La scorsa settimana Joao Lucas Reis è diventato il primo storico tennista gay dichiarato a giocare le qualificazioni di uno slam, gli Us Open a New York. L’atleta brasiliano è ad oggi il primo e unico tennista in attività ad aver mai dichiarato la propria omosessualità in tutto il circuito ATP. Un’anomalia rispetto al circuito femminile, dove i coming out pubblici esistono da decenni. Dall’iconica Billie Jean King a Martina Navratilova, passando per Amelie Mauresmo, la nostra Francesca Schiavone e tenniste ancora in attività come Daria Kasatkina, Greet Minnen che ha sposato l’amata Marie Diels e Tara Moore che ha chiesto la mano a Khloe Cortrecht,

Eppure alla guida del tennis statunitense c’è Brian Vahaly, oggi 46enne presidente del consiglio direttivo della U.S.Tennis Association, organismo nazionale di governo del tennis negli Stati Uniti. Ex tennista, Vahaly ha raggiunto il 64º posto in singolare e il 94º in doppio, nel 2003, vincendo 5 Challanger in singolare e 3 in doppio. Ritiratosi nel 2007, Brian Vahaly ha fatto coming out nel 2017, denunciando pubblicamente l’omofobia nel tennis maschile. Che ora vuole contribuire a cambiare, da presidente della U.S.Tennis Association, come ribadito a OutSports.

Felicemente sposato con Bill Jones dal 2015 e padre di due gemelli, Parker e Bennett, Vahaly è cresciuto a pane e tennis, guardando con ammirazione Andre Agassi e Michael Chang, suoi “eroi”.  Ritiratosi all’età di 27 anni, Brian ha intrapreso una nuova carriera: “Mi è stato chiesto di far parte del consiglio direttivo dell’USTA. Mi sembrava una meravigliosa opportunità, in quella fase della mia vita, per restituire qualcosa. Ho iniziato come volontario per l’USTA, quando avevo 16 anni. Alla fine sono stato eletto presidente e amministratore delegato del consiglio direttivo. Il nostro obiettivo è cercare di servire ogni comunità al meglio delle nostre possibilità per rendere il tennis facilmente accessibile, investendo in campi pubblici e aumentando gli impegni finanziari verso organizzazioni no-profit come il The Trevor Project, per dare priorità alla salute mentale”.

Brian Vahaly, il coming out e le terapie di conversione

brian vahaly

Impossibile non tornare a quel coming out, uno dei pochi nella storia del tennis maschile professionistico.

“Non ho fatto i conti con la mia sessualità fino ai 25 anni”, ha precisato Vahaly. “Una delle cose che il tennis ti insegna è come compartimentare i tuoi sentimenti. Alcuni li ho trattati come negativi, altri li ho negati del tutto. All’inizio associavo la comunità LGBTQ alle parate dell’orgoglio e ai bar, in nessuno dei quali mi riconoscevo. Prima di tutto ero un atleta. Sono cresciuto con un’educazione conservatrice e religiosa e non ero attratto da quel mondo. Per questo motivo ero piuttosto solo e confuso, ho sprecato molti anni della mia vita senza capire me stesso, sentendomi un emarginato”.

Brian si è così affidato alle cosiddette teorie riparative, pensando di poter ‘guarire’ dall’omosessualità.

“In quel periodo ho frequentato una terapia di conversione tramite una chiesa. Era con un gruppo di altri uomini… che erano considerati deviati sessuali. Dopo un po’ inizi a sentire di essere sbagliato. Avevamo incontri quotidiani o settimanali, partner responsabili, ci confrontavamo sulla nostra vergogna, parlando di come Dio potesse in qualche modo aiutarci a superare questo orribile difetto che avevamo.Quando lo senti ripetere settimana dopo settimana, è difficile non crederci almeno un po’. E francamente, era nella mia mente, mi aiutava ad arrivare sulla strada verso il matrimonio, l’amore e i figli, che pensavo potessero essere raggiunti solo attraverso una relazione eterosessuale.Era difficile desiderarlo così tanto e sentire che il mio corpo mi stesse tradendo, come riconciliarmi con questo?Ho solo sprecato un sacco di tempo a lottare contro chi sono autenticamente, e questo ha causato dei danni. Ci è voluto un po’ per elaborare questa esperienza, più avanti nella mia vita, dopo essermi seduto in una stanza dove venivo costantemente umiliato per quello che ero.È difficile.Ma l’ho fatto volontariamente. Cosa mi spinge a raccontare la mia storia e a far sì che altri atleti raccontino la loro?È incredibilmente confuso quando non hai nessuno con cui parlare.Non capisci bene la situazione e hai un sacco di storie personali da affrontare, da raccontare ai tuoi amici.Cosa significa? Posso ancora andare in chiesa e sentirmi in questo modo?Avere la convinzione di poterlo fare, se fossi attratto dalle donne in qualche modo, sapere che c’è un modo per risolvere la situazione o cambiarla?E come può aiutarmi a farlo un gruppo di terapia di conversione religiosa? Ho avuto molte decisioni sfortunate e molti momenti confusi e vorrei aiutare altre persone a evitarli, in questo tipo di contesto sportivo.Perché ho sprecato molti anni che non avrei dovuto sprecare.Ora, il mio obiettivo è aiutare le persone a non commettere lo stesso errore che ho commesso io”.

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Il tennis maschile e la paura del coming out

Brian Vahaly, il presidente del tennis USA è un uomo gay con un marito, due figli e una visione inclusiva dello sport - Brian Vahaly - Gay.it
Brian Vahaly e suo marito Bill Jones

Anche dopo lo choc delle terapie riparative, Brian non ha perso la fede. Oggi fa parte del consiglio di amministrazione della Washington National Cathedral,  che lui definisce “un luogo incredibilmente accogliente, amorevole e caloroso“.

Sul perché ci sia così tanta differenza tra circuito maschile e circuito femminile, in quanto a coming out pubblici nel mondo del tennis professionistico, Vahaly si è fatto una sua idea.

Quando giocavo a tennis a livello professionistico negli anni 2000, c’erano tempi e culture diverse, in cui essere apertamente gay non era così socialmente accettabile. C’erano emendamenti in corso per vietare costituzionalmente il matrimonio gay. C’erano persone che perdevano la carriera per aver fatto coming out. Ho dovuto superare anche ostacoli legati alla mia educazione religiosa, ostacoli nel mondo dello sport, dove spesso si sentiva usare un linguaggio omofobo come mezzo per creare un certo tipo di umorismo nello spogliatoio, creando molta omofobia interiorizzata. Quando lavori in qualcosa per più di 20 anni e sei abbastanza fortunato da poter diventare un professionista e guadagnarti da vivere, hai realizzato il tuo sogno più grande. Correre un rischio parlando della tua sessualità mi sembrava l’opportunità di allontanarmi da uno sport che amavo. E quello era un rischio, e in base all’impegno che avevo profuso, era un rischio che non ero disposto a correre, per non parlare delle paure che avevo, come pensare a viaggiare in Paesi… dove era illegale essere gay. Facendo coming out limito i luoghi in cui posso giocare. Mi sembrava una distrazione concentrarmi sull’amore e non sulla qualità del mio gioco. Era un passo troppo lungo per me, soprattutto perché mi considero piuttosto introverso; non ero pronto a essere conosciuto come il giocatore gay“.

Poi qualcosa è cambiato, a carriera conclusa: La decisione che mi ha spinto a fare coming out è stata quella di condividere la mia storia nella speranza di essere un modello, per mostrare il tipo di vita che il mio io più giovane non ha mai visto, ma che ha sempre desiderato: una vita che includesse l’essere innamorato, avere figli e tutto il resto mentre ero un atleta”. “La mia vita è cambiata notevolmente da quando sono nati i nostri figli. Penso profondamente al futuro dei miei figli e al tipo di genitore che voglio essere per loro. Per me è più importante che battere alcuni giocatori della Top 10”.

Nella giornata di ieri, 28 agosto, Brian Vahaly  ha organizzato lo US Open Pride, con un brunch e festeggiamenti serali all’Arthur Ashe Stadium, tornando sul campo insieme a suo marito Bill Jones e ai suoi due figli gemelli. Il mio obiettivo è rendere il tennis lo sport più inclusivo possibile e far sì che persone di ogni estrazione sociale si sentano benvenute a un evento sportivo. Egoisticamente credo che il tennis sia lo sport giusto per tutte le comunità”.

Fonte: OutSports

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