Michelle Obama nuova icona lesbiche italiane

Un sondaggio di Gay.it fra le sue lettrici ha rivelato che la nuova first lady americana è in grado di catturare le simpatie delle lesbiche italiane.

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La first lady è una figura anomala, una delle più importanti al mondo tra quelle non eleggibili, vero omaggio per il cittadino che, quando gli è consentito, sceglie di votare un candidato e finisce per ritrovarsela acclusa, in confezione regalo (con rare eccezioni, se magari il candidato stesso è donna, se è vedovo oppure se è gay): una realtà diffusa da tempo in tutto il mondo, ad eccezione ovviamente del Vaticano.

Se nell’Italia di questi anni abbiamo potuto contare al massimo sui sorrisi di Franca Ciampi o sulla lettera a Repubblica di Veronica Berlusconi, in altri Paesi abbiamo visto una Carla Bruni costringere i giornalisti, che avevano appena versato le ultime gocce di inchiostro sull’ex signora Sarkozy, a riprendere in mano la penna per non mollarla più. Abbiamo visto Raissa Gorbaciova, contributo ineccepibile ai progetti di rinnovamento del marito, la bellissima Soraya, vera e propria finestra verso l’occidente della Persia prekhomeinista, o l’eleganza suprema di Grace Kelly, principessa di Monaco.

Nonostante tutto, però, è stata ed è ancora la moglie del presidente degli Stati Uniti la donna più influente da questo punto di vista, capace di volta in volta di essere (o di sembrare) sposa e madre impeccabile, compagna di lotta, abile stratega, cuscino e specchio contro le accuse più indegne e, non ultimo, regina di stile, capace di segnare un’intera epoca.

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La donna più abile ad incarnare tutte queste doti nell’immaginario collettivo, rivelandosi colonna portante del consenso del marito, nella buona e nella cattiva sorte, fu certamente Jackie Kennedy. Se con l’attentato di Dallas non scomparve dalle cronache mondane, cessò comunque di firmare con il proprio volto (cappellini compresi) gli anni che seguirono, come invece era avvenuto per quei primi anni Sessanta difficili ma anche carichi di speranza.

Jackie costituì una pietra di paragone impossibile per tutte quelle che vennero dopo di lei, per quanto ognuna sia riuscita a dare un proprio contributo, specialmente Nancy Reagan o quella Hillary Clinton che avrebbe quasi rischiato di divenire pure la prima presidente donna. Col rischio per noi di avere, in confezione regalo, una First Lady maschio e pure già nota alle cronache.

Se le elezioni le avesse vinte McCain, probabilmente il ruolo sarebbe stato, in un certo senso, interpretato dalla signora Palin, politico discusso ma imbattibile quanto ad alterigia ben più delle nostre attuali ministre o sindachesse lombarde. Per fortuna, però, ha vinto Obama. E con lui ha vinto Michelle.

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Se è presto per dire quanto le speranze riposte in Barack potranno divenire realtà, possiamo però tentare di intravedere il peso che avrà la sua splendida, grintosa compagna nel recupero di una supremazia, non tanto economica o politica, da tempo compromessa. Se infatti si sentiva il bisogno di un vento di novità, era anche per ricostruire qualcosa che solo sulla carta è meno importante, visto che ha costituito da sempre uno dei punti di forza dell’Impero Americano: l’immagine.

Anche se nessuno l’ha votata direttamente, sul piano dell’immagine la first lady non è (potenzialmente) seconda a nessuno. La capacità che le è richiesta di essere (o almeno di sembrare) moglie e madre impeccabile, di tenere unita la famiglia e ciò che essa rappresenta per il Paese, di non essere una semplice comparsa ma di arrivare anche, se necessario, a sacrificare la propria carriera per sostenere quella del marito, sono un equilibrio assai difficile da gestire, che finora a Michelle è riuscita ad ottenere.

La campagna elettorale l’ha rivelata vero personaggio nuovo di un Paese tanto attento alle vicende intime e familiari degli uomini politici, abilissima nel trovarsi di volta in volta al fianco del neopresidente, dietro di lui, di sapersi defilare al momento giusto oppure di precederlo nelle battaglie per cui occorre una cauta esposizione. Tra queste, la causa gay, che vede Michelle Obama delegata ufficiale incaricata dal marito a presentare le istanze della comunità gay al partito, presente alle riunioni della delegazione gay e lesbica al congresso democratico di Denver dello scorso 26 agosto.

Un sondaggio condotto da Gay.it fra le sue lettrici ha rivelato che il 78% delle lesbiche italiane si è già sentita rappresentata proprio dalla moglie del nuovo presidente USA. Se Michelle è quindi la speranza e ormai una consolidata icona per gay e lesbiche americane, la sua stella sta cominciando a brillare anche tra le lesbiche italiane (e forse anche tra i gay).

D’altronde, Proposizione 8, che ha abolito in California le nozze gay, un altro ancora li vede perfettamente divisi sulla questione dei preti gay. In un Paese come il nostro, allora, in cui gli uomini politici difendono la famiglia e poi si separano, oppure scelgono ministre discutibili, fregandosene altamente di pari opportunità e di diritti civili, manca forse proprio una Michelle. Una donna, non per forza in quota rosa, che sappia svincolarsi dalla politica dei maschi e utilizzare la propria intelligenza, l’energia e, perché no?, il fascino e la carica sexy, per adunare dietro la propria immagine le speranze di tutte le minoranze.

di Flavio Mazzini

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