distinta signora gestisce una piccola merceria, con i golfini per l’inverno e le maglie lavorate all’uncinetto per l’estate. Una tristezza infinita rispetto ai negozi che ero abituato a frequentare a Roma. Vicino al suo esercizio commerciale c’è un negozio di scarpe, dove la gente va a comprare le scarpe per il lavoro e per i giorni di festa. La scelta è limitata ma l’importante è che facciano il loro uso. Il gestore, un uomo celibe sulla quarantina, pare sia l’amante della signora della merceria.

Entro nel negozio della donna, aspettando che finisca di parlare segretamente con l’amante e domando: “Suo figlio è qui?”

“No, è a lezione di danza”

“A che ora torna?”

“Con l’autobus delle sei.”

Ringrazio e mi allontano in direzione della fermata dei bus. È ancora molto presto, così ne approfitto per girovagare lungo le vie del piccolo centro, facendomi una cultura sulla vita del luogo, cosa che i miei genitori mi avevano sempre invitato ad evitare.

Donne sui balconi che spettegolano, uomini ai tavolini del bar che parlano di calcio e di politica.

Tutto scorre con l’abitudine dettata dalla rassegnazione di una vita racchiusa nelle mura di una casa arredata con umiltà e dubbio gusto.

In questo luogo non c’è bisogno di social media, basta scendere nei cortili soleggiati, parlare coi vicini di casa e venire a conoscenza di tutto quanto accade giorno dopo giorno. Il profumo della primavera è meraviglioso, odori di cucina provengono dalle finestre degli appartamenti situati al piano terra, dove si intravedono casalinghe indaffarate a preparare la cena per mariti e figli. Un mondo a parte, lontano dalla frenesia e dallo stress quotidiano.

Mentre raggiungo il viale alberato che ospita la fermata degli autobus vedo nelle donne, che tornate dal lavoro corrono verso casa, l’orgoglio di fantastiche operaie che lavorano la seta. Mi siedo per terra e attendo una ventina di minuti. Niccolò scende dalla porta anteriore, mi guarda e sembra contento della mia presenza. Lo abbraccio e ci dirigiamo verso casa mia. Il mio nuovo compagno di classe è un tipo solitario, dai capelli ricci e scuri col ciuffo che scende sulla fronte, gli occhi castani persi nel vuoto e un sorriso coinvolgente. È molto alto, almeno un metro e novanta, e il suo fisico è perfetto, assolutamente perfetto. Figlio di un operaio del setificio e di una casalinga, si sente particolarmente a disagio in mezzo a tutti questi rampolli dell’alta borghesia. Mi preoccupo di farlo sentire bene, mi siedo vicino a lui e gli domando da dove viene. “Da qui, sono nato qui e ho solo cambiato liceo.”

“Pensavo che ti fossi trasferito qui dalla città. Non hai l’aria del ragazzo di campagna” rispondo sorridente.

Mi confida che studia danza classica e quattro volte a settimana, percorrendo molti kilometri in treno per raggiungere l’accademia di danza e tornando a casa spesso a notte fonda.

Dorme poco perché, una volta a casa, deve cucinare e fare le pulizie, visto che la mamma è impegnata con le sue bottiglie di gin scadente e suo padre fa il turno di notte per guadagnare di più. La notte studia e si esercita nella sua danza. In camera sua, proprio sopra il letto, è appeso un quadro con una vecchia foto di Vaslav Nijinski, mentre danza la sagra della Primavera di Stravinskij. Il suo idolo, con quello sguardo che ricorda quello dello stesso Niccolò, malinconico e con i denti leggermente separati, i capelli scompigliati e il corpo da atleta, tanto da apparire immenso come un angelo.

I balletti russi sono il suo sogno, ma la provincia non può comprenderli e quindi il giovane artista si rinchiude nella sua solitudine. Una solitudine grazie alla quale ha creato la sua immagine più autentica.

A volte mi pensa, si commuove per essere stato considerato da uno come me ed è perennemente sorpreso dalla mia gentilezza, che ritiene di non meritare. Con me al suo fianco si sente meglio, quasi come se fosse finalmente compreso da qualcuno, mi abbandona per un istante e si inginocchia davanti alla croce di Gesù, recitando una preghiera di ringraziamento.

Il suo sguardo illuminato dalle candele che stanno di fronte al Cristo, sembra uscito da un capolavoro di Visconti. La sua bellezza è oggettiva, il suo petto nudo esprime purezza, la sua preghiera porta all’eternità.

I giorni di questa mite primavera ci consentono di scorrazzare insieme per le strade sterrate delle colline, correre, buttarci nei campi, rotolare e parlare di qualunque argomento, liberi dalla rassegnazione della quotidianità.

Nico mi parla dei suoi progetti, della sua famiglia, della sua incapacità di essere sé stesso e della sua solitudine.

Per qualche giorno, dimentico le mie amicizie di sempre, le trascuro, rispondo vago ai messaggi di Filo e Tancredi, dico che sono impegnato con lo studio e lascio i miei amici alla loro passione ossessiva per lo sport.

Io ora ho una nuova passione: il sorriso di Niccolò, il modo in cui mi guarda quando mi ascolta, la sua perfezione nei movimenti e il suo essere sempre gentile, puro e sensuale allo stesso tempo.

Un pomeriggio di pioggia lo invito a casa mia, lui accetta a patto che non ci siano i miei, lo capisco e lo rassicuro dicendogli che saremo soli. Ci sediamo sul letto della mia stanza, molto più impersonale della sua che qualche giorno prima mi aveva descritto nei minimi dettagli. Metto della musica per rendere l’ambiente più rilassato, Battiato canta Campane tibetane e ad un certo punto dice: “Nell’aria qualche cosa si fermò”.

E infatti, proprio nell’instante in cui Nico accenna passi di danza sulle note del maestro siciliano, qualche cosa si fermò. Sono incantato dalla sua grazia innaturale e rimango lì immobile, fino a quando si siede sul letto di fianco a me, tanto che riesco a sentire il suo respiro.
Parliamo di religione, della sua concezione di peccato, del fatto che lui è ancora vergine e del suo rapporto con Dio.

Lo ascolto incantato e mi permetto di specificare con grande rispetto, che peccatore non è colui che compie il peccato, ma colui che non fa nulla per sentirsi migliore.

“Tu aiuterai gli altri, una volta laureato in medicina e invece io che farò?” afferma con rassegnazione.

“Tu aiuti me a sentirmi una persona migliore e questo è qualcosa che nessuna laurea riesce a fare.”

Sorride, il suo piede nudo si avvicina al mio e lo sfiora. Sento un brivido che percorre la schiena, il cuore batte più forte, non dico una parola, lui guarda nel vuoto, io cerco la sua complicità, faccio scivolare la mia mano verso la sua appoggiata sul bordo del letto e, mentre i nostri piedi si stanno toccando, metto il mignolo della mia mano sul suo. Non dice niente e lascia che lo accarezzi. Sposta la mano verso la mia fino a quando si incrociano e si stringono. Non nego di essere eccitato e nello stesso tempo il mio cuore sta per esplodere. Mi sembra di sentire suoi battiti, i nostri piedi si incrociano, io tremo e faccio scivolare lentamente una mano sulla sua coscia soda e muscolosa. Quei pochi peli mi eccitano follemente, lui prende la mia mano e la porta verso l’inguine, poi si blocca. Vedo dai suoi bermuda una forte erezione che sembra cercare di nascondere, il suo piede è freddo, la sua mano è tremante. Sto vivendo un momento sempre sognato ma mai tradotto in realtà. Vorrei capire se tutto questo è vero.

“Ti masturbi?” gli chiedo per dissacrare il momento.

“Raramente, perché poi mi pento.”

Vorrei farlo io per lui e non fargli avere sensi di colpa, ma lasico cadere il discorso. Mi sta fissando, mi chiede se voglio imparare a danzare, io rido e gli rispondo che sono un tronco di pino.

“Basta lasciarsi andare” replica lui

“In questo modo?” rispondo, avvicinando il mio viso al suo in modo che i nostri nasi si sfiorino e le nostre labbra siano quasi a contatto.

“Sì, così” risponde con la voce rotta dall’emozione.

Alice sta cantando Dammi la mano amore e nessun brano sarebbe stata più azzeccato in quest’attimo in cui i cieli gridano alla vita.

Con una mano gli accarezzo i capelli, le mie labbra si avvicinano ancora di più, la mia mano sale dall’inguine verso il suo membro eretto. Lo bacio. Uno di quei baci casti, senza lingua, ma solo con le nostre labbra umide che si uniscono in un’emozione unica, trasformando le parti di un tutto nel tutto stesso. Sto esplodendo di sentimento e di desiderio, voglio l’amore con lui, il mio pene è eretto come non mai, sfioro il suo, lui non si ritrae e apprezza ansimando. Nico è eccitato quanto me, ci desideriamo a vicenda, mi tolgo la maglietta e avvicino il mio torso nudo e tremante al suo petto muscoloso. I nostri corpi si toccano, sento la sua pelle liscia e mi sento felice. All’improvviso, mi prende per le spalle e si butta all’indietro, sdraiandosi sul letto con me sopra di lui, che do sfogo a un bacio infinito. Questa volta, le nostre lingue si incrociano e si immergono nelle rispettive bocche, con una passione che sa di incantesimo.

Il bacio dura a lungo, le mie mani sono sul suo pene duro e bagnato, ancora coperto dai pantaloncini estivi, mentre le sue sono appoggiate sulle mie natiche e le stringono con forza.

Ad un certo punto, preso da eccitazione folle, mi fermo perché non voglio rovinare quel momento. Lo guardo, lo bacio ancora una volta, poi gli dico con la dolcezza dell’infanzia: “Ti va di danzare mentre io suono un pezzo al piano?”

Lui mi guarda come solo gli innamorati sanno guardare e mi risponde candidamente: “Sì, sarebbe un vero piacere per me, però prima lascia che ti dica una cosa.”

Spaventato dal fatto che voglia fuggire, timidamente rispondo: “Certo, dimmi”

“Tu sei come un arcobaleno nella notte. Solo un miracolo può renderlo realtà.”

Abbasso gli occhi con un nodo in gola e appoggio le dita tremanti su quel pianoforte, che dà vita a una melodia meravigliosa. La sua danza e i suoi movimenti sono come una preghiera verso quel suo Dio che sto iniziando a conoscere. Si siede stremato ai miei piedi, sorride felice e intanto, dalla radio della cucina, Vetusta Morla intona Los dias raros.

Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo.

CAP 4

I Lanfranchi

“Certe notti per dormire mi metto a leggere
E invece avrei bisogno di attimi di silenzio”

Un’altra vita – Franco Battiato

I genitori di Filo, Tancredi e Brando sono i proprietari del setificio. O meglio, lei è la ricca ereditiera e lui lo gestisce. Giulio, rozzo campagnolo arricchito e arrogante, Lavinia, aristocratica della Roma bene, trasferitasi qui per amore e per il setificio ereditato dal padre.

Giulio è stato per molti anni il braccio destro del proprietario della fabbrica, non è mai a casa, sta sempre al telefono e dai suoi figli vuole la perfezione. Già solo il termine perfezione mi spaventa e destabilizza anche i miei tre amici, impegnati in questa continua corsa alla competizione, sia nello sport, sia a scuola.

Tancredi è perennemente depresso, confuso, agitato, alla ricerca di qualcosa che neppure lui sa. Filo gioca a fare il ribelle, ma è comunque condizionato dalla figura del fratello maggiore, mentre Brando è il più sereno, proprio come la madre. Loro due pensano a godersi la vita, lasciando le frenesie agli altri.

La loro casa è come un parco giochi per i figli, con campo da tennis, percorso da golf a nove buche, piscina interna ed esterna, blocco per arrampicata e rampa da skate. Il lusso trasuda da ogni angolo delle immense stanze, dove la servitù si confonde con le opere d’arte di cui Giulio manco conosce la provenienza.

L’uomo d’affari, stimato e riverito dalla popolazione del paese è un uomo affascinato o forse ossessionato dal potere. È un megalomane che si è fatto ritrarre in un dipinto appeso in bella vista nel suo studio. Non fidandosi della servitù, manda a stirare le camicie a Londra. Si tinge i capelli per sembrare più giovane e l’appuntamento mensile dal chirurgo estetico è d’obbligo.

Lavinia è bellissima, bionda, con gli stessi occhi azzurri di Brando. Ha un’età indefinita, che lei non ha mai rivelato, non fa nulla, non lavora e non ha particolari passioni o interessi. Ogni settimana ospita qualche amica proveniente dalla città e indossa abiti costosi che può sfoggiare solo in casa, visto che non esce mai se non per recarsi a Torino a fare il suo shopping settimanale. Non mi stupirebbe se si attaccasse di nascosto alla bottiglia, per dimenticare i discorsi inutili e noiosi del marito, così preso dal suo lavoro, tanto da aver scordato l’importanza del rapporto coniugale, ormai dato per scontato.

La sera non si esce, ci si ritrova nella loro residenza e nel week-end si organizzano uscite rigorosamente sportive lontano dal villaggio, mentre i “poveri” vanno al centro commerciale della città più vicina per poi trascorrere la serata in qualche locale notturno.

La cerchia di amici è ristretta. Io e solo pochi altri insignificanti ragazzi siamo i benvenuti in quella casa, padrona del paese.

Filippo, mio coetaneo e compagno di classe, tornato da un soggiorno di sei mesi in Australia, si schiarisce i capelli per sembrare un surfer. In realtà non ha capito che il surf lo può vedere solo su YouTube e che lui continua a restare un ingenuo ragazzo di campagna, vivendo dell’immagine che si è fatta di sé stesso.

L’Australia ormai è un ricordo e lui non ha avuto le palle per restarci. Non a caso, Filo è un ragazzo debole, molto debole. Potrei manipolarlo come voglio e infatti, spesso lo faccio, soprattutto quando ho voglia di sesso.

Gli faccio credere che sia un vero figo pronto a sperimentare cose nuove senza pudore, un rocker trasgressivo, così lui ci casca e insieme ci masturbiamo a vicenda. Io godo e ho quindi raggiunto il mio subdolo obiettivo. Il suo modo di parlare e di muoversi corrisponde esattamente al sogno di vita che si è creato. Una sorta di patetica mitomania, che lo rende ai miei occhi ancora più vulnerabile. Alto più di un metro e ottanta, fisico definito e occhi azzurri, pensa esclusivamente al suo fisico, gira in skate, in modo da differenziarsi dal resto dei ragazzi del paese, che invece pensano prevalentemente al calcio. Quando è solo con me, dopo la consueta sega che per noi è ormai un rituale, io suono il piano e lui la chitarra. E quando suona si legge l’amore nei suoi occhi.

Spesso lo faccio eccitare toccandolo, lui non mi respinge e continua a muovere le dita sulle corde, come se il connubio tra la mia mano sul suo membro e la sua chitarra lo portassero inevitabilmente all’orgasmo.

Tancredi invece sente il peso dell’eredità che il padre gli ricorda ogni giorno. Non vive la sua giovinezza, si butta a capofitto nello studio e nello sport senza tregua, non si da pace ed è un ragazzo tanto bello quanto triste. Il suo viso illuminato da grandi occhi verdi trasmette malinconia e il suo modo di vestire ricorda quello di un cinquantenne in carriera.

Con Tancredi non ho mai avuto un gran rapporto. Lui si trova spesso in università e, una volta a casa, si reca nella fabbrica della madre gestita da quello psicopatico del padre. Le poche volte che abbiamo parlato, ha creato in me un forte senso di disagio, vomitandomi senza tregua le sue ansie con l’abilità di un disturbato mentale.

Non ho mai fatto sogni erotici su di lui, il mio immaginario si ferma a Filo e non penso neppure che lui abbia mai avuto una ragazza in vita sua, se non un finto rapporto con le figlie dei colleghi del padre, costantemente presenti nella sua piscina, più preoccupate a postare le foto su Instagram, che alla presenza dello stesso Tancredi.

Dall’alto della collina, la villa domina sul paese e il padre fiero di sé ripete a Tancredi: “Guarda laggiù. Tutto questo è nostro, perché quella gente vive grazie a noi.”

Il ragazzo piange ogni sera, soffre di insonnia, si sente inferiore al resto del mondo e apparentemente non prova emozioni positive. A volte gli domando se ha mai sentito un brivido e lui non sa rispondere. Possiede un van, con il quale si sposta per praticare i suoi mille sport. Un dato positivo è che eccelle nelle attività atletiche e che ha un pene molto grosso, da quel che si può capire quando gira in boxer per la casa. Il dato negativo è che ha una voce orribile e i peli sui piedi.

Intellettualmente non è molto dotato, tanto è vero che, rispetto agli altri, impiega il doppio del tempo a preparare un esame. E regolarmente viene bocciato, evento che causa una tragedia in casa. Tancredi è un bellissimo ragazzo nato già anziano.

CAP 5

Il biondo e la puttana

“Mi regali ancora timide erezioni; guardavo di nascosto I saggi ginnici nel tuo collegio”

Zone depresse – Franco Battiato

La prostituta del paese di chiama Lucy, una dolce ragazza sulla trentina, fuggita da un padre che abusava di lei e, una volta licenziatasi dal lavoro di operaia del setificio, ha pensato di arrotondare ospitando distinti signori provenienti da tutta la regione. In paese è conosciuta come “la mignotta”, cosa della quale ne va fiera, anche perché essere giudicata significa essere considerata. Per le strade viene costantemente additata, sogghigni e pettegolezzi accompagnano la sua camminata fiera e sensuale. Gli uomini seduti al bar si eccitano come pazzi, ma nascondono i loro desideri repressi fino a quando si fa sera e le mogli, rigorosamente in sovrappeso e vestite con abiti a fiorellini abbottonati sul davanti e ciabatte con un leggero tacco in sughero per evitare che le si gonfino i piedi, si addormentano profondamente pensando a cosa cucinare l’indomani. A quel punto, si recano dalla bella Lucy per un’ora di intenso piacere. Come dice la stessa ragazza, con la quale ho un rapporto di grande amicizia, a volte durano più o meno tre minuti, il che è tutto a vantaggio suo.

Alta, magrissima, sempre vestita con abiti eccentrici e capelli biondo platino, Lucy ha un animo buono e innocente che si intravede dal trucco pesante ma nello stesso tempo perfetto. Legge Osho, medita, fuma erba e ascolta Mozart. Suona benissimo il piano, tanto che, spesso ci esercitiamo insieme, scatenando le ire degli anziani del palazzo, già in coda dal panettiere alle sette del mattino e che quindi, finita la cena e guardato il telegiornale, crollano stremati nei loro letti dalle lenzuola inamidate.

I pomeriggi scorrono tra lo studio, la musica, i miei amici ricchi e lei. Spesso Tancredi e Filo mi rimproverano di questa, a loro dire, “bizzarra” frequentazione, mentre Brando sembra fregarsene.

È un caldo pomeriggio di inizio maggio, lascio le mura di casa, prendo la mia inseparabile bicicletta e mi reco da lei.

Varcata la soglia di casa, resto attonito per la presenza di Brando. Che ci faccia qui non lo so, ma non credo abbia bisogno di pagare una puttana per soddisfare i suoi bisogni sessuali.

Lucy mi spiega che il giovane rampollo viene spesso a farle visita, in modo da avere un luogo appartato e sicuro per fare le sue esibizioni via webcam. Non capisco cosa mi voglia dire, così mi racconta tutto dall’inizio, senza che il ragazzo appaia imbarazzato.

“Mi annoio, Leo” afferma Brando e continua: “Nella mia famiglia sono impazziti per lo sport, io voglio qualcosa di hardcore, che mi faccia venire i brividi e ti assicuro che mettere il mio corpo in mostra davanti ad una webcam su un sito per adulti pronti a pagarmi espressamente per questo, mi fa sentire realizzato.”

“Quindi sei una puttana virtuale” replico

“Chiamalo come vuoi” interviene Lucy

“Ma ha diciassette anni, cazzo”

“Che importa? È davanti a una videocamera, nessuno lo tocca, la gente si masturba nel vederlo e lui guadagna. L’account è a mio nome e tutti i suoi guadagni glieli gestisco io”

“Mi fido della mia Lucy” dice dolcemente Brando

“Sì, ma lo sai che puoi finire nei siti porno?” affermo sbalordito

“Sei un fottuto moralista, Leo” ribatte il dio greco.

Resto in silenzio e lo guardo esibirsi davanti al computer e sono ingenuamente sorpreso da quanta gente fa piovere centinaia di euro in poche ore.

Lucy, con aria materna, mi chiarisce un punto fino ad ora a me sconosciuto: “Vedi Leo, questa gente è sola e frustrata. Si masturba davanti al suo corpo e più pagano più lui mostra le parti intime, fino ad arrivare alla masturbazione. Ti masturbi pure tu no? Bene, lui lo fa e ci guadagna. E ricorda che siamo noi puttane le più forti, perché creiamo piacere a chi non conosce la gioia e noi regaliamo gioia. Cosa c’è di più sublime?”

“Già, avete ragione voi, ma sono comunque preoccupato per Brando, perché se la sua famiglia venisse a saperlo sarebbe la fine”

“La mia famiglia lo verrebbe a sapere solo se finisse su uno di questi siti e ciò significherebbe che non sarebbero quel che vogliono far sembrare di essere. Pertanto, non potrebbero mai accusarmi, ma resterebbero in un doloroso silenzio” dice Brando

“La fai facile tu”

“È facile, Leo.”

Sconvolto da questa notizia, cerco di svuotare la mente guardando Brando spogliarsi e toccarsi davanti a migliaia di vecchi bavosi, che si masturbano dietro lo schermo.

Quel ragazzo è meraviglioso e sta solo sfruttando la sua bellezza per avere una vita sua. Basta moralismi, sto diventando un provinciale.

All’improvviso, un dubbio: “Brando, mi dici la verità per favore? Tu non hai bisogno di soldi”

“Paga i corsi di danza a Niccolò, caro il mio biondino. Vedi che anche noi mignotte abbiamo un cuore?” interviene Lucy

“Seriamente?” domando attonito

“Sì, e con quel che resta, io e Lucy andiamo a fare shopping sfrenato” conclude divertito il ragazzo dagli addominali scolpiti.

La dolcezza di questi due, fa nascere in me un sentimento di pace. Sono bellissimi, regalano emozioni e mi hanno accolto nella loro stanza dei segreti.

Nulla uscirà da qui, non preoccupatevi” rassicuro Brando e Lucy

La donna mi abbraccia: “Ne eravamo sicuri e poi guardalo. Con un corpo come il suo puoi fare una cosa sola: venderlo.”

Prima di andarmene bevo un caffè, fumo un po’ d’erba, lascio Brando al suo lavoro e mi dirigo alla porta. Il fratellino minore e indifeso della famiglia più ricca del paese si avvicina, mi prende il viso tra le mani e mi bacia teneramente sulle labbra.

“Ho sempre saputo che sei gay” dice salutandomi

“Lui è Queer, Brando. Queer, non gay. Chiudiamola con le etichette” lo ammonisce Lucy

“Grazie, Lucy” dico a bassa voce, congedandomi ancora sconvolto e pervaso di eccitazione per il bacio ricevuto di quella meravigliosa creatura.

CAP 6

Erinnere dich

“Baciami con la bocca dell’amore
Raccoglimi dalla terra come un fiore
Come un bambino stanco ora voglio riposare
E lascio la mia vita a te”

La sua figura – Franco Battiato, Giuni Russo

Pensavo che non sarei mai riuscito a rimuoverlo dalla mia mente e invece, un mattino mi svegliai e non me ne fregava più niente.

Era diventato un estraneo, la sua immagine era ormai offuscata e solo il suo corpo scultoreo restava ancora perfettamente nitido.

Amavo la Germania, la lingua tedesca, l’architettura berlinese, specie quella della vecchia zona a est.

In Alexander Platz, tanti ragazzini facevano skate davanti a quel muro abbattuto, che ho studiato sui libri di scuola e che ha infranto dittatura e miseria.

L’incontro con il ragazzo dal viso d’angelo, in Campo de’ Fiori, mi aveva sconvolto la vita.

Roma in primavera era bellissima, il profumo dell’estate che tardava ad arrivare si sentiva nell’aria, i tramonti dai tetti di Piazza Navona mi toglievano il respiro.

Ed era proprio su quei tetti, che io e l’angelo biondo trascorrevamo, mano nella mano, i nostri pomeriggi.

Lui era un tedesco in Erasmus a Roma, io e la mia famiglia vivevamo nella casa dei nonni, all’ultimo piano di un’antica costruzione del centro.

Sin dal primo giorno, avevo capito che questo essere perfetto e solitario era timido, tanto da apparire scostante agli occhi dei miei amici.

Kalkum, questo è il suo nome, suonava anche lui il piano, leggeva Nietzsche mentre io ero più orientato sui post-minimalisti americani, fumavamo un paio di canne e sorseggiavamo dell’assenzio, per entrare nell’atmosfera magica di Rimbaud e Verlaine.

Non conosco il motivo per il quale abbia legato con me, so soltanto che quei mesi sono stati i più belli e importanti della mia ancor breve esistenza.

Pensavo di essere attratto dalle ragazze poi, appena visto lui, il mio cuore si è fermato, gli occhi erano estasiati di fronte al suo corpo uscito da un’opera di Michelangelo, al suo viso levigato con le guance leggermente arrossate e a quello sguardo che faceva salire in me brividi, tremori e voglia di avere un’altra vita.

Tutte sensazioni adolescenziali, quelle che arrivano pure ai cinquantenni quando riscoprono l’amore, tanto per capirci. In fondo, quando siamo davvero innamorati, diventiamo tutti stupidi. La gente ci deride ma noi guardiamo oltre, fieri del nostro vagare nell’irreale.

La prima volta che abbiamo fatto l’amore è stata anche la mia prima volta. Lui ha preso la mia verginità e soprattutto si è portato via una parte di me. Patetico, lo so, ma è così e ancora oggi non cambierei un solo secondo di quella notte.

Ripensando ai nostri corpi nudi e sudati che si rotolavano nel letto a due piazze della mansarda, le mani che si stringevano e le labbra che si sfioravano in quel dolce incanto dell’amplesso, mi sale prepotentemente una forte erezione, che mi impone inevitabilmente di toccare il mio membro duro come il marmo, per farlo godere nell’atto di una masturbazione che, ogni volta, definisco celestiale.

Un tempo invece, questo pensiero mi portava dolore, malinconia e voglia di fuggire altrove.

Ora che ho elaborato quel che mi è accaduto, il malessere è svanito, trasformandosi in un pallido e dolce ricordo.

Lo studente tedesco, piombato per caso nella mia vita, ora ne è uscito e io ho ritrovato la forza, la dignità e il coraggio di rinascere. Non si può vivere di ricordi a quarant’anni, figuriamoci a diciannove.

Non penso tanto al fatto di avere una vita davanti di cui approfittare, penso piuttosto che davanti a me c’è una nuova giornata da vivere e che non ho più voglia né tempo di sprecarla con paranoie per un passato che non tornerà più.

Una sorta di cinismo si era impossessata di me, tanto è vero che non riuscivo ad avere rapporti con nessuno, a meno che non fossero basati esclusivamente sul sesso.

Niente sentimenti, almeno per ora. Poi, la paura è stata sostituita dalla speranza: un giorno forse amerò ancora così, ma non devo fare programmi, dicevo a me stesso. Oggi, voglio che l’amore, quello vero, arrivi come in quel pomeriggio di aprile, quando, incontrai un ragazzo tedesco che si era perduto.

Parlava inglese con un accento nordico e mi chiese dove poteva trovare la strada di casa. E dopo un paio di drink, la strada di casa la trovò, ma era quella di casa mia.

Quella fu una notte di stelle, di incanto e di disperato amore. Una notte di brividi e di spontanea complicità. I nostri occhi chiari non smettevano di fissarsi, i nostri corpi tremavano e, seduti sul tetto della mia mansarda, guardavamo la luna con la voglia di darci tutto l’amore che si può. Lo abbiamo fatto e lo abbiamo fatto fino in fondo.

Ora ho una sola certezza: una notte di stelle tornerà ancora, una nuova primavera si presenterà alle porte della mia anima, ma questa volta senza di lui.

In un locale quasi vuoto mi domando perché spesso si bacia anche senza amore. Mi guardo allo specchio incosciente e ingenuo. Solo Kalkum sapeva far sparire gli occhi di chi gli stava attorno. E allora mi chiedo: chissà se lui lo sa che questo non è stato poco, che tutto al mondo può finire e che una stella muore. Lo so di essere buffo quando dico di essere un tipo paziente. Tutto passa ma continuo a stare male per uno, due, dieci uomini e non riesco a ancora a capire se il mio è amore.

Ma quando sono a letto con un altro e sbaglio il suo nome, non è un nome preso da un libro, ma il nome che il mio cuore non ha cancellato mai. E in quel bar deserto, cerco in fondo ai suoi occhi almeno un minimo di dolore, perché è di sangue che si impara ad amare e non di sole parole. Ma lui, se fosse qui mi direbbe: “Dammi una sigaretta e fammi bere” e lo farebbe guardandomi dritto negli occhi, per poi concludere con la frase che non vorrei mai sentire: “Questo dolore non potrà mai finire.”

Ormai per te non piango più. Fallo te.

CAP 7

Di cosa sono fatti gli angeli

“E salverei
chi non ha voglia di far niente
e non sa fare niente”

La torre – Franco Battiato

Vegetariano, amante dei gatti, attivista di Greenpeace, backpacker, skater e originario del sud della Francia. Questo è il supplente di italiano, che sostituisce una vecchia zoticona calabrese in congedo per malattia.

Tommy è un tipo sulla trentina o poco più, capelli biondo cenere che tendono al rosso, grandi occhi neri coperti da occhiali da vista neri. Il suo è tutt’altro che l’aspetto di un insegnante. Fisico atletico, pratica molti sport e ha un compagno di cui va fiero, a dispetto dei commenti da bar degli abitanti del villaggio.

Alcuni genitori erano contrari al suo ingresso a scuola, in quanto omosessuale dichiarato, poi il suo atteggiamento mascolino ha messo a tacere i dissensi. Uno può essere gay senza per forza essere effeminato, fare shopping, essere fan di Lady Gaga e della tv trash. Bene, Tommy è tutto fuorché questo. Mi attrae molto sentirlo parlare, la sua lezione di letteratura italiana mi incanta e io, da sempre amante dei twinks, mi sono invaghito di lui contro il mio stesso volere.

Spesso ci racconta dei suoi viaggi zaino in spalla e io viaggio insieme a lui, solo ascoltandolo.

Il prof ci rapisce con il suo modo di parlare rilassato e sensuale. In classe non vola una mosca, perché ogni sua lezione è come l’episodio della nostra serie Netflix preferita: ti tiene incollato allo schermo.

Quando gli invio un messaggio inerente i miei dubbi o le mie debolezze, lui risulta sempre disponibile a darmi una mano e anzi, spesso mi coinvolge nelle sue nottate trascorse in strada, per dare del cibo ai gatti e ai cani abbandonati. E io, ogni volta ci vado volentieri, con la benedizione di mia madre e mio padre, palesemente consapevoli del mio invaghimento.

La cosa che più mi attira di lui, è il fatto che non mi fa sentire un ragazzino, non gioca mai la parte dell’uomo più maturo, ma si mette sempre al mio livello senza fare leva sull’esperienza o sulla sua cultura. Lui è come noi, è uno di noi e non ci fa sentire inferiori a lui. Da questo, ho imparato che l’età è solo una fottuta questione anagrafica.

Il prof è molto amico di mio padre, col quale trascorre ore ed ore in giardino a discutere di libri e di letteratura francese. Io lo osservo dalla finestra di camera mia e spesso fantastico su di lui, avendo inevitabili erezioni.

Un giorno a scuola, cado dai gradini che portano all’uscita, spinto da un becero ignorante e mi ferisco la mano. Corro in bagno per disinfettarmi, lui sopraggiunge all’improvviso, mi afferra il polso e delicatamente mi pulisce la ferita. Io tremo dall’emozione, anche se sento bruciare, trattengo il fiato per attenuare il dolore, in modo da lasciarlo continuare. La sua carezza è leggera, il suo sorriso mi rassicura e io con lui mi sento protetto.

Quel giorno lo vedevo più bello del solito: capelli un po’ spettinati, barba incolta e camicia sbottonata da cui si intravedeva un fisico curato e una collanina con una conchiglia. Gli domando che cosa rappresentasse. Mi risponde che si trattava della conchiglia di Santiago di Compostela.

Incuriosito, gli chiedo se ha fatto il Cammino e se era credente. Con naturalezza, risponde di sì ad entrambe le questioni.

Stupito dal fatto che un gay potesse essere credente, prima che gli potessi porre altri quesiti, Tommy mi precede: “Vedi Leo, essere credente significa avere fede, non forzatamente seguire i dogmi della Chiesa, che peraltro rispetto. Ho però un cervello e il mio amore per Cristo non viene meno se spesso dissento dalle parole dei religiosi. Loro sono umani come me. Non dimenticare che la fede è tra te e Dio, di qualunque religione tu sia. Non credo all’inferno, non credo ai peccati mortali. Io credo all’amore, al fatto che Dio ci ha creati per amare ed essere amati. Credo nella solidarietà, nell’aiuto reciproco e nella tolleranza. Dio ci ha creati come esseri umani, proprio perché abbiamo e dobbiamo avere delle debolezze. Offrire cibo a un senza tetto è già di per sé una preghiera. Il diritto di amarci senza specificare il sesso è un atto d’amore verso Dio, perché a lui basta la parola amore. Che ti importa dei pregiudizi di chi, vestito a festa, si reca a Messa la domenica? Quella è pura demagogia. La fede è qualcosa di più profondo, che non va confuso con un’Ave Maria recitata senza riflettere sul suo significato. Questa è la mia idea di fede, Leo, ma non per questo dico che sia la visione giusta. Non ho così tanta presunzione. Posso però affermare che è la mia e ciò mi basta.”

Profondamente toccato da quelle parole, lo abbraccio e vengo contraccambiato. In quel bagno vuoto, illuminato da fredde luci accecanti, sembriamo isolati dal resto del mondo.

Le nostre fronti sono l’una contro l’altra, lui mi stringe, la testa mi gira, sento le sue labbra sempre più vicine alle mie, l’erezione si fa forte e, proprio quando sto per baciarlo mi allontana dolcemente, facendomi capire quanto il mio fascino possa essere debole di fronte alla potenza della volontà.

“Sono il tuo insegnante, non è il caso, Leo”

“E se non fossi stato il mio insegnante?”

“Lo sono”

“Non hai risposto”

“Amare gli uomini non significa poterseli portare tutti a letto. E quando l’amore arriva non chiede permesso, non ti chiede di chi vuoi innamorarti. Spalanca la porta di casa e ti stravolge la vita. E poi se ne va senza salutare. Io non rappresento l’amore, tu vuoi solo essere desiderato e infatti io me ne vado salutandoti, perché ti rispetto e ti voglio bene. Ora ho risposto.”

CAP 8

Orizzonti perduti

“La stagione dell’amore viene e va
All’improvviso senza accorgerti, la vivrai, ti sorprenderà”

La stagione dell’amore – Franco Battiato

Il rapporto col mio gruppo di amici si sta deteriorando gradualmente, visto che trascorro le mie giornate con Nico. Mi danno del frocio, si prendono gioco di me, ma non me ne importa niente. Non rispondo ai loro messaggi e li lascio recitare il ruolo dei ricchi eterosessuali potenti, con un futuro ormai segnato. Loro non sanno che, chi ha un avvenire già scritto invecchierà prima perché morirà di realtà, senza avere la possibilità di creare niente di veramente suo.

Decido di concedermi qualche giorno per me ed evadere. Prendo un treno e vado al mare. Mio padre comprende la mia esigenza di staccare la spina, alza gli occhi dal suo romanzo, mi da dei soldi e mi stringe la spalla dicendo: “Andrà tutto bene, vedrai.”

Il viaggio si presenta lungo, la domestica mi ha preparato dei panini e una bottiglia d’acqua. Mi reco in stazione, prendo l’autobus fino a Torino e aspetto la coincidenza del treno.

Sento il profumo dei fiori che ricordano la mia infanzia. La primavera annuncia l’estate, la stagione che più amo e che quest’anno non passerò coi fratelli sportivi.

Una volta salito su un vagone semivuoto, metto i liei AirPods e mi libero della mia intellettualità, ascoltando un po’ di pop, rock, reggae, indie e tutto ciò che mi permetta di uscire dalla routine che caratterizza la mia vita di tutti i giorni. Blackbird di Martyn Bennett mi rapisce, chiudo gli occhi e lascio che quel suono mi trasporti altrove.

Direzione Toscana, mare, spiaggia e solitudine per tre giorni. Penso che potrei conoscere qualcuno. Guardo dal finestrino la campagna desolata e mi addormento.

La stazione di Cinquale, un piccolo centro a due passi da Forte de Marmi, abitato da gente umile e laboriosa senza snobismi e grosse pretese, mi fa sentire a casa perché mi ricorda Niccolò.

Scendo dal treno e mi metto a cercare una pensione a basso costo per tre notti. Ne trovo una proprio a fianco della spiaggia dei surfisti.

Una signora in sovrappeso e con un grembiule a fiorellini blu e bianchi, mi accoglie come se fossi uno di famiglia. È gentile e mi mette subito a mio agio. Mi da una camera con vista mare. Visto che è ancora bassa stagione e ci sono poche prenotazioni è come se la pensione si trasformasse in una famiglia allargata, con coppie di anziani signori che si godono gli ultimi anni della loro serena esistenza, giocando a carte e respirando lo iodio proveniente dal mare.

Mi affaccio sul balcone e intravedo un gruppo di ragazzi che corre sulla spiaggia. Penso siano i surfisti della scuola surf di Cinquale, visti i loro fisici possenti e già abbronzati. Per la prima volta, sono complessato riguardo al mio corpo. Mi guardo allo specchio e mi accorgo di essere troppo pallido.

La giornata è calda e soleggiata, la gente fa i primi bagni di stagione, Lover of mine fa da sottofondo alla radio, mentre infilo il mio costume Ralph Lauren a righe bianche e azzurre e una maglietta Lacoste bianca. Mi riguardo e penso di essere proprio un fighetto del cazzo.

Scendo in spiaggia e decido di abbronzarmi. La sabbia è ancora fredda, stendo il telo mare e mi sdraio, apro White, l’ultimo romanzo di Bret Easton Ellis e leggo l’introduzione.

A pochi metri da me c’è un ragazzo seduto su un telo blu scuro, intento ad annusarsi le dita e a fare cerchi sulla sabbia. È solo, avrà pressappoco la mia età, ha un fisico da nuotatore, lo sguardo abbassato e i capelli scuri dal ciuffo perfetto, tanto da sembrare appena uscito dal parrucchiere. Solleva la testa e, rapito da quella figura così attraente, lo fisso a lungo. Lui abbassa di nuovo il capo e arrossisce. Nonostante l’abbronzatura e la pelle olivastra, percepisco questo suo rossore causato da un arrapante imbarazzo.

“Hey tu, non vai a correre come gli altri?” dico ad alta voce

“Dici a me?” risponde avvicinandosi

“Sì, ci sei solo tu qui”

“No non corro, in effetti dovrei ma io non faccio surf, faccio pallanuoto e sono qui con i miei genitori, che mi hanno parcheggiato in spiaggia per andare a fare shopping a Forte dei Marmi.”

Lo invito a sedersi e condividiamo lo stesso telo. Sento il profumo di sale sulla sua pelle liscia.

Iniziamo a parlare di cose apparentemente insignificanti, ci presentiamo, lui mi racconta di sé e della sua vita ma in realtà non lo sto ascoltando, attratto dai suoi pettorali duri come il marmo e perfettamente definiti e da quei pochi peli sul torace, che gli conferiscono un aspetto statuario.

Corriamo in acqua, facciamo un lungo bagno, nuotiamo, ci immergiamo nelle onde, giochiamo spingendoci la testa sotto a vicenda, come se fossimo amici di lunga data.

Edoardo, questo è il suo nome, ad un certo punto mi stringe i fianchi per farmi riemergere e sento il mio pene pulsare fortissimo. Ridiamo uno di fronte all’altro, mentre galleggiamo al largo con i visi sempre più vicini.

“Sei gay?” mi domanda di impulso

“Cosa te lo fa pensare?” rispondo

“Nulla, era solo una domanda”

“Non mi definisco, non amo etichettarmi, ma i ragazzi mi piacciono.”

Improvvisamente me lo stringe, io ho un sussulto ma lascio fare. Ho una sensazione di ansioso piacere che mi provoca l’ennesima potente eccitazione. Fuggo e mi metto a nuotare velocemente fino a riva.

Uno volta arrivati in spiaggia, ci sdraiamo sulla sabbia riscaldata dal sole e non parliamo di quanto appena accaduto. Chiudiamo gli occhi godendoci il caldo, poi Edo rompe il silenzio, chiedendomi se la sera possiamo vederci. Rispondo timidamente di sì, temendo di non essere alla sua altezza.

Verso l’imbrunire, raggiungo la pensione, entro in camera e mi sdraio sul letto. Metto una canzone che sta nella mia playlist Spotify e guardo il soffitto.

Mi accorgo di avere il costume ancora bagnato, lo slaccio e faccio scivolare una mano sul mio pube, poi accarezzo il glande che si gonfia immediatamente. Inizio a toccare la mia asta, ad accarezzarla e mi masturbo con più foga fantasticando su quel ragazzo bellissimo di cui non so niente e che mi ha toccato il pacco sott’acqua. Tolgo il costume perché quell’immagine mi fa impazzire, mi giro a pancia in giù e mi strofino contro il lenzuolo.

Vado su e giù inarcando la schiena cercando di godere senza toccarmi, con la sua figura sempre ben impressa nella mia mente, quel viso, quegli addominali e quel costume arancio che faceva risaltare la sua abbronzatura. Raggiungo l’orgasmo, inondo il lenzuolo del mio seme, sono sfinito, respiro affannosamente, mi giro e penso ancora a questo straniero, fissando nuovamente il soffitto. Dopo qualche minuto, mi alzo ed entro in doccia, preparandomi per la sera.

Edo è sotto che mi aspetta, indossa una camicia bianca, aperta tanto quanto basta perché riesca ad intravedere quel petto meraviglioso dalla pelle liscia come l’alabastro. Il cuore batte all’impazzata, lui è bellissimo ed è lì per me. Mi ricompongo, lo saluto e gli domando dove vuole portarmi.

“A mangiare”

“Non ho fame”

“Allora beviamo”

“Ok, beviamo.”

Prendiamo due birre ad un chiosco sul lungomare e andiamo in spiaggia. Trovo che l’idea romantica di due ragazzi in spiaggia sia terribilmente patetica, ma con lui al mio fianco tutto diventa naturale e la banalità si trasforma in estasi.

Mi racconta della sua vita, sempre alla ricerca di qualcosa che non trova. La sua mania per il perfezionismo, per raggiungere la vetta, l’ambizione che si trasforma in morbosa ossessione e la sua dannata convinzione che non sarà mai felice.

Lo ascolto con attenzione e arrivo alla conclusione che i miei problemi non sono nulla in confronto ai suoi. Edo si annusa le dita, un tic che ha da sempre, un’ansia mai espressa e mai curata. La cosa mi intenerisce, prendo le sue dita e le annuso: “Ora, le tue ansie le prendo un po’ io.” Arrossisce e abbassa ancora lo sguardo, appoggia la sua testa sulla mia spalla e si lascia andare.

“Sai che ho sempre avuto la sindrome del fisico perfetto?” dice

“Sai che un fisico è perfetto se tu sei a tuo agio col tuo corpo, senza doverlo dimostrare agli altri?” ribatto.

Non sa cosa replicare. Lo ammutolisco ogni volta e ho come un senso di superiorità nei suoi confronti. Sento che questo ragazzo dai capelli scuri sta dipendendo da me. E questa è una contraddizione palese, visto che mi sento complessato di fronte a uno che mi travolge con la sua infinita sensualità.

“Sembra un film anni Ottanta, del tipo Sapore di mare, non trovi?”

“Non ne ho mai visti. Sono troppo impegnato con lo studio e lo sport” risponde sommesso

“Sei un po’ noioso, ma ti tengo qui con me” sorrido compiaciuto

“Non chiedo altro” conclude, destando in me una dolce sorpresa.

Ci addormentiamo e, quando all’alba riapriamo gli occhi, il sole ci annebbia la vista. Coppie di anziani passeggiano di prima mattina sulla sabbia e noi, spettinati e con gli abiti sgualciti dalla notte, ci sentiamo figli di un’occasione perduta.

Gli prendo la mano e lo faccio alzare. Camminiamo lentamente verso l’hotel, lui mi saluta con un cenno della mano e mi dice: “A dopo, ora dormo un po’.”

Annuisco e mi chiudo in camera, crollando in un sonno profondo.

Trascorro il pomeriggio nella mia stanza, cullato dalle zanzariere e dai rumori di cucina del piano di sotto. Verso sera, quando il sole colora di arancio il cielo, invio un messaggio al ragazzo della notte, sperando che risponda. Nessun segno di vita. Provo a chiamare e il telefono squilla a vuoto. Edo è sparito, scrollo le spalle come per dire che me lo aspettavo, ma l’angoscia e la delusione per non riuscire ad ottenere un solo attimo di felicità, ha la meglio sul mio lato razionale.

Me ne faccio una ragione, sapendo che non lo vedrò più. C’è un treno alle 22, pago il conto, faccio lo zaino in due minuti e corro in stazione. Salgo su un vagone

semivuoto, piango e ascolto della musica rock su Spotify. Gli Sticky Fingers sembrano darmi un minimo di energia, guardo dal finestrino e vedo solo il buio, proprio come nella mia anima.

I giorni trascorrono lentamente, l’estate si avvicina e la vita di provincia prosegue come sempre. Inizio a rivedere i miei vecchi amici, a praticare sport che non amo, a studiare sotto l’occhio vigile di mia madre, a masturbarmi davanti a video porno con ragazzi etero e a presenziare a feste di cui non me ne frega niente.

Una sera, mentre stavo suonando al piano un Andantino in La maggiore di Schubert, sento vibrare il cellulare nella mia tasca. Interrompo e leggo: -Messaggio Edo-

Rimango impietrito, mio padre mi guarda perplesso, anche se sembra aver capito tutto e prosegue, con grande dignità, la sua lettura di Cechov.

Sono disorientato, tremo, apro il messaggio con una paura indescrivibile e leggo: – Sono nella piazza del tuo paese, mi vieni a prendere? –

Temo sia uno scherzo, ma qualcosa dentro di me dice che questa volta devo crederci, devo smetterla di sottovalutarmi perché non tutto è da buttare e forse una speranza c’è davvero. E se anche fosse solo un’illusione, meglio non sprecarla comunque.

Metto una felpa e corro nella piazza centrale.

Anziani signori giocano a carte al tavolino del bar, le donne spettegolano sulle panchine sotto gli alberi e io non vedo nessuno. Entro in un locale che puzza di vino e un ragazzo bellissimo, con una polo Lacoste azzurro pallido e i bermuda beige chiaro, volta il capo verso di me e sorride. È lui e io non so cosa fare, cosa dire. Resto immobile.

“Ciao, Leo” dice timidamente

“Perché sei scappato?” lo aggredisco

“Usciamo da qui” indicando la porta.

Paga il conto e lo seguo. Giunti al parco antistante la piazza, Edo fa attenzione che non ci sia nessuno nei dintorni, mi sbatte con forza contro un albero, mi stringe il viso con una mano e sussurra a bassa voce: “Ho avuto paura, riesci a capirlo questo?”

“Paura di cosa?” replico

“Tu pensi di capire tutto e non capisci un cazzo” aggiunge

“Capire cosa?” sono confuso

“Io ti amo, ti amo davvero Leo.”

Paralizzato, non proferisco parola e non ho un solo muscolo che si muove. Tutto sembra irreale, eppure sono lì, in quel parco di un villaggio sperduto nel nulla, con il ragazzo che ho sempre sognato e che dice di amarmi. Sembra un serie Netflix e invece no, è la realtà.

Si avvicina, sento le sue labbra sulle mie e quello è stato il bacio più bello mai ricevuto in tutta la mia vita. Le mie mani stringono i suoi fianchi, mentre lui continua a baciarmi con una dolcezza che mi devasta la mente e l’anima. Lo invito a casa mia, gli impongo di dormire da me senza cercare camere in alberghi fatiscenti, perché stavolta non mi può più sfuggire. Lui tentenna a causa della presenza dei miei genitori. Gli dico di non preoccuparsi e lo faccio entrare dalla finestra del retro, in modo che passi inosservato. Saliamo in mansarda a passo lento, cercando di non fare scricchiolare la scala in legno. Do un’occhiata in basso e intravedo il viso di mio padre che, alzando gli occhi, accenna un sorriso come per dirmi: “Te lo meriti, piccolo mio.”

Chiudo la porta a chiave, siamo soli, non dico una parola e scaravento Edo contro la parete, lo bacio con passione estrema, lo spoglio, lui spoglia me, gli abbasso i boxer, il suo membro è in totale erezione, mi eccita da impazzire, glielo prendo in bocca e lo sento ansimare e godere. Io sono sempre più eccitato, mi sfilo i boxer, il mio pene è turgido, lui lo accarezza, ho un sussulto, mi sputo sulle dita e mi lubrifico l’interno natiche con la saliva.

Lui, alto e possente, mi sta alle spalle, sento il suo pene gonfio e voglioso che pulsa contro di me, mi sdraio sul letto, lui mi gira su un lato e inizia a penetrarmi. Sento un dolore misto a immenso piacere, la sua bocca umida è sul mio collo, le sue mani sul mio petto e il suo membro dentro di me. Facciamo l’amore tutta la notte, una notte di stelle, di primavera e profumi di oleandro. Sento l’odore di borotalco emanato dal suo corpo sudato e, per un istante ritorna in me la voglia di vivere sereno, come quando ero piccolo. Lui mi stringe, non parla, mi bacia. Ci addormentiamo abbracciati con la sua mano appoggiata sul mio pene poi, mentre guardo fuori immaginando che la felicità non è un’utopia, sento il suo respiro farsi più pesante. Volto la testa verso di lui e mi accorgo che è crollato in un sonno profondo.

Mi rimetto di spalle, guardo dalla finestra le fronde degli alberi muoversi e sussurro: “Edo, ti amo anche io.”

So perfettamente che non ha sentito, che non saprà mai cosa ho detto e cosa sto provando in quel preciso istante, quando il buio torna ad illuminare il mio cuore assopito dalla rassegnazione.

Lui domani sparirà nuovamente e io tornerò alla mia solitudine. Ma almeno quella notte, l’ho avuto per me. Ho risollevato un’esistenza apatica e senza scopo. Che cosa resterà di me e di tutte le impressioni che ho appreso in questa notte d’amore? Non lo so, ma che importa, visto che lui è ancora qui con me e posso godere nell’accarezzare la pelle liscia di un corpo che è stato mio? Chiudo gli occhi e il suo calore si impossessa di me.

Mio padre si è svegliato e, dal suo studio, sento echeggiare un dolce suono di musiche mistiche orientali. E per un istante, ritorna la voglia di vivere a un’altra velocità.

CAP 9

Sul lago dorato

“Un Oceano di Silenzio scorre lento
Senza centro né principio
Cosa avrei visto del mondo
Senza questa luce che illumina
I miei pensieri neri”

Oceano di silenzio – Franco Battiato

I miei amici andavano a fare kitesurf e io andavo alle mostre di Magritte e Munch.

Un fine settimana di maggio inoltrato, con l’estate alle porte e il caldo che si faceva sentire, decidiamo di andare tutti al lago. Io, i tre fratelli, il prof, alcuni insignificanti esseri del nostro liceo, Nico e Lucy.

Partiamo col van di Tancredi e l’auto di Tommy. Musica, birre e risate, come quadro di una giovinezza vissuta nella fierezza delle proprie fragilità. Il vento accarezza gli alberi, quando a mattina inoltrata montiamo la tenda nella quale dormiranno Brando, Lucy e Filo e io. Tancredi è già alle prese con la sua vela da windsurf, pronto all’uscita in acqua, gli altri giocano a beach volley, mentre io Lucy e Nico ci beviamo una birra fumando una canna d’erba. La giornata trascorre tra sole, lunghe nuotate, discorsi sul nulla e il mio desiderio che si confonde tra Niccolò, Brando e Filo.

La sera, durante la grigliata sulla riva del lago, Tancredi e Tommy si appartano a discutere, altri continuano a sbronzarsi per poi addormentarsi stremati un po’ ovunque e io mi ritrovo seduto davanti al fuoco con Brando.

“Non guardarmi” gli dico

“Ti da fastidio?”

“Mi guardi con disprezzo, come se fossi un frocio represso”

“In realtà io sono affascinato dalla tua immagine” mi stupisce il biondo angelico

“Così mi metti i brividi”

“Lo so e questo mi piace”

“Ti piace provocare un gay?”

“Perché ti dai delle etichette? Io lo faccio forse?”

“No, ma tu lo fai per soldi”

“Vedi Leo, non è esattamente così. Io lo faccio perché mi piace sapere di eccitare qualcuno. È bello creare emozioni negli sconosciuti e anche nei ragazzi conosciuti come te”

“Vorrei essere sicuro di me come lo sei tu” dico sommessamente

“Tu sei lontano dagli stereotipi gay, caro il mio Leo. Come dice la nostra Lucy, tu sei Queer, non vuoi essere considerato come etero, gay bisex o altro ancora e hai ragione, perché neppure io lo voglio. Le etichette sono qualcosa che ci cataloga. O te ne liberi o sarai schiavo delle tue emozioni e dei pregiudizi che ci ruotano intorno. Un po’ come mio fratello Tancredi: schiavo di mio padre e della sua futura carriera.

Dire: sono gay, significa accollarsi un’etichetta. Prendi come esempio il gay pride: è l’espressione più distorta e ridicola dell’omosessualità. Prima di essere gay devi essere uomo. Tipi truccati e travestiti che sfilano su carri colorati, non corrispondono alla mia idea di amore. Se amo un ragazzo, voglio che sia uomo, voglio che sia esattamente come un etero: un essere umano che prova un forte sentimento verso un altro essere umano. Non ti rendi conto che oggi il coming out è anacronistico?

Qual è il reale bisogno di dover fare un gesto tanto teatrale, quando un ragazzo eterosessuale non immagina minimamente di compiere? La demagogia di chi parla di famiglia tradizionale, non la considero. Quella è propaganda non è ideologia. È ignoranza, non cultura. È intolleranza, non espressione di pace. Rispetta chi è autentico, non circondarti di chi cerca di avvicinarsi il più possibile all’immagine che si è fatto di sé stesso. Quello lo fanno i deboli e gli insicuri.

“Io sono insicuro” lo interrompo

“Ma non sei effeminato, quindi sii fiero di te, della tua bellezza, perché sei bello come un angelo”

“No, veramente quello bello sei tu, non io”

“Io amo le donne, come ben sai, ma una scopata con te me la farei, quindi tu sei davvero bello, credimi.”

Mi assale improvvisamente il desiderio di baciarlo ma Brando è come un fiume in piena e continua a parlare.

“Quel che voglio, è lasciarmi andare e vivere l’amore per quello che deve essere. E deve essere unico. Tu invece, io so cosa vuoi”

“Cosa?” domando

“La stessa cosa.”

Senza darmi il tempo di replicare, mi prende per mano, mi trascina sul bordo del lago, mi fa sedere sulla sabbia e, con l’acqua che mi bagna le gambe, mi fa spogliare, chiedendomi di masturbarmi mentre mi filma.

“Perché vuoi che faccia questo?”

“Perché almeno provi esattamente cosa provo io quando sto davanti a una webcam.”

Il potere di Brando sta nel trasmettere serenità, dono che pochi hanno, quindi lo accontento e mi tocco timidamente fino a raggiungere una totale erezione, mentre il ragazzo filma con il suo iPhone questa scena patetica e nello stesso tempo eccitante.

Vedo il suo costume gonfiarsi e la cosa mi eccita ancora di più. Il desiderio sta salendo prepotentemente e quando la mia mano accelera, lui mi blocca, mi prende la mano e corriamo verso le docce del campeggio.

L’ambiente è deserto, tutti dormono o sono imboscati da qualche parte, Brando mi butta sotto una doccia, mi spoglia completamente, apre l’acqua che inonda le nostre teste e i nostri corpi e mi bacia con una passione infinita.

Ricambio con la stessa passione e sento il suo corpo eccitato contro il mio. Mi abbassa la testa verso il suo pene eretto e inizio con la fellatio più bella della mia vita. Lui ansima e mi stringe la testa verso il suo pene perfetto, io mi sento finalmente a mio agio e con un desiderio irrefrenabile di lui e del suo corpo. Mi alzo, lo bacio e lui si abbassa ricambiando la fellatio. Nel momento in cui sente che sto per avere un orgasmo, toglie la bocca, mi prende e mi scaraventa sui lavandini, dove di giorno i campeggiatori lavano le stoviglie.

La mia schiena bagnata è appoggiata sul marmo freddo del pianale, le mie gambe sono sulle sue spalle e il viso arrapato e meraviglioso di questo dio greco fa nascere in me un’irrefrenabile voglia di essere penetrato.

Cosa che non tarda ad arrivare. Brando parte dolcemente per poi accelerare, provocando in me dolore e piacere paradisiaco. Sento di essere con la persona giusta nel momento giusto. E queste cose accadono raramente nella vita. Una volta raggiunto l’apice del piacere, mi inonda il petto del suo seme e io mi sento parte di lui, di questo dolce incantesimo. Alzo gli occhi al cielo e mi dico che forse ho sempre desiderato solo lui.

Brando sembra leggermi negli occhi socchiusi dall’idillio. Si abbassa su di me, mi bacia con una tenerezza devastante e mi dice in un orecchio: “Non ti innamorare di me perché la sola differenza tra l’amore eterno e una bella scopata, è che la bella scopata dura più a lungo.”

Il mattino dopo ci svegliamo molto tardi, la macchina del prof non c’è più e mi chiedo perché.

“Tommy ha accompagnato Tancredi a casa perché doveva fare un’uscita in parapendio” annuncia Filo

“Bene, allora godiamoci un po’ di sole, poi smontiamo la tenda e torniamo anche noi prima di sera, ragazzi, perché io ho dei clienti” dice Lucy sorridente.

Passa qualche minuto e sopraggiunge nuovamente Filo, con l’aria spaventata: “Ho appena ricevuto una chiamata da mia madre. Tancredi ha avuto un incidente, è grave, dobbiamo rientrare.”

CAP 10

Prospettiva Nevskij

“E ti vengo a cercare
Anche solo per vederti o parlare
Perché ho bisogno della tua presenza
Per capire meglio la mia essenza”

E ti vengo a cercare – Franco Battiato

La morte di Tancredi, a seguito dell’incidente in parapendio, lascia sgomento tutto il paese. Gente che si dispera, che mormora, altri che fingono dolore solo per compiacere il “padrone del setificio” e poi io, che mi rinchiudo in camera mia a piangere.

Il giorno del funerale di questo ragazzo timido dagli occhi tristi, una folla immensa invade la Chiesa e la piazzetta antistante per rendergli omaggio.

Il padre, uomo rinomato per la sua megalomania, fa installare due megaschermi, in modo che il “popolo”, i suoi operai, ovvero i suoi “sudditi”, possano assistere alle esequie.

Il momento è straziante, il sacerdote parla a vanvera, non riesco a capire nulla. Sono seduto nelle prime file con accanto i miei genitori e tutti gli altri allievi del liceo, accompagnati dalle loro famiglie. L’unico rimasto solo è Nico, inginocchiato in un angolo a pregare, con suo padre costretto a restare a casa per prendersi cura della mamma già troppo ubriaca di prima mattina.

Lo guardo, accenno un sorriso di comprensione e prego.

Finita l’omelia, Filippo si alza e sale i gradini che portano al leggio, per pronunciare qualche parola in omaggio al fratello. Il suo portamento è impeccabile, il suo dolore immenso si percepisce dagli occhi intrisi di disperazione, ma la sua dignità è degna di tutta la stima dei presenti.

Estrae un foglietto dalla tasca e inizia il suo discorso: “Siamo tutti qui a commemorare mio fratello, morto per uno stupido incidente. In realtà non è così: quella mattina, Tancredi mi aveva lasciato un biglietto sul computer, che purtroppo ho letto troppo tardi. Mio fratello non ha avuto un incidente ma si è fatto fuori e lo ha fatto perché non ha avuto la possibilità e il coraggio di amare qualcuno per cui sarebbe stato giudicato e condannato. Condannato da un padre così integerrimo nel suo moralismo piccolo borghese, da risultare ridicolo nel non comprendere il significato del termine sentimento. Tancredi amava un ragazzo, quel ragazzo” indicando proprio me col dito “E non ha avuto la forza di dirlo a nessuno, tanto meno a lui. Mio fratello era un frocio, come penserete voi, rinchiusi nei vostri pregiudizi di provincia, ma lui voleva solo amare.

Esattamente come voi amate i vostri mariti, mogli, fidanzati e fidanzate. Ma quale enorme scandalo sarebbe stato esternare un sentimento sublime nei confronti di un ragazzo come lui, vero? Bene, esaminate le vostre coscienze, perché quando l’amore è puro e sincero, non guarda in faccia nessuno. Lui aveva il diritto di essere sé stesso, ma un padre troppo preso dalla reputazione di una fabbrica che, tra l’altro è bene che lo sappiate, sta avendo grossi problemi economici, glielo ha impedito. Tancredi era l’erede e doveva dare l’immagine della famiglia perfetta, con una dignità inossidabile.

Ma la mia non è una famiglia perfetta e quanto è accaduto ne è la dimostrazione più lampante.”

Giulio sta per alzarsi, con l’intento di interrompere il monologo di Filo, ma Lavinia, forte più che mai, gli prende la mano e lo blocca.

Io tremo, le lacrime invadono il mio viso e ho voglia di vomitare. Chiedo il permesso ai miei genitori di andarmene, mentre sento le ultime parole del mio amico che dice: “Lui è stato schiavo del volere degli altri, ha perso la sua identità e, per colpa di tutti voi che siete qui, si è fatto fuori. Questa è la realtà e sappiate una cosa: mio fratello non vi vorrebbe qui, perché gli avete distrutto l’esistenza e gli avete impedito di amare quel ragazzo che ora, giustamente, sta uscendo distrutto da questa chiesa.”

Filo si avvicina all’uscita, sotto lo sguardo attonito dei presenti, mi lancia uno sguardo fatto di complicità e amore e sparisce nel nulla.

Incrocio Brando, che sta parlando con Lucy, lo saluto timidamente e bacio quella bellissima donna, artefice della mia libertà. Brando mi comunica che l’indomani sarebbe partito per Amsterdam, dove avrebbe soggiornato da amici di Lucy per un po’ di tempo, prima di trovare casa e rifarsi una vita lontano da ogni cosa.

“Hai sempre amato quella città” gli dico, compiaciuto della sua scelta

“Vieni a trovarmi un giorno, piccolo Leo. Ti metterò di nuovo i brividi, promesso.”

Sorrido, lo abbraccio e gli auguro buona fortuna.

Una volta a casa, mi sento distrutto, vomito, piango e mi dispero. La sera, mio padre entra in camera mia con un biglietto del treno e dei soldi in mano: “Leo, io e la mamma abbiamo pensato che ti farebbe bene un periodo a Roma dai nonni. Quella è una città vera, sarai libero di fare ciò che più ti pare, finirai il liceo, frequenterai l’università e noi ti raggiungeremo il prima possibile. Questo è il biglietto del treno che dovrai prendere domattina alle sette in punto. La nonna è già stata avvertita.”

Annuisco senza proferire parola, lui mi abbraccia ed entrambi scoppiamo in un pianto liberatorio. È la prima volta che vedo piangere mio padre.

Il mattino dopo, reduce da una notte insonne, mi reco in stazione, pronto per prendere il treno. Un’auto si avvicina a me, un tizio abbassa il finestrino e mi dice: “Hey, salta su che ti do un passaggio fino a Torino.”

È Tommy, il prof di italiano, che sogna il surf e che mille volte mi è stato di appoggio in un anno intriso di solitudine e malessere. Salgo, lo saluto timidamente e iniziamo il nostro viaggio. Metto della musica rock e sento già una nuova vita che mi aspetta.

Una volta giunti a Torino, il prof, anziché prendere la via della stazione dei treni, devia verso quella degli autobus internazionali. Lo guardo sorpreso e urlo: “Tommy, dove stai andando, il mio treno è dall’altra parte e tra poco parte”

“Non ti preoccupare, fidati di me, tuo padre è al corrente di tutto e per te sarà una sorpresa.”

Rifiuto, chiedo imperativamente di essere condotto al mio treno, ma lui, testardo, finge di non ascoltarmi.

Siamo nel piazzale degli autobus. Il prof mi porge un altro biglietto d’autobus e una busta con dei soldi.

“Con questi andrai in un posto dove potrai ricostruire la tua vita. Ho risparmiato per comprarmi un camper, visto che lascio tutto e me ne vado in Spagna a cercare onde nei Paesi Baschi. Un uomo a trentacinque anni ha diritto di rifarsi una vita, oppure no?”

“Certi che sì” rispondo felice per lui

“Allora prendi questi soldi, sono i 6000 euro che ho ricavato dalla vendita della mia auto, il camper ce l’ho e il denaro che mi permette di vivere per un po’, pure. Prendili e intanto ti cercherai un lavoro”

“Ma dove sto andando?” lo interrogo preoccupato

“Stai andando in un posto magico, ma non sarai solo.”

Io sono sempre più confuso, ma nello stesso tempo eccitato da questo improvviso cambio di programma, che crea in me una forte energia e lo stimolo di ricominciare davvero.

Il prof sale sull’autobus e urla: “Hey tu, straniero, vieni qui” rivolgendosi a non so chi.

Appare all’improvviso una figura che mai avrei immaginato di vedere. È quel ragazzo di cui mi sono innamorato qualche tempo fa e col quale ho trascorso una primavera indimenticabile. I miei occhi si riempiono di emozione.

“Allora Nico, tu vivrai con Leo a San Pietroburgo, frequenta tutti i corsi di danza ai quali sei stato ammesso e prenditi cura di lui”

“Certo Tommy” risponde Niccolò, con quel suo viso angelico e quel portamento ricco di dignità.

Il ragazzo, grazie al prof che ha mandato di nascosto la candidatura permettendogli di fare un provino, è stato ammesso all’accademia di ballo di San Pietroburgo, proprio quella dei balletti russi di cui lo stesso Nico mi ha parlato per notti intere.

“Una volta a San Pietroburgo, recatevi dal mio amico – Nico sa già tutto – e lui vi darà un piccolo appartamento sulla Prospettiva Nevskij, la via centrale della città”

“La conosco benissimo” affermo rivolgendo lo sguardo verso il mio nuovo compagno di viaggio, il quale me l’aveva descritta nei minimi dettagli, come un sogno che un giorno avrebbe realizzato.

E ora quella Prospettiva Nevskij è realtà.

Il desiderio di ricominciare lontano da un mondo che non mi appartiene più fa ormai parte di me.

“Ve la caverete benissimo e non preoccupatevi, laggiù parlano perfettamente inglese, ma tu, Leo, dovrai adattarti anche ai lavori più umili”

“Lo farò, con Nico al mio fianco sono pronto a tutto e non ho più paura.”

Abbraccio forte Tommy, che è stato la mia guida, il mio salvatore, l’unico che mi abbia mai compreso fino in fondo.

Nico si avvicina al prof e gli dice: “Non perdere una sola onda, prof. Te lo meriti.”

Una volta saliti in treno, mi affaccio al finestrino e urlo: “Hey Tommy, perché te ne sei andato dal liceo?”

“Perché Filippo mi ha coperto in quella sua improvvisata al funerale, ma sono io che ho avuto una storia con Tancredi, non tu.”

Rientro attonito, mi siedo di fianco a Niccolò e non ho la forza di guardarlo. Sono nuovamente sconvolto.

Mentre cerco miei AirPods nello zaino, scorgo il sorriso sornione e compiaciuto del mio compagno di viaggio.

“Perché ridi? Sapevi forse tutto?”

“Leo, tu mi hai sempre considerato un angelo, un essere puro, ma anche io sono umano. Come pensi che abbia recuperato i soldi per l’accademia di danza e per il viaggio a San Pietroburgo?”

“Dal prof, no?” rispondo sorpreso

“Come sei ingenuo, ragazzo. Ricordi quella notte al campeggio, quando tu e Brando avete scopato come pazzi nei bagni? Bene, io ho ripreso tutto col mio telefono, mi sono recato dal ragazzo e gli ho detto che se non mi avesse dato i soldi di cui avevo bisogno per la mia nuova vita, avrei messo online tutto quanto. E ti assicuro che si tratta di una bella somma. Lui, subito si è rifiutato perché non sapeva come fare, ma io l’ho lasciato riflettere ventiquattr’ore. Non avevo niente da perdere, perché o venivo fatto fuori dalla sua famiglia, che non poteva permettersi di macchiare la propria reputazione, il che avrebbe pure risolto i miei problemi con una madre alcolista che si fa picchiare ogni giorno da mio padre, oppure avrei raggiunto il mio obiettivo, che era quello di rifarmi una nuova vita.

E così, l’indomani Brando arrivò con la somma richiesta, consapevole del fatto che un’altra persona aveva quel video: il prof. In questo modo, io e Tommy, ci siamo divisi il denaro ed entrambi siamo partiti per una nuova avventura. Ora, caro Leo hai tre alternative: scendere alla prossima fermata e andare a Roma dai tuoi nonni, oppure scendere e denunciarci alla polizia, o, terza e ultima opzione, dimenticare il passato e pensare a domani.”

Un lungo silenzio segue a queste parole che, non posso negarlo, hanno devastato la mia mente e l’idea che mi ero fatto di Niccolò e del prof. Alzo il volume e ascolto un pezzo di Ryan McMullan.

Nico interrompe il silenzio, togliendomi un auricolare dall’orecchio:

“A cosa stai pensando, Leo?”

“A domani.”

Appoggio la testa sulla spalla del mio amico e mi addormento. Una volta giunti all’aeroporto di Monaco, Nico mi sveglia da un sonno disturbato da mille incubi, scendiamo e ci rechiamo alla ricerca del volo per San Pietroburgo. Arresto il mio cammino, mi sento esplodere dentro, blocco Niccolò: “Sai anche tu che non posso venire. Ho qualcosa da fare qui”

“Qui a Monaco? Ma Kalkum è di Berlino” risponde Nico

“Lo so”

“E allora?”

“Allora devo andare a cercarlo”

“Ascolta, ti posso capire, quello è un tuo sogno, rincorrilo.”

Interrompo il mio amico: “Non ho sogni, quelli sono fatti quando si dorme e io sono sveglio, anzi sveglissimo. Come mi ha sempre insegnato mio padre, io credo negli obiettivi, nel razionale, nel pragmatico, nel realizzabile e Kalkum è il mio obiettivo. Ti è chiaro, Nico?”

“Certo, amico mio.”

Lo saluto e mi dirigo verso l’uscita. Niccolò mi rincorre e mi porge una carta di credito: “Qui dentro ci sono i soldi sottratti a Brando e c’è anche la parte del prof, visto che in realtà non li ha voluti. Tu ne hai più bisogno di me, prendili.”

Impressionato dalla generosità del ragazzo, non riesco a dire cosa vorrei per ringraziarlo, prendo quella carta di credito e lo lascio correre verso il suo aereo, senza neppure strappargli un ultimo bacio.

Ora ho un po’ di soldi per me, fisso quella carta, la giro e rigiro nella mia mano più volte, riflettendo sul da farsi. Uscito dalla porta principale dell’aeroporto e prima di cercare un volo per Berlino, ho come un’illuminazione. Tutto quel che ho sempre voluto sta proprio in quella carta che ho in mano. Inizio a correre cercando l’entrata dei voli in partenza. Trafelato arrivo al tabellone degli orari, vedo che c’è un volo alle 21:21, mi reco allo sportello e mi rivolgo a una signorina annoiata davanti allo schermo di un computer, intenta a limarsi le unghie: “Un biglietto per il volo delle 21:21 diretto ad Amsterdam”

“Andata e ritorno?”

“No, di sola andata.”

 

Foto di Vickson Santos da Pexels

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