Il Prigioniero, l’ombra del giovane Cervantes gay nel film di Amenábar: attrazione proibita con il suo carceriere

Il prigioniero racconta un giovane Cervantes tra schiavitù, desiderio e un’attrazione proibita per il Bey di Algeri: Amenábar riapre il capitolo più segreto della sua vita.

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Il Prigioniero di Amenábar
Il Prigioniero di Amenábar
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Che cosa sappiamo davvero di Miguel de Cervantes, oltre al fatto che abbia scritto un romanzo che ha cambiato la storia della letteratura mondiale? Per la maggior parte delle persone, il suo nome è sinonimo di Don Chisciotte della Mancia, una delle opere più importanti e influenti di sempre. Ma dietro l’icona, dietro il “padre del romanzo moderno”, si nasconde un uomo di cui conosciamo in realtà molto meno di quanto crediamo.

Il prigioniero, il nuovo film di Alejandro Amenábar presentato fuori concorso al Torino Film Festival 2025 e presto nei cinema italiani con Lucky Red, fa proprio questo: scardina la superficie, si insinua nel non detto, esplora una delle fasi più buie e formative dello scrittore. Ed è proprio lì, nelle prigioni di Algeri dove Cervantes trascorse cinque anni fondamentali, che il regista suggerisce un possibile legame omoerotico tra il giovane Miguel e il suo carceriere, il Bey Hasan Veneziano. Una possibilità storicamente dibattuta e mai davvero affrontata dal cinema, ma che qui diventa il cuore del racconto.

Julio Peña è il giovane Cervantes ne Il Prigioniero
Julio Peña è il giovane Cervantes ne Il Prigioniero

Chi era davvero Miguel de Cervantes?

Prima di entrare nel film, è utile tornare all’uomo dietro il monumento. Miguel de Cervantes nacque nel 1547 ad Alcalá de Henares e trascorse un’esistenza movimentata, tutt’altro che lineare: soldato, marinaio, viaggiatore, poeta, drammaturgo, funzionario statale. E poi, tardi nella vita, scrittore.

Il suo capolavoro, Don Chisciotte, arrivò quando aveva già superato la cinquantina. È considerato l’opera che ha dato origine al romanzo moderno, capace di fondere satira, riflessione filosofica, realismo e fantasia con un’intuizione narrativa che influenzerà secoli di letteratura. Ma nel percorso creativo di Cervantes c’è molto altro: novelle, teatro, poesie e soprattutto una vita piena di zone d’ombra, di vuoti documentari che rendono plausibile oggi chiedersi chi fosse davvero l’uomo dietro la pagina.

I cinque anni trascorsi come schiavo ad Algeri, dal 1575 al 1580, sono tra gli episodi più enigmatici della sua biografia. Ed è proprio lì che Amenábar affonda lo sguardo.

Algeri 1575: un giovane prigioniero che racconta per sopravvivere

Il film Il Prigioniero ci porta nell’Algeri del XVI secolo, città cosmopolita e pericolosa, punto nevralgico del traffico dei corsari barbareschi. È qui che un giovane marinaio spagnolo, ventottenne, ferito e indebolito, viene portato come schiavo nel palazzo del Bey. Il suo nome è Miguel de Cervantes, ma all’epoca nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato una delle voci più influenti della letteratura mondiale.

Amenábar racconta questa vicenda con grande cura storica e un’impronta cinematografica potente. “Volevo raccontare questo periodo particolare della vita di Cervantes perché da un lato si tratta di una vicenda così ricca di peripezie da far pensare al ‘Conte di Montecristo’, e perché dall’altra racconta qualcosa di essenziale per capire chi fosse, come essere umano e artista”, ha spiegato il regista durante la conferenza stampa che si è tenuta a Torino.

In un momento storico in cui la sopravvivenza è appesa al pagamento di un riscatto, Cervantes trova rifugio nell’unica arma che possiede: la parola. Nel cortile della prigione riunisce altri schiavi attorno a sé e racconta storie, fabula dopo fabula, inventando mondi, eroi e fughe impossibili. È un gesto intimo e politico insieme: attraverso le narrazioni, Miguel costruisce un ponte con gli altri prigionieri e, forse, con se stesso.

Amenábar lo riconosce apertamente: “Racconta di qualcuno che trova nel racconto il modo di salvarsi la vita, e quel suo raccontare storie ai compagni nel cortile del Bey mi ha ricordato di quando io raccontavo storie ai miei compagni nel cortile della scuola”. Un parallelo autobiografico che illumina la natura profonda del progetto.

Il Bey Hasan Veneziano: Alessandro Borghi come non l’avete mai visto

Alessandro Borghi ne Il Prigioniero
Alessandro Borghi ne Il Prigioniero

A rendere ancora più magnetico il racconto è l’arrivo in scena di Hasan, il Bey di Algeri di origini veneziane, carceriere e sovrano, figura storica affascinante e ambigua. A interpretarlo c’è un trasformato, barbuto e quasi irriconoscibile Alessandro Borghi, sempre più internazionale, che per il ruolo ha imparato lo spagnolo da zero.

Amenábar lo racconta così: “Sapevamo che chi interpretava il Bey doveva essere italiano, perché Hasan era nato a Venezia, ma c’era il problema della lingua. Poi ci è stato fatto il nome di Alessandro… e quando ci hanno detto che era disposto a imparare lo spagnolo appositamente per il nostro film, non ci potevamo credere. È uno di quei miracoli che accadono raramente”.

Il rapporto tra Cervantes e Hasan è uno dei perni del film. Tra i due si sviluppa una relazione fatta di attrazione, curiosità e pericolosa intimità. Non è un’invenzione totale: alcune biografie ipotizzano un legame omoerotico tra i due uomini. Non ci sono prove definitive, ma ci sono indizi, interpretazioni, silenzi. E Amenábar decide di partire proprio da quella crepa nella storia.

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“In una biografia in particolare si ipotizza di un rapporto omoerotico tra Cervantes e Hasan, e ho pensato che questo potesse essere un approccio drammaturgico interessante, che sfidava le reticenze di molte persone in Spagna”, racconta il regista. “L’ho affrontato da un punto di vista di totale libertà senza mai perdere di vista però le basi storiche”.

Un’Algeri sorprendentemente queer

Una delle intuizioni più affascinanti del film riguarda il contesto storico. Perché, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, l’Algeri dei corsari barbareschi era un mondo molto più fluido e tollerante della Spagna cattolica dell’epoca.

Amenábar lo descrive così: “Nelle descrizioni dell’epoca, di un’Algeri nella quale i corsari passeggiavano per strada abbracciati ai loro fidanzati, ho rivisto una sorta di anacronistico gay pride”.

È un’immagine forte, quasi sovversiva: mentre l’Europa perseguitava ferocemente qualsiasi relazione tra uomini, Algeri offriva spazi di libertà impensabili altrove. Un paradosso storico che il film enfatizza, mettendo in dialogo passato e presente, tolleranza e repressione, desiderio e potere.

Amenábar: trent’anni di cinema tra identità, desiderio e mistero

Alejandro Amenábar
Alejandro Amenábar

Il prigioniero si inserisce con naturalezza nella poetica di Amenábar. Da anni il regista esplora personaggi in bilico tra identità e sopravvivenza, tra intimità e conflitto. Il suo cinema ha dato vita a opere come Tesis, Apri gli occhi, The Others e Mare dentro, passando per grandi produzioni internazionali come Agora e fino a progetti più recenti per la televisione e le piattaforme.

Oltre a dirigere e scrivere, Amenábar ha spesso composto anche le colonne sonore dei suoi film, firmando partiture come quelle di Tesis, Apri gli occhi, The Others e Agora. Una dimensione creativa che accompagna da sempre il suo modo di raccontare immagini ed emozioni.

Con questa nuova storia, Amenábar ritorna al cinema storico d’autore, ma lo fa con un tono profondamente personale: la narrazione come salvezza, la storia come specchio del presente, la possibilità di leggere il passato attraverso un filtro queer che non tradisce ma esplora.

Sul lato privato, Amenábar ha fatto coming out nel 2004. Nel 2015 ha sposato il compagno David Blanco, dal quale divorzia tre anni dopo.

E il Don Chisciotte? L’origine dell’eroe che verrà

Il film si colloca molto prima che Cervantes dia vita al suo capolavoro, ma l’ombra di Don Chisciotte aleggia su molte scene. “Ho introdotto piccoli dettagli che rimandano a quel libro sia nel film che nelle storie che Miguel racconta, e anche nella scenografia”, spiega Amenábar.

Per lui, Il prigioniero è come il capitolo segreto della vita di un supereroe: “È il film su un supereroe prima della sua trasformazione in supereroe”.

Nel giovane Cervantes che narra storie per sopravvivere, si intravede già il futuro autore capace di creare personaggi eterni e universali.

Il prigioniero, un kolossal internazionale

Prodotto da Mod Producciones, Himenóptero, Misent Produzioni e Propaganda Italia, con il supporto di Netflix, RTVE e Rai Cinema, Il prigioniero è stato presentato in anteprima mondiale a Toronto. In patria si è rivelato un successo, diventando uno dei titoli più visti dell’anno in Spagna e superando i 5 milioni di euro al box office.

Dopo l’anteprima nazionale al Torino Film Festival, Il prigioniero approderà nelle sale italiane nel 2026. A interpretare il giovane Cervantes è Julio Peña, mentre il ruolo del potente e temuto Bey che lo tiene in ostaggio è affidato ad Alessandro Borghi.

E non poteva essere altrimenti: Amenábar ha toccato uno dei miti fondativi della Spagna, suggerendo che dietro alla statua, all’effigie, al padre della lingua moderna, potesse esserci un uomo più complesso, più sfumato, forse più queer di quanto la tradizione abbia voluto ammettere.

Con Il prigioniero, Alejandro Amenábar compie un gesto cinematografico e culturale significativo: non rilegge Cervantes, ma lo riapre. Lo rende vivo, fallibile, umano. E lo fa attraversando uno dei terreni più delicati e affascinanti della sua biografia, quello della prigionia ad Algeri, dove il giovane Miguel potrebbe aver vissuto un legame proibito e intensissimo con il suo carceriere.

Il risultato è un ritratto che non pretende di riscrivere la storia, ma di restituire complessità a una figura diventata troppo monumentale per essere ricordata nella sua verità. E Amenábar ci invita a guardarla davvero, senza timore di scoprire che sì, forse lo scrittore più importante della letteratura spagnola era molto più vicino a noi, alla nostra sensibilità contemporanea, alla nostra lettura queer del mondo, di quanto ci avessero mai raccontato.

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