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“Io sono lei, storia della mia transizione”: intervista a Lucy Sante

A sessantasette anni, Sante scrive una mail a tutti i suoi contatti più stretti e comunica loro di avere appena cominciato un percorso di transizione. Si chiama Lucy Sante, Lucy è viva. L’abbiamo intervistata, a proposito del suo memoir «Io sono lei»

"Io sono lei, storia della mia transizione": intervista a Lucy Sante - Matteo B Bianchi72 - Gay.it
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All’inizio del 2021, Lucy Sante scrive una mail ai suoi contatti più stretti, circa trenta persone. L’oggetto della mail è un nome proprio, un nome di donna, Lucy. In allegato, invece, c’è un testo, una breve lettera. Dice: «Ora che ho aperto il vaso di Pandora, non posso richiuderlo, ma non ho idea di come gestire gli spettri che ha liberato. L’idea della transizione è infinitamente seducente e infinitamente spaventosa. Mi scatto almeno un selfie al giorno e lo trasformo, e mi sembra che le foto stiano diventando sempre più plausibili». Poi chiude così: «Mi chiamo Lucy Marie Sante, con l’aggiunta di una sola lettera al mio deadname».

Questa storia inizia con un selfie, in effetti. Sante scatta una foto del suo volto, la carica su FaceApp e lascia che la sua faccia venga corrosa, trasformata in quella di una donna. Così, senza neanche saperlo, con un’epifania, a corrodersi, a trasformarsi, è la sua identità, tutta la sua vita. Vedendosi donna, Sante capisce per la prima volta, a sessantasette anni, di essere donna. In quel momento, qualcosa nel suo corpo si è fatto liquido e lei si è ritrovata, disarmata, di fronte alla resa dei conti. Ora, invece, che tutto è chiaro, che Lucy è viva, che esiste, il centro di quel corpo non è più sciolto, anzi. È una colonna di fuoco.

Lucy Sante Came Out As Trans — and Finally Started Smiling
Lucy Sante ha fatto coming out come donna trans a 67 anni. La sua storia è raccontata nel memoir «Io sono lei».

Tutto è avvenuto in poco tempo: il 15 febbraio Lucy carica la sua foto su FaceApp, dieci giorni dopo fa coming out con la psicologa, a seguire con gli amici e le amiche, i conoscenti, la moglie, il figlio. Poi rilascia qualche intervista, a Vanity Fair per esempio, e si mette a scrivere. È quello che ha sempre fatto, quello che ha sempre voluto fare. La cosa più importante è la scrittura. Affida la sua storia alla pagina: ne risulta qualche mese dopo un memoir eccellente, I Heard Her Call My Nameche tradotto letteralmente sarebbe L’ho sentita chiamare il mio nome. È il titolo di una canzone – splendida e spettrale – dei Velvet Underground. In Italia esce solo qualche settimana fa: Io sono lei, tradotto da Anna Mioni per la casa editrice NN. Il sottotitolo recita «storia della mia transizione», ma il testo, in finale al Pulitzer, è molto più di un resoconto del passaggio.

Io sono lei è, soprattutto, un pezzo di letteratura che parte dal racconto della transizione, sì, ma non ci collassa sopra, non si appiattisce sul tema, al contrario, usa il tema per fare letteratura. Il particolare nelle mani di Lucy Sante si espande fino a diventare universale e finisce per riguardarci tuttə. Ed è letteratura, appunto, perché l’autrice non rinuncia alla sua lingua, anzi, se possibile, la migliora, la libera, la fa brillare. Io sono lei è scritto con una prosa che quando la leggi la senti attraversarti il corpo, vibrare sotto la pelle. È qualcosa che ha a che fare con l’adrenalina, anche con il sesso volendo, e con la vita senz’altro. Ecco, è vivissima la lingua di Lucy Sante, forse perché adesso, finalmente, è viva anche lei. Rinata a quasi settant’anni dopo una vita, la prima vita, trascorsa nel corpo e nei panni di un uomo, scrittore e giornalista, intellettuale della New York underground, amico di Lou Reed e Nan Goldin, icona a suo modo di un certo modo di fare scrittore. Padre, anche, e marito.

In occasione del suo passaggio in Italia, abbiamo incontrato Lucy Sante.

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Hai fatto coming out con una mail. I tuoi contatti, soprattutto gli uomini, si sono di risposta congratulati con te per il tuo coraggio. È stata davvero una questione di coraggio?

No, il coraggio non c’entra niente. Se il coraggio c’entrasse qualcosa, non avrei mai fatto coming out. È stato un processo: sono stata trasportata lentamente da un’onda.

Nel libro racconti di non esserti sottoposta all’intervento che avrebbe potuto cambiare la tua voce, che è rimasta quella di sempre. La tua voce di scrittrice, invece, è cambiata con la transizione?

Non ho più segreti né cose da nascondere, la mia scrittura è più onesta. Cominciare la transizione mi ha reso più reattiva e più interessata alle persone, anche emotivamente: mi chiedo spesso chi leggerà quello che scrivo, come lo leggerà e perché.

In Io sono lei scrivi: «Io sono una scrittrice che è trans. Non ho niente di politico. Non voglio essere una portavoce, anche se accetto il fatto che scrivendo questo libro lo sono appena diventata».

Non voglio che diventi l’unico tema di cui posso scrivere. Sto lavorando contemporaneamente a quattro nuovi libri: nessuno di questi ha a che fare con il mio essere trans. Non voglio fare la portavoce, perché sono una scrittrice e non sopporto la retorica. A me piacciono le contraddizioni, le sfumature. La retorica non aiuta a parlare alle persone cis.

Con i tuoi libri vuoi parlare alle persone cis?

Non voglio scrivere solo per le persone trans, anzi, voglio che questo discorso diventi più che una semplice astrazione per gli uomini e le donne cis. Questo, sì, è anche un fatto politico.

Cioè?

Bisogna parlare alle persone che non ne sanno nulla per provare a farle comprendere, per rendere loro le cose più famigliari e averle dalla nostra parte. Oggi più che mai, in questa America di Trump.

Com’è cambiato il tuo rapporto con il femminismo?

Sono sempre stata femminista, anche prima della transizione. Poi gli uomini, per la prima volta, sono diventati una cosa diversa da me. È questo il più grande cambiamento. Ho sempre cercato di essere un uomo, di aderire a un certo ideale di maschilità, ma ora non lo faccio più, anche se ho un altro problema a questo proposito.

Ce lo puoi dire?

Sopravvive ancora dentro di me, implacabile, una voce che mi dice che non mi merito di essere donna.

Da dove proviene?

Anche dalle mie conoscenze e dalle mie consapevolezze femministe. È come se l’aver iniziato la transizione tardi mi avesse fatto vivere troppo a lungo da uomo per dichiararmi femminista. È una voce che non riesco a far tacere, non se ne va.

A proposito di transizione adulta, a farti da guida sono sempre state donne trans più giovani, spesso adolescenti ma più esperte di te. Che rapporto hai oggi con loro?

Un ottimo rapporto, soprattutto con Leor, la ragazza di cui scrivo nel libro. Abbiamo quasi trent’anni di differenza e tante cose in comune, ma non ci vediamo troppo spesso. Sono vecchia, non ho più la sua energia, e viviamo distanti, io non abito a New York.

Ci sono esperienze che hai fatto prima della transizione e che ancora non hai fatto adesso, dopo?

Non credo, sono passati quattro anni ormai. Ho fatto e rifatto tutto.

Nel libro scrivi: «Non sono genderfluid nel senso che intendono i ragazzi oggi, ma sono emotivamente espansa».

Mi piace sempre dire che appartengo a un genere e mezzo: sono una donna, ma custodisco ancora aspetti maschili, che non se ne andranno.

 

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