Heated Rivalry, serie romance ambientata nel mondo dell’hockey professionistico, ha superato fin dalla sua uscita i confini del genere. Tratta dall’omonimo romanzo di Rachel Reid, arriva in Italia il 13 febbraio su HBO Max, portando sullo schermo una storia d’amore maschile raccontata con franchezza ancora rara nella serialità mainstream. Sesso, competizione sportiva e desiderio convivono senza filtri, dando vita a un racconto che ha rapidamente smesso di parlare solo a un pubblico queer.
A cogliere con precisione questa portata è l’analisi di Alessio Vannetti per L’Espresso, che l’ha definita una serie “senza filtri né retorica”, capace di guardare “al desiderio e allo sport come macchina simbolica della maschilità” e di parlare, insieme, di amore e identità.
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Heated Rivalry, lo sport e la costruzione della maschilità
Nell’analisi pubblicata su L’Espresso, Vannetti sottolinea come Heated Rivalry utilizzi lo sport non come semplice ambientazione, ma come struttura culturale. L’hockey agonistico diventa il luogo in cui la maschilità normativa si consolida, premiando il controllo e punendo la vulnerabilità.
La serie mostra così uno sport che funziona come una “macchina simbolica della maschilità normativa: quella che premia il controllo e punisce la vulnerabilità”. È all’interno di questa struttura che si muovono Shane Hollander e Ilya Rozanov, due atleti cresciuti in un sistema che ammette il contatto fisico solo se finalizzato alla prestazione e cancella tutto ciò che esce dallo stereotipo del maschio alpha-performativo.
In questo contesto il desiderio non viene represso perché proibito, ma perché indicibile, e proprio questo non detto rende la serie così efficace nel raccontare la maschilità contemporanea.
Sesso, verità e desiderio
Uno dei punti più netti dell’analisi di Vannetti riguarda il modo in cui Heated Rivalry mette in scena il sesso. “Il primo traguardo della serie”, scrive su L’Espresso, “è un racconto sessuale senza filtri, diretto, fisico, capace di accendere il desiderio con una sincerità rara”.
Le scene intime non sono decorative né allusive, ma diventano parte integrante della narrazione. Fin dai primi episodi, gli autori e gli interpreti chiariscono che non cercano compromessi. Se c’è sesso, deve essere “radicalmente onesto”. Il corpo diventa così lo spazio in cui i personaggi smettono di controllarsi e iniziano a esistere, liberandosi della disciplina emotiva imposta dallo sport.
Il romance e la politica dei corpi
Vannetti inserisce Heated Rivalry in una riflessione più ampia sul genere romance, spesso snobbato in nome di una gerarchia culturale alto/basso. Al contrario, osserva come proprio il romance sia oggi “una delle ultime spiagge per comunità trasversali per genere, orientamento sessuale, classe sociale e generazione”.
In questa prospettiva, la favola e l’happy end non sono evasione, ma strumenti politici. Anche quando l’happy end coincide con “l’eiaculazione finale”, Heated Rivalry mostra che il piacere può essere raccontato come linguaggio narrativo e come qualcosa che ci riguarda tuttə.
Visibilità queer fuori dalla retorica
Uno dei passaggi più centrali dell’analisi riguarda il tema della visibilità. Heated Rivalry sposta il coming out “fuori dalla retorica del coraggio individuale” per collocarlo “in una grammatica più complessa”, fatta di educazione emotiva e responsabilità intergenerazionale.
Il gesto decisivo non appartiene ai giovani protagonisti, ma a Scott Hunter, veterano dello sport che, come osserva Vannetti, “sa chi è, sa cosa desidera”, ma ha imparato a nascondersi perché l’ambiente sportivo non ammette deviazioni. Quando, dopo la vittoria della Coppa, chiama il compagno sul ghiaccio e lo bacia, compie un coming out “senza discorso, ma proprio per questo assoluto”.
Da lì, la serie allarga lo sguardo e porta la visibilità fuori dallo spazio pubblico dello sport, spostandola nella dimensione più intima dei legami familiari. Il confronto di Shane con la madre, segnato da una frase che pesa come un bilancio esistenziale – “Ci ho provato… ci ho provato davvero… mi spiace” – e seguito dalle scuse della donna e dal “Sì, ti perdono” del figlio, rende evidente ciò che Vannetti mette a fuoco nella sua analisi: il coming out come rinegoziazione profonda dei rapporti affettivi, un processo che coinvolge più generazioni e ridisegna lo spazio stesso della visibilità.
Un successo globale che riesce a parlare a pubblici diversi. Non solo una storia d’amore, ma un racconto che modifica il modo in cui vengono rappresentate maschilità, visibilità e libertà emotiva.



