Ecco perché Michelle Williams merita di vincere un Oscar

Una delle attrici più interessanti del panorama contemporaneo. Perché non è ancora stata premiata?

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4 min. di lettura

Anche quest’anno Michelle Williams è candidata agli Oscar (come attrice non protagonista per Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan).

Si tratta della quarta nomination, praticamente una ogni due anni, per quella che è forse l’attrice più originale della sua generazione. Peccato che nella sua categoria ci sia la regina Viola Davis, che se non porta a casa l’ambita statuetta per il suo ruolo in Fences scoppia la terza guerra mondiale. Eppure Michelle Williams un premio se lo meriterebbe, non soltanto per il suo talento indiscutibile, ma per l’intelligenza con cui ha saputo mettere insieme la propria carriera di interprete.

La Williams l’abbiamo conosciuta per la prima volta alla fine degli anni 90, nei panni di Jen Lindley, personaggio indimenticabile della serie cult Dawson’s Creek e best friend immaginaria di milioni di adolescenti LGBTI cresciuti nei primi anni duemila. In quello show Jen, oltre ad essere l’unico personaggio sopportabile, era infatti la migliore amica di Jack, il primo personaggio apertamente gay in una serie TV per ragazzi. Chi è stato adolescente alla fine degli anni 90, sa benissimo che Dawson’s Creek è stato il romanzo di formazione sentimentale – e probabilmente la causa di molti dei problemi relazionali attuali – per un’intera generazione. Lì, Michelle faceva la ragazza newyorkese, bionda e trasgressiva, spedita dai genitori a casa della nonna, fervente cristiana, nella cittadina di Capside. Adesso che sono passati molti anni e abbiamo accettato il fatto che Joey abbia scelto Peacey invece di Dawson, possiamo finalmente parlare con onestà: a parte Jen e Jack, i personaggi di quello show erano un completo disastro. Lo stesso Dawson, per esempio, rappresentava l’emblema di tutte le nevrosi maschili della generazione millennials; Peacey era belloccio, ma a confronto con altri bad boys della serialità anni 90 come Dylan McKay appariva inconsistente; Joey Potter, poi, rappresentava il trionfo di un certo moralismo bacchettone e saccente, sempre pronto a emettere giudizi su tutti, dietro la smorfia d’ordinanza. In questo quadro apocalittico, il personaggio interpretato dalla Williams era una boccata d’ossigeno. Mentre i suoi amici erano costantemente in preda a nevrosi borghesi, Jen affrontava questioni rilevanti: il rifiuto dei genitori, l’abuso di droghe e alcol, il rapporto con la fede, la morte dell’amica Abby, la scoperta dell’omosessualità del suo miglior amico Jack, il rapporto complesso con la nonna.

Già allora non era difficile prevedere che avrebbe avuto una carriera ben diversa dai suoi colleghi. Mentre gli altri – James Van Der Beek, Joshua Jakson e Katie Holmes – venivano ingabbiati in quei personaggi troppo ingombranti, Michelle Williams si preparava a spiccare il volo. Lo stesso Van Der Beek, il Dawson protagonista della serie, pare che una volta le abbia detto profeticamente: “Per te sarà più facile andare avanti”. Aveva ragione. La transizione dalla TV, al cinema, si sa, è complicata e riesce di rado; Michelle avrebbe potuto fare la fine di una Sarah Michelle Geller o della stessa Katie Holmes, avrebbe potuto continuare nel solco della TV come Julianna Margulies, invece è riuscita ad entrare nella A-list delle attrici hollywoodiane. Per fare ciò, oltre che fortuna e talento, un ruolo lo deve aver giocato quella risolutezza che sembra non mancare alla Williams, una che a quindici anni si è emancipata legalmente dai propri genitori per intraprendere la carriera d’attrice. A guardare la sua filmografia, si capisce che quella risolutezza ha segnato le sue scelte professionali, come se fin dall’inizio Michelle abbia avuto ben chiaro in mente che tipo di attrice sarebbe voluta diventare. Anche dopo il grande successo, per esempio, non si è lasciata corrompere dai grandi franchising hollywoodiani, non è finita a fare la fidanzata di qualche super-eroe Marvel, preferendo autori come Wenders, Scorsese, Todd Haynes o Ang Lee o facendo cabaret a Broadway.

La sua carriera cinematografica è decollata interpretando la moglie di un cowboy omosessuale in Brokeback Mountain. Il ruolo è piccolo, ma la performance è perfetta tanto da valerle la prima nomination agli Oscar. Si capisce subito che Michelle Williams è una dei pochi attori della sua generazioni ad avere una “faccia”. Grazie a quel film conosce il futuro padre della sua bambina Matilda, l’indimenticato Heath Ledger, con il quale forma una delle coppie più belle della storia del cinema. Entrambi talentuosi, tremendamente belli, ma allo stesso tempo così reali, accessibili, nella loro vita fra gli artisti bohémien di Brooklyn; lontanissimi da quelle coppie hollywoodiane patinate che sembrano assemblate su ordinazione. Il film della consacrazione arriva qualche anno dopo, quando interpreta il ruolo di Cindy in Blue Valentine, altro film che ha segnato sul piano emotivo la generazione dei millennials, facendo diventare Ryan Gosling il sogno romantico di tutte le trentenni contemporanee. Per Michelle arriva la seconda nomination, ma a vincere è Natalie Portman per Black Swan.

Nel 2011, invece, viene scelta per interpretare un ruolo che avrebbe potuto distruggerne la carriera: è Marilyn Monroe nel film My Week with Marilyn (in Italia, uscito con il titolo di  “Marilyn”). Per quella parte ottiene un Golden Globe e la certezza di essere entrata nell’olimpo delle grandi. Chi se non una grande attrice avrebbe potuto interpretare la più grande stella di tutti i tempi senza sembrare ridicola? Nel film Michelle non cade mai nella pantomima, non risulta mai eccessiva, non ti fa rimpiangere le imitazioni del Bagaglino; anzi sembra quasi lavorare per sottrazione, lasciandosi scomparire nel personaggio, nelle sue insicurezze. Eppure le due attrici a pensarci bene sembrano così distanti: Monroe, la diva atomica, così esposta, senza filtri; Michelle, l’attrice di nicchia, invece così riservata e schiva. Marilyn semmai somiglia di più a Heath Ledger: la stessa luminosa bellezza, lo stesso talento naturale e, purtroppo, lo stesso tragico destino. Probabilmente è così che la Williams è riuscita a far rivivere Marilyn sullo schermo. Forse quel film è una dichiarazione d’amore postuma per Heath.

Ancora più interessante però è la passione di Michelle per la Monroe che risale alla sua giovinezza, quando, pare, trascorresse intere giornate a leggere e vedere tutto sulla diva americana, voleva conoscere ogni particolare della sua vita. Chissà cosa cercava nel mito di Marilyn, la giovane Michelle? Magari pensava a che attrice sarebbe diventata un giorno. Forse sognava di essere come Marilyn, unica nel suo genere in mezzo a tante attori e attrici con facce sovrapponibili e interscambiabili. Finora pare esserci riuscita.

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Luigi C 30.1.17 - 21:13

Il peccato originale di Michelle Williams è proprio quello d'essersi portato a letto Heath Ledger , lasciando troppi , tanti a bocca asciutta! :-))))

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