LOVING II, l’amore gay prima delle etichette in oltre 300 foto di coppie tra metà Ottocento e anni ’50: “Due persone che si amano e basta”

Curato dai collezionisti Hugh Nini e Neal Treadwell, LOVING II presenta oltre 300 fotografie di coppie di uomini innamorati tra Ottocento e anni ’50. Un archivio emotivo che attraversa un secolo.

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LOVING II, foto di Hugh Nini and Neal Treadwell
LOVING II, foto di Hugh Nini and Neal Treadwell
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Oltre 300 fotografie di uomini innamorati, scattate tra la metà dell’Ottocento e gli anni Cinquanta, compongono LOVING II, il volume pubblicato da 5 Continents Editions e firmato da Hugh Nini e Neal Treadwell, tra i più importanti collezionisti al mondo di fotografia queer. Il libro, seguito diretto del successo internazionale Loving (2020), amplia e approfondisce una narrazione visiva che mette in discussione l’idea che l’amore tra uomini gay sia sempre stato nascosto, marginale o patologizzato.

Sono immagini di uomini che si tengono per mano, si abbracciano, flirtano, ballano, posano con una naturalezza che sorprende chi guarda oggi, abituato a leggere il passato queer solo attraverso repressione e silenzio. Proprio per questo il libro rappresenta un archivio emotivo che interroga il presente.

LOVING II, foto di Hugh Nini and Neal Treadwell
LOVING II, foto di Hugh Nini and Neal Treadwell

LOVING II, un sequel che estende la “storia fotografica” dell’amore tra uomini

Cinque anni dopo l’uscita del primo volume, Nini e Treadwell tornano con un sequel che, come scrive Xtra, “espande l’originale” con immagini più enigmatiche “da contesti, classi e angoli del mondo diversi”, lungo un secolo “non noto per tolleranza o diversità”.

Anche l’edizione italiana mette a fuoco l’impianto: Loving II. Men in love. Una nuova storia fotografica 1850-1950, con i curatori Neal Treadwell, Hugh Nini e Laura Leonelli. In altre parole, non un semplice “secondo capitolo”, ma un ampliamento dell’orizzonte, con nuove categorie di immagini e nuove domande su come leggiamo – e spesso proiettiamo – le identità nel passato.

 

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Il successo del primo Loving e il bisogno di una memoria visibile

Nel racconto pubblicato su D – la Repubblica, il primo Loving viene descritto come un progetto nato in controtendenza: in piena pandemia, quando tutto sembrava fermo e poco disposto ad accogliere opere così intime, appariva difficile immaginare che un libro del genere potesse emergere. E invece accadde l’opposto: già alla vigilia dell’uscita, la prima tiratura risultava quasi completamente esaurita.

Nini e Treadwell, citati nell’articolo, ricordano che prima di quel libro “tutto ciò che riuscivamo a vedere erano punti interrogativi e incertezza”, e che il pubblico si è riconosciuto in quelle immagini in modo potente: “Il primo volume è stato accolto come un respiro trattenuto troppo a lungo”, ricordano i due curatori.

Il motivo non sta solo nella rarità degli scatti, ma nella loro immediatezza: la fotografia vernacolare – quella non “ufficiale”, non museale, non pensata per fare storia – diventa una prova emotiva e mostra l’amore in tutte le sue sfaccettature.

Un archivio affettivo prima delle etichette

Per contestualizzare LOVING II è utile ricordare un punto storico spesso rimosso: le parole cambiano il modo in cui guardiamo le vite. Il termine “homosexual” risulta attestato in inglese dal 1891 (come registra anche l’Oxford English Dictionary).

Non significa che prima non esistessero desiderio o relazioni tra uomini, ma che non erano necessariamente letti come identità “separate” nello stesso modo in cui lo facciamo oggi. In molte società, sposarsi e avere figli era soprattutto un dovere sociale, non la prova di un’esclusiva attrazione per l’altro sesso. È uno dei nodi che torna quando si osservano fotografie ottocentesche: coppie di uomini che non sembrano nascondersi allo sguardo, perché ciò che oggi chiamiamo “visibilità” non aveva ancora le stesse conseguenze culturali e politiche.

Whitman, Wilde e la svolta morale

Gli storici descrivono spesso una trasformazione in più fasi nella percezione dell’affettività tra uomini. A metà Ottocento, Walt Whitman canta il “manly love of comrades”, l’amore virile dei compagni, come legame fondativo e democratico.

Poi arriva la frattura: i processi a Oscar Wilde (1895) e l’ondata di moralismo che segue contribuiscono a irrigidire la lettura pubblica delle relazioni tra uomini, spingendo la società a cercare “prove”, indizi, colpe. Non è un caso che, nel tempo, persino la nudità maschile in fotografia e nell’arte venga percepita con sospetto: ciò che prima poteva stare nel perimetro della “normalità” (amicizia intensa, contatto fisico, pose affettuose) viene riscritto come devianza.

Una collezione nata per caso

Foto di Hugh Nini and Neal Treadwell
Foto di Hugh Nini and Neal Treadwell

La storia editoriale di LOVING II inizia con un ritrovamento che sembra quasi narrativo. In un’intervista a Xtra, Neal Treadwell racconta: “Abbiamo trovato la prima fotografia circa 25 anni fa… in un centro di antiquariato”, nascosta da una serie di foto di case. “Era una foto davvero dolce. Due ragazzi che si abbracciano, uno di spalle, davanti a una casa”.

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All’inizio pensavano di non trovarne più: “Pensavamo fosse probabilmente l’unica che avremmo mai visto”. Poi, “solo quando siamo arrivati a tre, quattro, cinquecento immagini ci siamo resi conto che stavamo davvero collezionando qualcosa”.

Hugh Nini aggiunge un dettaglio decisivo: ogni volta erano sorpresi “che fosse stata scattata in primo luogo” e che “questo piccolo pezzo di carta” avesse resistito per “100 anni o più”. La collezione nasce così, come “modalità di conservazione”, per evitare che quelle vite tornassero nell’oblio.

Cosa cambia in LOVING II: scritte sul retro, volti nascosti, desiderio esplicito

Foto di Hugh Nini and Neal Treadwell
Foto di Hugh Nini and Neal Treadwell

Tra le novità del secondo volume, Xtra riporta quattro scelte precise. La prima riguarda le scritte sul retro: alcune vengono riprodotte, rendendo visibile non solo l’immagine ma anche il modo in cui qualcuno – parente, amico, testimone – l’ha nominata.

La seconda è l’inclusione di alcune fotografie con persone che “apparentemente si identificano come femminili”, un’apertura importante perché sposta il libro dal solo “coppie di uomini” a un discorso più ampio sulla rappresentazione di genere nel privato.

La terza è un pattern che i curatori notano col tempo: foto in cui i soggetti evitano l’obiettivo, non per errore, ma “nel modo più sicuro possibile”, per non mostrare i volti. La quarta riguarda una selezione di immagini “un po’ più audaci”, con “energia sessuale”, senza mai sconfinare nel pornografico.

In parallelo, D – la Repubblica sottolinea che Loving II include anche “rarissimi esempi” di relazioni interrazziali e rappresentazioni di genere, e cita la sintesi dei curatori: “Si tratta di due persone che si amano e basta”.

Un altro elemento che emerge da LOVING II è la materialità della fotografia. Nini ricorda che già nel 1902 esisteva un dispositivo (Faries Shutter Tripper) che permetteva una sorta di “selfie”: un tubo collegato all’otturatore, con una pera da stringere.

Quando la fotografia era ancora poco diffusa e uno scatto poteva essere tra i pochi dell’intera vita, farsi ritrarre insieme significava dare forma e durata a un legame. Anche per questo le immagini di LOVING II colpiscono così profondamente perché non sono semplici ricordi, ma spesso l’unica traccia rimasta di una relazione.

La copertina “Not married but willing to be”

Copertina LOVING II

C’è un’immagine che, più di altre, concentra il senso del progetto: la fotografia di copertina, con una coppia di uomini che mostra il cartello “Not married but willing to be”. Non è soltanto una frase, ma una micro-performatività sociale: un oggetto di scena pensato per giovani uomini in cerca di moglie, ribaltato in un gesto di sfida e desiderio.

È qui che LOVING II diventa anche una domanda politica: cosa ci dicono queste foto, oggi, mentre i diritti LGBTQIA+ vengono messi in discussione in molte aree del mondo? Le fotografie restituiscono una presenza e pongono inevitabilmente una domanda al presente su quale memoria stiamo costruendo e lasciando a nostra volta.

Nell’intervista a Xtra, Nini osserva che spesso ci raccontiamo il passato con una scorciatoia (“era molto peggio allora”) e il presente con un’altra (“oggi è tutto risolto”). Ma, dice, “si esagera” sia nel descrivere quanto fosse terribile prima, sia nel dipingere quanto sia meraviglioso oggi.

E aggiunge un punto che colpisce: “All’epoca, una coppia gay non era un sermone in chiesa, né un argomento politico”. È una frase che va letta come indicazione storica: la politicizzazione dell’esistenza queer, in molte fasi, cresce insieme alla costruzione delle categorie, dei divieti, dei panici morali.

LOVING II come idea di futuro: archivi, mostre, e un terzo volume già pronto

Il progetto Loving non si ferma al libro. La collezione, racconta Nini, è stata esposta in Svizzera e “aprirà in Australia”, con l’idea di portarla poi negli Stati Uniti; e il sogno, un giorno, sarebbe una sede museale permanente, “come il MoMA”.

Quanto al futuro editoriale, la risposta è quasi inevitabile: “Abbiamo materiale più che sufficiente per un Loving III”.

Da qui, l’idea che LOVING II non chiuda una storia, ma la rende piuttosto finalmente visibile. E nel farlo, ci ricorda che la memoria queer non è un “tema di nicchia”: è parte della storia sociale, culturale, affettiva di tutti.

© Riproduzione riservata.

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