Ci sono storie che non si esauriscono con i titoli di coda. Restano lì, nella memoria collettiva, pronte a tornare appena il pubblico ricomincia a pensarci. Il diavolo veste Prada è uno di quei casi.
A quasi vent’anni dall’uscita del primo film e con il secondo capitolo appena arrivato in sala, a Hollywood si guarda già oltre.
L’idea di un terzo film non nasce dal nulla. Nelle ultime ore il cast ha lasciato intendere che lo scenario è più aperto di quanto si pensi.

In questo articolo
- 1 Il diavolo veste Prada, un film che non ha mai davvero chiuso il sipario
- 2 Stanley Tucci ed Emily Blunt guardano avanti
- 3 Anne Hathaway e il peso del pubblico
- 4 La prudenza del regista David Frankel
- 5 Il vero nodo: Il Diavolo veste Prada deve cambiare, ma senza perdere identità
- 6 Il terzo film dipenderà da una scelta precisa
Il diavolo veste Prada, un film che non ha mai davvero chiuso il sipario
A dare il segnale più diretto è stata Meryl Streep, che ha riportato subito l’attenzione su Miranda Priestly. Con una battuta semplice ha riassunto il momento: non ha senso aspettare altri vent’anni.
Detta così sembra una frase leggera, quasi buttata lì. In realtà fotografa bene come funziona oggi il cinema, dove il tempismo conta quanto il progetto stesso.

Stanley Tucci ed Emily Blunt guardano avanti
Anche Stanley Tucci non nasconde l’interesse, mantenendo quel tono ironico che ha sempre caratterizzato Nigel. Il suo personaggio potrebbe avere ancora spazio, ma con una condizione chiara: evitare di ripetere ciò che è già stato fatto.
Su questa linea si muove anche Emily Blunt, che immagina un terzo capitolo più compatto, con rapporti tra i personaggi sviluppati in modo più profondo. In particolare, il legame con Nigel potrebbe trovare finalmente una dimensione più completa rispetto a quanto visto finora.

Anne Hathaway e il peso del pubblico
Il punto più delicato riguarda Anne Hathaway. Il suo personaggio, Andrea Sachs, resta il cuore della storia, lo sguardo attraverso cui tutto prende forma.
Hathaway non si espone troppo, ma introduce un elemento concreto. Il destino del franchise dipende dai risultati del secondo film. È una logica chiara, perché oggi ogni scelta passa prima dai numeri.
La prudenza del regista David Frankel
Dietro la macchina da presa, David Frankel mantiene una posizione più cauta. Sa bene che parlare troppo presto di un sequel può creare aspettative difficili da gestire.
Eppure anche lui lascia spazio a una possibilità. I personaggi non hanno esaurito il loro percorso. Possono ancora evolversi, a patto di trovare una direzione credibile.
Il vero nodo: Il Diavolo veste Prada deve cambiare, ma senza perdere identità
Il successo de Il diavolo veste Prada non è mai stato solo nella trama. A fare la differenza sono sempre stati i personaggi, il loro modo di muoversi tra potere, ambizione e immagine.
Un eventuale terzo film dovrà partire da qui. Continuare senza restare fermo. Crescere senza perdere ciò che lo ha reso riconoscibile.
Negli ultimi anni l’industria ha puntato sempre di più su universi già noti, riportandoli sullo schermo per un pubblico cambiato. È una strategia che funziona quando c’è qualcosa di nuovo da raccontare.
Nel caso de Il diavolo veste Prada, la materia non manca. Il mondo della moda e dei media è diverso rispetto a vent’anni fa, più veloce, più esposto, più competitivo.
Il terzo film dipenderà da una scelta precisa
Il vero punto non è tanto capire se il film si farà, quanto come verrà costruito. Un nuovo capitolo deve avere una sua ragione, deve aggiungere qualcosa che prima non c’era.
Per ora tutto resta in sospeso. Ma quando un cast di questo livello smette di guardare indietro e inizia a immaginare il futuro, significa che la storia è ancora viva.
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