Il nome di Jannik Sinner, campione assoluto, eroe dallo sguardo timido e dalla racchetta implacabile, è stato trascinato dentro una tempesta digitale, una di quelle che sgorgano dalle fogne della nostra epoca polverizzata, dai bisbiglii casuali, o forse creati ad arte in quella putrida melma social nella quale è ormai impossibile distinguere le reali intenzioni e persino le matrici di certe calunnie che come un venticello intossicano il bersaglio stabilito. E qui non si capisce se il bersaglio sia Sinner o la comunità LGBTIAQ+, o entrambe con al seguito anche la vituperata cultura woke.
Si racconta, con toni scandalistici, che il tennista avrebbe rifiutato di indossare una fascia arcobaleno durante un presunto allenamento dedicato alla comunità LGBT, parlando di una “cultura forzata” da cui prendere le distanze.
Non conosciamo le opinioni di Sinner in merito, ma è certo che non risultino “allenamenti dedicati alla comunità LGBT” della squadra azzurra di tennis. Un polverone insomma, nato e proliferato sui social.
Nessun comunicato ufficiale, nessun titolo autorevole a sostegno, nessuna prova. Virgilio Sport ha liquidato la voce come fake news, chiarendo che non vi è traccia né di simili allenamenti né di prese di posizione da parte dell’altoatesino.
Ciò che resta è il ronzio, insistente e affascinante come il canto di una zanzara nella notte. Su X e Instagram si accendono i riflettori: c’è chi difende l’atleta, rivendicando il diritto di non farsi simbolo di battaglie non scelte; e c’è chi invece pretende un gesto, un segnale, un segno di inclusione da chi oggi incarna il tennis italiano davanti al mondo. L’occasione fornisce naturalmente occasione ghiotta per l’omobitransfobia da tastiera: oltre al povero Sinner, anche le persone LGBTIAQ+ devono assistere a commenti insultanti, e poco importa se siano postati sotto una notizia fake. L’unica cosa che conta, in questi nefasti tempi di reazionari all’arrembaggio, è bersagliare la woke culture (si vedano le parole del ministro della guerra USA).
Versioni contrastanti si accavallano: c’è chi lo descrive come un ragazzo che cerca solo neutralità, chi invece come qualcuno che vuole sottrarsi al clamore. Ma si tratta, ancora una volta, di proiezioni, non di certezze.
L’episodio, pur nella sua inconsistenza, scivola in un territorio più ampio: fino a che punto le star dello sport possono rimanere immuni dalle richieste della società che le osserva? Sinner, con la sua immagine di giovane riservato e disciplinato, rischia di diventare un contenitore vuoto in cui ognuno riversa le proprie aspettative. Il silenzio come neutralità, o il silenzio come sospetto: un filo sottilissimo che divide l’una interpretazione dall’altra. Eppure, nel rispetto del singolo individuo, anche Sinner ha diritto a mangiare pasta De Cecco, navigare via Fastweb, indossare divise Nike e restare zitto su qualsiasi argomento. Nella velocità del nostro tempo, i rumors si vestono da verità, le fake news prosperano come funghi dopo la pioggia, e un ragazzo con una racchetta può diventare, suo malgrado, il protagonista di una guerra culturale che nessuno gli ha chiesto di combattere. Ma per favore, non dite che questo abbia a che fare con cancel culture, cultura woke e comunità LGBTIAQ+. Anzi, il sospetto è che si tratti di polpette avvelenate di una certa frangia politica. Nera, nerissima.

