A BUTT Magazine Mahmood avrebbe raccontato di essere un orgoglioso “gaymer“. Fotografato in languide pose, nudo tra i vapori di una sauna, mentre fuma canne e succhia lecca lecca a forma di zuccherosi cuoricini rossi, la nostra pop star degli universi multicolor ha parlato di Pokémon.
Si ricorderà del resto il video di “Cocktail d’amore“ che, insieme ad altri infiniti elementi sparsi nei testi delle sue canzoni, portava in scena nei cieli di Napoli il suo amore per i videogame (c’era pure stata la polemicuccia con insulti di Malgioglio) con quel cavallo alato che svolazzava tra la vita reale di un letto sfatto e l’infinita irrealtà immaginifica dei mondi virtuali dei giochi? “Io credevo fosse più tenero farlo davanti al PC” diceva nel testo del brano. Qualche anno prima in “Barrio” cantava “Giocavo coi videogiochi per non uscire“.
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Scrive BUTT:
“Mahmood is a proud gaymer. The 33-year-old reports that Pokémon is still his favorite game, and an easy way to his heart” (Mahmood è un fiero gaymer. Il 33enne racconta che Pokemon è il suo gioco preferito, ed è anche l’accesso più facile al suo cuore)
Il numero con Alessandro in copertina uscirà il 12 marzo, ma qualche scatto pubblicato sui rispettivi Instagram dal cantante e dal fotografo Luke Abby ha già fatto trapelare questo dettaglio prezioso. Un trafiletto. Una riga. E ancora una volta, mentre sui social è tutto un guardare le chiappe al vento di Mahmood, e poi commentare con frasi del tipo “Non ha mai dichiarato nulla, mai presentato un fidanzato, un compagno, un amore. E’ nascosto”, la popstar che succhia lecca lecca manda un altro messaggino volutamente ambiguo, tanto per provocare i movimentisti del “ah ma non ha mai fatto coming out”. Si dice “gaymer” Mahmood. Ma che significa?
Ma cos’è un gaymer?
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Gaymer è un portmanteau delle parole gay e gamer, termine ombrello per indicare chi si identifica come lesbica, gay, bisessuale, transgender o queer all’interno della comunità videoludica. Le sue origini sono più antiche di quanto si pensi. Il primo uso documentato risale al 20 aprile 1991, in un annuncio personale sul gruppo Usenet alt.personals, dove un “appassionato gay di giochi di ruolo” si definì gaymer.
La parola dormì per anni nei meandri di internet, finché nei primi anni 2000 forum online e Yahoo Groups iniziarono a offrire spazi sicuri ai giocatori LGBTQ+, trasformando il termine in un vero e proprio marcatore identitario, come spiega Dazed.
La prima grande svolta istituzionale arrivò nel 2006, quando il ricercatore Jason Rockwood condusse il “Gaymer Survey“, uno studio sociologico all’Università dell’Illinois che analizzava i profili dei gay gamer e le discriminazioni che subivano all’interno delle community online.
Nello stesso periodo, dentro mondi virtuali come World of Warcraft, chi cercava di reclutare membri per gilde LGBTQ-friendly veniva segnalato come violatore dei termini di servizio e bersagliato di abusi verbali.
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Poi arrivò la battaglia legale che trasformò gaymer in simbolo politico. Nel 2007 Chris Vizzini, proprietario del sito Gaymer.org, tentò di registrare il termine come marchio commerciale, ottenendolo nel 2008. Nel 2012 inviò una diffida al subreddit /r/gaymers di Reddit per presunta violazione del marchio. La comunità, giustamente, insorse: registrare una parola identitaria sembrava, come scrissero in molti, analoga a brevettare il termine “LGBTQ”. Nel 2013, dopo una battaglia legale che incluse attacchi denial-of-service (attacchi informatici massivi) al suo sito, Vizzini abbandonò il marchio. E la parola tornò libera, per tutt*, grazie al cielo.

Quello stesso 2013 fu l’anno della consacrazione: a San Francisco nacque GaymerX, la prima convention dedicata alla cultura gaming e geek LGBTQ+, che raccolse oltre 90.000 dollari su Kickstarter in un solo mese. Secondo il GLAAD Gaming Report del 2024 (qui la fonte originale) il 17% dei gamer attivi negli Stati Uniti si identifica come LGBTQ+, con una crescita del 70% rispetto al 2020. Tra i giocatori under 35, la percentuale sale fino al 28%.
Oggi gaymer non è più solo un’etichetta: è una comunità, un festival sparso, universale più che globale. Un modo di rivendicare spazio in universi digitali a lungo pensati come territorio esclusivo di maschi etero. Mahmood lo rivendica su BUTT Magazine, nero su rosa: un gesto che ha trent’anni di storia dietro. Ora: quella parola, gaymer, l’ha scelta lui o l’ha scelta il giornalista? Il numero non è ancora uscito, e Alessandro (è vero) non ha mai fatto pubblicamente coming out come persona LGBTIAQ+ e (è vero) ci sono moltitudini di persone che vorrebbero sentirgli pronunciare quella parola (ma poi: quale?). Su BUTT Magazine, nudi tra i vapori di una sauna con una canna in bocca, a un certo punto bisogna smettere di fare le domande e cominciare a leggere le risposte e succhiare il lecca lecca. Infine, di grazia, cosa deve fare un artista più che pubblicare un album come “Nei letti degli altri”? (leggete l’articolo di due anni fa qui).

