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Narrazioni dell’AIDS in Italia: intervista a Luca Starita, autore di «Indifesi sotto la notte»

Abbiamo intervistato Luca Starita, autore di «Indifesi sotto la notte», un testo importante, incredibilmente denso e pieno di grazia, che restituisce tridimensionalità alle storie di chi tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, in Italia, ha contratto l’AIDS. Un frammento decisivo della storia queer che viene qui finalmente raccontato non solo attraverso la fredda favella dei numeri, delle statistiche e dei bollettini medici: Starita diventa megafono e occhio di bue, cantastorie di storie mai raccontate. Di quella lunga notte con gli artigli, racconta anche gli spazi indifesi, le vite minime.

Narrazioni dell’AIDS in Italia: intervista a Luca Starita, autore di «Indifesi sotto la notte» - Matteo B Bianchi107 - Gay.it
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Intervista a Luca Starita

C’è una storia che mi insegue da ore, un paio di immagini: Pier Vittorio Tondelli che trascorre gli ultimi giorni della sua vita, nella casa di famiglia a Correggio, da solo. Il telefono: staccato. Nessuno può raggiungerlo. Nessuno, forse, deve raggiungerlo. All’amico di una vita, Mario Fortunato, racconta di aver contratto la salmonellosi per poi negarsi definitivamente. A ucciderlo, a 36 anni, è stato, com’è noto, l’AIDS. Quella terribile insidia, per dirla con Pivano, che lo ha condotto a un’idea di morte, a un rimasuglio di vita, a quell’avanzo di corpo ritenuto vergognoso, troppo ignobile per lo sguardo altrui.

È una storia che pertiene a una memoria antica, ma che mi è tornata alla mente di recente leggendo il saggio di Luca Starita, Indifesi sotto la notte, pubblicato da Minimum Fax. Un testo, importante, incredibilmente denso e pieno di grazia, che restituisce tridimensionalità alle storie di chi tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, in Italia, ha contratto l’AIDS. Un frammento decisivo della storia queer che viene qui finalmente raccontato non solo attraverso la fredda favella dei numeri, delle statistiche e dei bollettini medici: Luca Starita, con uno sguardo lucidissimo e voce calda, diventa megafono e occhio di bue, cantastorie di storie mai raccontate. Di quella lunga notte con gli artigli, racconta anche gli spazi indifesi, le vite minime.

Lo abbiamo incontrato.

Luca Starita, com’è nato Indifesi sotto la notte?

Indifesi sotto la notte nasce poco meno di due anni fa. Inizialmente volevo scrivere di tutt’altro: volevo riflettere su quanto, nella vita di una persona queer, sembri implicita la dimensione della lotta. Ogni volta che ci troviamo, come persone queer, a parlare della nostra vita sentimentale e sessuale sembra sempre che ci debba essere un lato di coraggio che alle persone eterosessuali non è richiesto, tenersi mano nella mano, darsi un bacio in pubblico, parlare delle proprie esperienze implicano sempre un lato di affermazione continuo. Che di base a me va bene, ma a volte vorrei semplicemente vivere nell’indifferenza e nel diritto all’invisibilità.

Poi cos’è successo?

Mentre parlavo a Luca Scarlini di questo lui mi dice «Leggiti L’intruso di Brett Shapiro», il libro che Shapiro scrive dopo la morte per Aids del marito Giovanni Forti, una testimonianza umana e terribile e bellissima. Da quel momento ho capito che avrei voluto e dovuto scrivere di quel periodo, che tanto ha determinato il modo in cui siamo oggi, ma di cui ancora troppo poco si parla.

Indifesi sotto la notte. Narrazioni dell'Aids in Italia tra gli anni '80 e '90

Come se ne parlava, invece, all’epoca? Mi sembra che i giornali non ne escano benissimo dal tuo racconto.

Gli articoli che raccontano l’Aids in quegli anni sono lo specchio di quello che il mondo stava vivendo di fronte a una condizione sconosciuta: supposizioni, proposte, idee, speranze, caccia ai colpevoli. Il problema principale, che ha alimentato lo stigma delle persone con Aids, l’hanno creato gli Stati Uniti, quando per la prima volta nominano il virus come “Cancro dei gay”. Da quel momento l’Aids non si è mai tolto di dosso questa etichetta, che ancora oggi sopravvive. Ed è abbastanza singolare se pensiamo che in Italia erano soprattutto le persone tossicodipendenti a incontrare questa condizione, diversamente dagli USA in cui, in effetti, c’era una maggioranza di persone omosessuali. I giornali italiani si sono adeguati a questa narrazione stigmatizzante, ma sappiamo anche che quando si parla di giornalismo si parla di notizia, e la notizia deve vendere. Questo sistema lo vediamo ancora oggi, penso sia implicito. Purtroppo.

Con la tua scrittura rendi evidente come il tema dell’HIV e dell’AIDS sia sempre teso tra il desiderio di esposizione e una necessità di rimozione, tra silenzio e luce. È una tensione che crea un magma densissimo intorno a cui scrivere. Come ti sei posto nei confronti di questa inevitabile contraddizione?

Nell’unico modo che ho ritenuto possibile per dare dignità alle storie che volevo raccontare: in ascolto. Io penso che la contraddizione sia parte costituente della nostra materia, sono uno strenuo sostenitore dell’idea che gli opposti siano qualcosa che completa piuttosto che qualcosa che impoverisce. Accettare l’idea che proprio perché siamo esseri umani siamo anche esseri contraddittori e complessi può portare a una maggiore conoscenza di noi stessi. Luce e buio, esposizione e rimozione, sono tutti parte inevitabile dell’esistenza.

A proposito di rimosso, nel libro scrivi: «Ci hanno convinti che la nostra identità debba essere sempre un campo di battaglia. A chi serve questa guerra continua? A chi giova questa esposizione?» Giro a te queste due domande.

Io sono stanco di vivere la mia identità come qualcosa da conquistare, bisogna iniziare a ripulire il nostro linguaggio dal gergo bellico, come anche dal gergo medico, e iniziare a pensarci come esseri che esistono e basta, senza dover legittimare e giustificare ogni pensiero, ogni gesto, ogni parola, ogni debolezza. È giusto continuare a esigere, ma dobbiamo iniziare a pensare di prenderceli questi diritti e basta, soprattutto di fronte a ritardi enormi come quelli italiani. Sono passati 10 anni dalla legge Cirinnà, nemmeno una legge sull’omolesbobitransfobia siamo riusciti a fare. Penso a Shapiro e Forti, che si definivano marito e marito nonostante in quegli anni non esistesse né matrimonio né unione civile per le persone omosessuali.

Non so come la pensi, ma siamo in un periodo in cui si chiede, soprattutto alle soggettività marginalizzate, di prendere sempre una posizione, di esporsi in prima persona, di fare del proprio esistere minoritario un campo di battaglia. Il silenzio può essere un diritto oppure è un alibi, una fuga?

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Il diritto al silenzio e all’invisibilità, per me, sono dovuti.

Alcuni tra gli autori e le autrici di cui scrivi scelsero il silenzio, altri e altre invece sinesposero, fecero della letteratura anche una testimonianza, un documento. Che ruolo aveva per loro la scrittura? Era ricerca di salvezza o desiderio testimoniale?

Entrambe, direi. La scrittura ancora oggi dà immortalità, e penso che in fondo anche gli autori e le autrici che cito abbiano cercato di consegnare al mondo i propri frammenti di memoria attraverso la parola scritta. Chi più direttamente, come Dario Bellezza, che per esempio intitola una sua poesia «Aids», o Simona Ferraresi che nel suo «Come il cielo» si rivolge proprio al virus trattandolo come un convivente a volte scomodo a volte importante, chi meno, come Tondelli, che il virus non lo nomina mai.

Luca Starita, "il mondo queer: uno spazio indefinito dove analizzo la realtà" - la Repubblica
Luca Starita, scrittore e drammaturgo, in libreria con «Indifesi sotto la notte», Minimum Fax

E per te, invece, che ruolo ha la scrittura nei confronti della memoria, del rimosso storico?

Scrivere è un privilegio, che purtroppo spesso si dà per scontato. Penso per esempio che l’IA sia qualcosa che ci aiuterà tantissimo sotto tanti punti di vista, ma noto quanto questa venga usata a sostituzione della propria voce che è personale e unica, e ciò si sta riscontrando sempre in più settori come il giornalismo o le caption dei post sui social. Decidere di demandare la scrittura dei propri pensieri a una macchina, ecco, penso che sia decisamente una perdita. Affidare la propria memoria alla scrittura è qualcosa di così profondo che non dovrebbero esserci intermediari e la parola scritta ha un significato di memoria solo e soltanto se deriva dal bisogno concreto di crearsi un corpo di parole, quando quello di carne non c’è più.

Scrivi: «Bisognerebbe forse reinventare la coppia eterosessuale pensando a questo tipo di parità che idealmente c’è all’interno della coppia omosessuale, forse è arrivato il momento di ergere a modello per tutti l’unione non eterosessuale, in cui non ci sono ruoli predefiniti e si aderisce all’inclinazione che si vorrebbe seguire a prescindere da ciò che si ha in mezzo alle gambe». Mi pare che troppo spesso, invece, accada il contrario, che molte coppie omosessuali abbiano come modello quella eterosessuale.

Siamo in un momento storico maturo per riflettere su quanto la coppia monogama abbia dei limiti che vanno ben oltre il promettersi l’amore eterno. La coppia eteronormata, per come la concepiamo ancora oggi, ha delle caratteristiche che ci portano inevitabilmente alla frustrazione: il possesso, primo tra tutti, e la promessa dell’eternità. Ma per la coppia eterosessuale c’è uno standard da cui è difficile distaccarsi, ovvero il matrimonio e l’idea di famiglia che si porta dietro la Chiesa cattolica, quindi è sensato che si riscontri un ritardo nella decostruzione di questa cellula affettiva. La coppia non eterosessuale, però, non ha nessuno standard e per me è inconcepibile che si prenda come modello qualcosa che nasce dalla necessità di controllo e si prenda per buono senza chiedersi, invece, in che modo inventare un nuovo modo di stare in coppia o più. Negli ambienti queer c’è un’idea espansa dell’amore che spero riesca a trovare molto più spazio, perché mai come oggi amare qualcuno deve significare portare e provare felicità, ma soprattutto cura.

Dedichi il libro ai libertini. È chiaramente un omaggio a Tondelli, ma chi sono oggi i libertini? Esiste ancora quel tipo di libertinaggio?

Il pensiero politico libertino compare tra il Cinquecento e il Seicento, in contrasto a una realtà in cui imperversano crisi economiche, guerre insensate, crollo degli ideali e della fiducia nel potere politico che mira all’accentramento e nella vita comunitaria. Mi sembra molto simile all’oggi: i libertini e le libertine si pongono in atteggiamento critico nei confronti della politica, della religione e dei costrutti sociali in generale, in nome di una ragione individuale. L’emancipazione da ogni forma di schiavitù intellettuale è il primo e più profondo obiettivo (‘libertino’ viene dal latino libertus che indica lo schiavo affrancato). In epoca barocca con il termine libertino ci si riferisce, con senso negativo, a chi conduce una vita con atteggiamenti licenziosi, trasgressivi nei confronti della morale corrente e delle concezioni e delle forme della vita cristiana. Erano, le persone libertine, consapevolmente anticonformiste, convinte che i valori fino ad allora vigenti non potessero più essere rappresentativi delle loro esistenze, e che ci fosse dunque bisogno di una rielaborazione del sapere e dell’educazione, della cultura e dell’istruzione. I libertini e le libertine vedono la natura come casualità e sostengono che la religione debba perdere la sua centralità, in quanto mera espressione della paura dell’uomo e strumento del potere per pretendere l’obbedienza della popolazione. I libertini e le libertine sono laici e laiche ma non lontanә dalla sacralità, che si rivolge quindi più a una dimensione di coscienza soggettiva. Mi sembra che la ciclicità della Storia sia evidente: in risposta a un periodo politico di turbolenze e di tentativi di accentramenti di potere, si risponde con la liberazione dei vincoli sociali.

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