Italia, 13 febbraio 1939, epoca fascista. A seguito di un’operazione di polizia in Piazza Sant’Antonio a Catania, 45 uomini furono arrestati e portati in custodia. Non erano criminali, né ribelli, ma solo uomini, colpevoli però di amare fuori dai confini di un’ideologia che non conosceva spazio per l’umanità.
Allora, gli omosessuali siciliani venivano chiamati “arrusi”, con quel disprezzo che ancora oggi è capace di trasformare una parola in una sentenza. Fotografati, schedati e infine strappati alle proprie famiglie, vennero esiliati sull’isola di San Domino, nelle Tremiti, per essere cancellati dalla vista e dalla memoria del mondo.
E invece, quegli uomini tornano a fissarci con il loro sguardo inesorabile, restituito dal sensibile e meticoloso lavoro della fotografa Luana Rigolli, che nel 2023 ha riportato alla luce le loro immagini conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Volti graffiati dal tempo e dal dolore, ci osservano silenziosi da una mostra che è, al tempo stesso, tributo alla memoria e atto politico.
Su iniziativa dell’eurodeputato e membro del Comitato Diritti Civili M5s, Mario Furore, l’“Isola degli Arrusi” è approdata al Parlamento Europeo di Bruxelles, e sarà in svolgimento dal 14 al 16 gennaio nel cuore di quell’Europa che avrebbe dovuto imparare dalla storia e che invece rischia, ancora una volta, di ripeterla. Perché, come alcuni governi preferiscono comodamente ignorare, la memoria non è mai un atto neutrale, ma una decisione consapevole da rinnovare ogni giorno.
Alla cerimonia di chiusura, prevista per il 16 gennaio, saranno presenti la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, l’attivista Vladimir Luxuria, l’eurodeputato Alessandro Zan, nonché Alice Rizzi, presidente di Arcigay Foggia. Sarà proprio lei a chiedere il riconoscimento come monumento nazionale del camerone in cui gli “arrusi” di San Domino venivano rinchiusi di notte. L’emblema di un’idea che si trasforma in un confine, e da confine diventa condanna. Ma anche un simbolo potente che ci spinge a fermarci e ricordare quali sono le conseguenze dell’invisibilizzazione e della marginalizzazione delle identità non conformi.

“Tutta Arcigay e in particolare il comitato di Arcigay Foggia stanno lavorando per dare voce alla storia del confino delle persone omosessuali nell’isola di San Domino alle Tremiti, uno dei luoghi in cui venivano relegati gli uomini omosessuali durante il Fascismo, colpevoli di non aver incarnato i ruoli sociali e sessuali imposti dal regime”, spiega Claudio Tosi, responsabile Cultura nella segreteria nazionale di Arcigay. “Scopriamo i volti dei 45 “arrusi” catanesi confinati a San Domino dalle foto segnaletiche delle cartelle di confino conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato e documentate dal sensibile e meticoloso lavoro della fotografa Luana Rigolli. Tornano a vivere le loro storie nella sede del Parlamento Europeo, luogo istituzionale dove la memoria di quanto accaduto è fondamentale per la costruzione di un’Europa che deve essere saldamente a sostegno dei diritti delle persone LGBTQIA+”.
La storia degli “arrusi” di San Domino
Ci fu un tempo, non troppo distante né guardando indietro, né avanti, in cui l’Italia sognava di essere una caserma a cielo aperto, popolata da uomini tutti d’un pezzo e donne tutte al loro posto. Nel delirio del regime fascista, che voleva plasmare il “perfetto italiano”, ogni deviazione da quell’ideale veniva vissuta come una minaccia da estirpare. Gli “arrusi” di San Domino furono tra le vittime di questa ossessione per il controllo sociale e la normalizzazione forzata.
Curiosamente, il Codice Rocco del 1930 non criminalizzava formalmente l’omosessualità. Forse per un imbarazzo di regime che non voleva riconoscerne l’esistenza, come se non nominandola potesse cancellarla. Ma il fascismo aveva altri modi per reprimere chi sfuggiva al suo schema. Uno di questi era il confino, un’arma silenziosa e letale: l’esilio in un angolo dimenticato d’Italia, senza processo, senza difesa, senza appello.

L’operazione che portò all’arresto dei 45 omosessuali e al loro confinamento nell'”isola dei femminielli” ne fu massima espressione. Catania, considerata al tempo un rifugio per la comunità queer, fu etichettata come un “nido di perversione”. Bastavano una denuncia anonima o un sospetto arbitrario perché le autorità agissero. Gli uomini arrestati venivano catalogati come “pederasti” nei documenti ufficiali e spediti lontano, il più lontano possibile, su un viaggio di sola andata.
Le Isole Tremiti furono una delle destinazioni predilette per l’esilio, già usate per confinare oppositori politici e altri “elementi scomodi”. Sbarcati a San Domino, gli “arrusi” si trovavano in un inferno di isolamento, privazioni e sorveglianza costante. Non erano più persone, ma numeri. Essere lì significava essere niente, un puntino sperduto in mezzo all’Adriatico, consapevole di essere un’anomalia nella “macchina perfetta” del regime. Fu il destino di circa 300 uomini tra 300 uomini gay tra il 1936 e il 1940, condannati come “pericolosi per la sicurezza pubblica“.
Scrisse uno di loro: “È da otto mesi che sospiro la libertà tutti i giorni, in tutte le ore, in tutti i momenti. La vita senza di essa è morta, specialmente per un giovane a vent’anni. Ed io quale delitto, quale male ho commesso per essere privato così di questo grande tesoro? Di quale scandalo mi si può incolpare?“.

Eppure, persino in quella condizione disumana, qualcuno trovò la forza di resistere, non con le armi o con le parole, ma con la comunità: un sorriso, una parola di conforto, una battuta per sdrammatizzare. Una resistenza fatta di umanità, che nonostante tutto non si lasciava schiacciare.
Per anni questa vicenda restò sepolta, un sasso lanciato nel mare e inghiottito dalle onde – proprio come San Domino nei giorni di tempesta. Solo negli anni ’90, grazie al coraggio di storici e attivisti, la storia riemerse. Giovanni Dall’Orto, giornalista e pioniere della ricerca, fece luce su quel buio, portando nuove prove concrete della persecuzione fascista contro le identità e gli orientamenti non conformi.

E, ancora oggi, San Domino conserva la memoria di quei giorni. Nel 2018, una targa commemorativa è stata posta sull’isola per ricordare chi fu confinato a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere. E ogni volta che respiriamo il profumo di salsedine in contemplazione di quel tributo alla memoria, il mare sembra sussurrare sempre la stessa domanda: cosa stiamo facendo, oggi, per impedire che il passato torni a ripetersi?
