La Palma d’Oro Weerasethakul: “Vivo col mio ragazzo ed è ok”

Il regista thailandese trionfatore dell'ultimo festival di Cannes con l'ammaliante fantasticheria animista "Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti" parla del suo boy e del coming out via MSN

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Il suo nome sembra una specie di arcano mantra, un’accozzaglia consonantica impronunciabile anche cacofonica, a massimo rischio di refuso: Apichatpong Weerasethakul. Per semplificare, lui si fa chiamare Joe. È il regista thailandese quarantenne balzato ai vertici dell’apprezzamento critico mondiale grazie al suo film vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, l’ammaliante fantasticheria animista "Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti" in uscita venerdì prossimo per Bim Distribuzione. Un’immersione ipnotica e seducente nelle credenze e nella vita bucolica del popolo thai di campagna, filtrata dalle vicende dell’apicoltore Boonmee che sta morendo a causa di una grave disfunzione renale. Poco alla volta si materializzano gli spiriti delle persone che più ha amato nella vita terrena, in forma di visione impalpabile – la moglie defunta anni prima – oppure reincarnati in scimmioni dalle pupille infuocate, come il figlio di cui non aveva più notizie da anni.

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Insieme a loro effettuerà un ultimo viaggio verso la caverna dove è nato, immersa nella foresta pluviale.
Una sorta di sogno partecipato affascinante e misteriosamente incantevole, realizzato con pochi mezzi (gli effetti speciali sono dissolvenze e sovrimpressioni artigianali a basso costo ottenute attraverso specchi riflettenti) ma molta creatività – e come filma la giungla Weerasethakul non lo sa fare nessuno – intrisa di magiche rievocazioni delle leggende locali (la principessa sfigurata che si fa possedere in un laghetto da un pesce gatto avido dei suoi preziosi monili). Non secondario risulta l’uso assai elaborato del suono che evoca straniamento e un’intensa tensione meditativa. Una cinemagia trascendente in grado di reincarnarsi a un certo punto in un altro film, spiazzante e realista, con bizzarri inserti fotografici che ricordano i conflitti del ’65 tra i contadini del nord-est thailandese e il governo totalitario nonché una lunga scena della doccia di un monaco nudo che resta di libera interpretazione da parte dello spettatore.

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Avevamo ammirato Weerasethakul nel precedente "Tropical Malady", vincitore dei due riconoscimenti principali del Togay e di un premio della Giuria a Cannes 2004, ermetica storia d’amore tra due ragazzi interrotta dalla sparizione inspiegata di un membro della coppia nella foresta. Una vera sfida alla pazienza di chi guarda per i tempi dilatati e l’inerzia narrativa ma diventato un cult intoccabile dall’indubbio fascino figurativo per i cinefili più oltranzisti.
Molto amato anche come videoartista (la sua installazione multi-piattaforma "Primitive" sta facendo il giro del mondo), Apichatpong Weerasethakul quando scrive utilizza una particolare tecnica di meditazione, Vipassana, che significa ‘vedere le cose in profondità, come realmente sono’, in base alla quale bisogna concentrarsi sul respiro per acquisirne una vera consapevolezza.

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Il regista thailandese ha rilasciato un’intervista a Oasis Magazine in cui parla della propria omosessualità: "Vivo col mio ragazzo. Ogni tanto usciamo e talora ci teniamo per mano. Non sento nessuna pressione a questo proposito, faccio solo cose assolutamente normali. È ok. Facendo film ci metto anche parte della mia vita, ed essendo gay questa parte di me emerge. Per me è una cosa naturale. Non credo nella scelta, cioè di essere omosessuale perché lo si sceglie. Non è una nostra scelta ma un percorso di vita. C’è un seme e poi un fiore, una causa e un effetto. Ho fatto fatica a dirlo ai componenti della mia famiglia: sono fortunato perché hanno reagito bene. L’ho detto a mia sorella e a mio fratello, che vende prodotti informatici, via MSN: stavamo chattando dell’acquisto di un pc e lui ha visto la foto di una ragazza sul computer. Mi ha chiesto: ‘È la tua nuova ragazza?’ Io gli ho risposto: ‘No, lo sai che non mi piacciono le donne’. Lui è stato zitto per un po’ e poi ha aggiunto: ‘Ok, continuiamo a parlare di computers’.

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È capitato così, in maniera assolutamente casuale.  Riguardo alla vita gay in Thailandia non ne so molto, non esco spesso. Ma è curioso che nella nostra filmografia nazionale quando si parla di gay in realtà si tratta di travestiti". A Hollywood Reporter ha anche confidato alcuni particolari della sua vita sentimentale: "Il mio fidanzato è un artista: fa il fotografo ma studia ancora. Io però non mi considero un regista gay, solo alcuni dei miei film parlano di questo argomento".

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