L’ALTRA FACCIA DI CUBA

Nonostante le notizie confortanti riportate dalla delegazione Arcigay in visita all'Havana pochi mesi fa, gli arresti e maltrattamenti antigay del regime castrista continuano.

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MILANO – Il lungomare esausto dell’Havana, i tacchi da ‘regina della notte’ che imboccano il tratto di strada più battuto della capitale, La Rampa, che dal Malecòn sale nel cuore del Vedado, sfiora il cinema Yara dalla programmazione stranissima, si nasconde al giardino pieno di panchine e bici, lì, proprio di fronte alla gelateria Coppelia. Le transessuali non sono un mistero nella capitale cubana. Quando nel 1993 uscì “Fresa y chocolate” di Tomàs Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabìo, il film fu preso come un invito alla tolleranza e alla riconciliazione sotto il segno di un cementante nazionalismo. Lontani i tempi in cui (tra il 1965 e il ’68) l’omofobia era esempio di un rifiuto verso i ‘perversi’, e per la rieducazione gli omosessuali finivano nei campi di confino delle famigerate Umap (Unidades militares de ayuda a la produccìon), situate nella provincia di Camaguey. Nel 1980 con l’episodio dell’ambasciata del Perù, Castro svuotò strade, carceri e manicomi e fece esiliare 125 mila persone tra cui tantissimi omosessuali. Chiunque, se lo richiedeva, poteva andare via da Cuba!

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Le persecuzioni delle trans continuano
In questi ultimi mesi, l’organizzazione “Unione per le Libertà a Cuba”, presieduta da Carlos Carralero, ha ricevuto una serie di denunce di persecuzione verso le transessuali cubane, incarcerate e schedate dalla polizia. «Stiamo verificando – spiega – il caso di una transessuale che si è suicidata. All’Havana in particolare, ogni tanto la polizia mette dentro prostitute e omosessuali per salvaguardare l’immagine di una nazione pulita. Noi lottiamo anche per loro e per questo non capiamo la visita che l’Arcigay ha fatto al ministro della cultura cubana. Non credo siano tornati con un’idea chiara di quello che avviene a Cuba, e non ci risulta abbiano incontrato qualche omosessuale che spiegasse loro la verità».
Ma dal 2002, l’art. 42 della nuova Costituzione punisce la discriminazione, anche quella sessuale. Inoltre, secondo una Ong Usa operante sul tema dei diritti civili, Cuba è uno dei pochi Paesi dove si registrano solo limitate violazioni dei diritti degli omosessuali. «Ascolti: la figlia di Raul Castro, Mariella, che è una psicologa, ha creato un centro che eufemisticamente si chiama, “per la tutela degli omosessuali”. In realtà il centro non ha mai funzionato perché il padre e lo zio non vogliono che esista». Carralero, nel narrare delle recenti incarcerazioni di transessuali spiega che sono state emesse delle condanne e parla di come queste vivono: «Molte si prostituiscono, come tanti, per fame. A Cuba, un medico guadagna 25 dollari al mese. Tanti anni fa, quando ero fanciullo, esistevano i quartieri dove era possibile prostituirsi, oggi la praticano tutti, anche fuori dalla capitale. I cubani sono presi dalla malattia dell’indifesa, nati e cresciuti in un regime dittatoriale che insegna cosa è bello e cosa non lo è. Da tempo si vocifera proprio sui gusti sessuali del fratello di Fidel, e anche per questo non dovrebbe permettere questa repressione verso le transessuali. Una volta la gente era fiera delle proprie scarpe rotte, in nome della rivoluzione, più avanti intellettuali e poeti sembravano essere una speranza per tutti noi».

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E nessuno protesta più
Intellettuali e poeti, dopo la repressione del 2003, sono vinti dalla stanchezza; dominano i ‘funzionari delle idee’; il poeta e giornalista Raùl Rivero langue, in serie condizioni di salute, condannato a 20 anni di prigione; Antonio José Ponte è libero, mal sopportato dal regime. Il volto di Cuba è oggi un monumento alla burocrazia castrista. Anche l’anticastrismo è lacerato tra quanti vogliono costruire la democrazia in patria ed esuli che chiedono una strategia di isolamento della comunità internazionale. «Vorremmo più unità tra i cubani – dichiara Carlos – molti però hanno paura di subire ritorsioni, anche verso i familiari lontani, e di non poter più rientrare a Cuba. Ma questo ha riguardato anche noi che continuiamo a lottare contro un regime guidato da un uomo scaltro come Fidel Castro».
La triste realtà delle arceri cubane
Controllo e repressione sono l’ergo sum del regime, con l’aggravante di far vivere la gente nella miseria. E i dissidenti? «La strategia – spiega Carralero – è quella di inviarli lontani dal luogo di residenza, così da creare nuovi e gravosi problemi ai famigliari. Difficile racimolare fette biscottate o marmellata da portare loro e per raggiungerli occorre prenotare i biglietti qualche mese prima. Ovviamente nessuno fa più lavorare i parenti. Castro non ha mai fatto, in 45 anni, un’amnistia». Gli ultimi arrestati sono stati condotti in carceri lontane quasi mille chilometri e magari, quando si presenta un parente, il recluso è castigato per qualche insubordinazione. Molti, passano direttamente dal regime carcerario all’esilio forzoso. «Pensare che Cuba era l’unico Paese ad avere un tribunale di garanzia, derivato dalla Costituzione del ’40», dice Carralero.
Sull’embargo, la collisione cubano-americana non funziona più, non come la impose J. F. Kennedy; perché oggi è un affaire da legge dei numeri; di importanti lobby economiche, dall’agricoltura all’acciaio, senza tralasciare il turismo. Cuba, oggi ha rapporti commerciali con 86 Paesi anche se nessuno tra questi è disposto a fargli credito. Resta la repulsiva politica del governo di W. Bush nei confronti di Cuba, con qualche reiterazione anche in Europa. Per tanti italiani la cubanite resiste, non solo nel mito-icona del Che, ma in azioni concrete di solidarietà verso la gente. Il governo, restituendo la libertà alle transessuali e stoppandone le persecuzioni tornerebbe ad onorare l’art.42 della Costituzione.
Si può pensare a Cuba come prospettiva di piaceri esotici e di grande patrimonio culturale; oppure vederla additata per dimenticanza dei diritti civili e umani elementari. A noi piace la prima.

di Mario Cirrito

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