Luca e Gustav, l’intervista: “la misoginia è trasversale e si trova anche nell’ambiente gay”

"Da 20 anni insieme come tanti gay, mentre gli amici etero continuano a divorziare". La nostra intervista a Luca Ragazzi e Gustav Hofer.

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Da 20 anni insieme, voi due siete un po’ l’eccezione che conferma la regola, nei confronti di quel luogo comune che vorrebbe le coppie LGBT più facili all’esplosione, alla scadenza rapida, alla rottura a breve termine. Potete svelarci il vostro segreto?

Non so se c’è un segreto o se è solo tanta fortuna. Di sicuro alla base del nostro rapporto c’è una comunione di interessi: amiamo ridere, viaggiare, passare tempo con gli amici, andare al cinema e poi discutere di quello che abbiamo visto. Per noi la condivisione è alla base ma sappiamo che non per tutti è così. E poi c’è il fatto che entrambi sappiamo di essere lungi dall’essere perfetti e ci stupiamo reciprocamente ogni giorno che l’altro non si sia ancora stufato dei nostri difetti. Comunque quasi tutti i nostri amici gay sono coppie stabili e durature, mentre quelli etero continuano a divorziare…


Esattamente undici anni fa, con lo splendido Improvvisamente l’inverno scorso, balzavate agli onori delle cronache cinematografiche, vincendo anche un Nastro d’Argento. In quel doc si parlava dei celebri DICO, proposti dal Governo Prodi. Passati undici anni, abbiamo ora le unioni civili. Quanto è cambiata l’Italia nei confronti dei diritti LGBT, in questo decennio in cui siamo passati dalle papi girl di Berlusconi al sovranismo estremista di Salvini?

Ci piace pensare che con il nostro film abbiamo contribuito anche noi a quel dibattito. Abbiamo ricevuto un numero infinito di e-mail che ci ringraziavano per aver dato “corpo” a quella che fino a prima era solo un’astrazione: la realtà e la quotidianeità di una coppia gay, fino allora vista solo in forma parodica in qualche commedia demenziale.
Riteniamo che ci sia bisogno di modelli positivi in cui i giovani possano identificarsi. L’Italia in questi 10 anni ha fatto piccoli passi avanti, è un paese lento, reazionario per natura essendo abitato perlopiù da persone anziane, spaventate dal nuovo, che sia l’estensione dei diritti o la fibra ottica. Tutto li spaventa, ma noi non demordiamo. Comunque, anche se con passi da lumachina, il paese progredisce: abbiamo visto come l’introduzione delle unioni civili ha cambiato moltissimo la forma mentis. Per esempio, se in Hotel prenotiamo una camera matrimoniale e diciamo che siamo sposati, nessuno fa più quelle risatine di imbarazzo.

Con “Dicktatorship. Fallo e basta!”, vostro ultimo lavoro, rimarcate la pericolosità dei social, soprattutto in ambito sessista e misogino. Una denuncia sull’imperante maschilismo italiano fatta da due uomini. Quale riscontro avete avuto dal mondo femminile?

Com’ era prevedibile, le donne hanno abbracciato il nostro film e le femministe lo usano come bandiera, il fatto è che noi non volevamo farlo vedere a chi già la pensa come noi, ma ai tanti maschi alpha che stanno in giro ( e che difficilmente vanno al cinema a vedere un documentario su questo tema). Quando certi uomini vedono il film, la prima reazione è sempre di proteggere la loro categoria, quella dell’uomo eterosessuale, bianco, cristiano, che ha dominato il mondo e che storicamente non è mai stata messa in discussione. Si vede che non gli piace per niente questa sensazione. Ma la cosa che ci ha fatto più male è scoprire che la misoginia è trasversale e si trova anche nell’ambiente gay. Siamo pur sempre maschi italiani cresciuti in questa cultura e non immuni a certi atteggiamenti.


Nelle ultime settimane siete tornati in tv su Rai 3, grazie a Stati Generali, dove avete presentato un avvilente servizio/inchiesta sull’omofobia nel Bel Paese. Più presente che mai. Come se ne esce, da dove bisognerebbe partire, per provare a cancellare definitivamente questa piaga sociale?


Bisognerebbe andare tutti a vivere in Canada, ecco da dove bisognerebbe partire… Scherzi a parte, crediamo che la politica abbia delle responsabilità enormi per esempio per non aver ancora fatto una legge che condanni il reato di omofobia. Ma anche la scuola che non educa i giovani a dei modelli diversi, la chiesa cattolica romana che si ostina a negare l’omosessualità all’interno del clero, le madri italiane che viziano i figli maschi e fanno credere loro di essere dei principini. E potremmo andare avanti… I “colpevoli” sono tanti.


Sei anni fa avete diretto un doc dal titolo What is Left?, sulla crisi della sinistra italiana. Passati sei anni quella crisi non ha certamente trovato soluzione, tra scismi interni, litigi continui, partitini ad personam. Eppure solo una sinistra unita potrebbe battere i barbari leghisti. Come e da dove bisognerebbe ripartire?

Questa è una domanda da 100.000 dollari! Possiamo solo dire che in quel documentario avevamo evidenziato quelli che secondo noi devono essere oggi i 5 pilastri di una nuova sinistra, ovvero Lavoro, Laicità, Istruzione, Ambiente e Uguaglianza. Se ci sarà un partito che farà di questo la propria bandiera noi lo voteremo senz’altro. 



In questi undici anni di documentario e attivismo LGBT, vi hanno mai chiesto di buttarvi in politica? Se sì, come mai non avete accettato, e in caso contrario accettereste?

Il lavoro di politico, se fatto come si deve, è un lavoro totalizzante, che ti succhia tutte le energie. Noi non saremmo portati, molto meglio fare i registi di documentari. All’Inizio qualche partito ci ha avvicinati, ma da quando si sono resi conto che noi siamo critici feroci con sinistra, destra e pure con il movimento 5 stelle, hanno capito che non gli conviene…


Nel 2011, con il doc Italy: Love It, or Leave It, vi chiedevate provocatoriamente se l’Italia fosse un posto in cui poter ancora vivere. Quasi nove anni dopo, che risposta vi siete dati?

Nel 2011, quando abbiamo scritto e girato il film, c’era veramente il sentimento nell’aria di un grande cambiamento. Da allora si sono succeduti 6 governi e oggi la situazione per molti versi è anche peggio. Si ha la sensazione che si è perso molto tempo e che sia quasi impossibile costruire qualcosa a lungo raggio. Tutto si fa solo sull’emergenza. Siamo un paese schizofrenico ma anche un laboratorio che spesso ha fatto le cose prima degli altri. È ancora interessante vivere qui, anche se certo non semplice.

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bacibaci 16.12.19 - 11:35

Certo che i gay sono misogini, c'è un commentatore di questo sito che quando mi ha criticato lo ha fatto rivolgendosi a me usando il femminile. È una cosa purtroppo frequente fra i gay, quando ti incazzi con un gay rivolgiti a lui usando il femminile, è una cosa che ho sempre considerato, non solo estremamente offensiva, ma soprattutto rivelatrice di quanto maschilismo ci sia fra i gay italiani.

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