Mona Hatoum: dar voce al dramma della guerra e dell’esilio

Come vi sentireste se foste impossibilitati dal tornare nel vostro Paese d’origine? L’artista Mona Hatoum ci dà la sua versione.

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La retrospettiva dedicata all’artista libanese Mona Hatoum alla Tate Modern di Londra non poteva avere una, sebbene triste, tempistica migliore. Figlia di una diaspora, l’artista è nata a Beirut da famiglia palestinese nel 1952. La sua arte si pone come mezzo per comprendere come guerra e potere colpiscano il singolo individuo in modi che valicano i confini geografici e storici, impattando direttamente contro la vita di tutti i giorni. Lei stessa non poté più tornare in Libano durante un viaggio a Londra nel 1975, a causa dello scoppio della guerra civile. Dislocazione, quindi, e senso di non-appartenenza rivestono gran parte delle sue opere, con cui cerca di trattenere ciò che ancora può essere salvato, come ricordi e tradizioni.

E’ questo il caso di Mesure of Distance del 1988, un video di foto della madre di Mona Hatoum nell’atto di farsi una doccia: alla sequenza sono giustapposte le corrispondenze scritte in arabo tra lei e la madre durante la sua permanenza forzata in Gran Bretagna nel ’75, di cui la voce fuoricampo dell’artista ne legge le traduzioni in inglese.

Lo stesso discorso vale per Present Tense del 1996 – un’opera composta da 2200 saponette prodotte a Nablus, una città poco più a nord di Gerusalemme, sin dal XIV secolo, nelle quali l’artista inserisce fili di perline di vetro rosse tali da ricreare i confini geografici di Israele e Palestina stabiliti durante gli Accordi di Oslo del 1993. Tramite l’affiancamento di singole perline e di singole saponette, l’artista “umanizza” e “individualizza i confini, pensando il territorio non in termini politici, ma umani: dove andranno quelli dislocati ed esclusi? Dove potranno ristabilirsi e per quanto prima che le cose cambino nuovamente?

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Present Tense, 1996
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Present Tense, 1996 (Dettaglio)

La mappa è un tema ricorrente nel suo percorso artistico, perché mette perfettamente in luce il rapporto tra istituzionalizzazione e individuo, sia questa disegnata e circoscritta entro due appendiabiti circolari, come in Interior/ Exterior Landscape del 2010, o composta da piccole biglie di vetro appoggiate al pavimento, la cui inesorabile ridisposizione dei confini è alla mercé dei movimenti dei visitatori.

Map, 1999
Map, 1999

Una delle opere che più colpisce della sua retrospettiva alla Tate Modern che ho avuto modo di visitare poche settimane fa è Hot Spot del 2013 – un grande mappamondo cavo dal colore rosso fuoco. Lo stesso titolo – Hot Spot – è quanto più indicativo: questa espressione è utilizzata in campo militare per indicare le “zone calde”, quindi di guerra.

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Hot Spot, 2013

Ricostruendo e circoscrivendo il mondo intero sotto questa accezione, l’artista libanese fa un’allusione al modo in cui un evento isolato geograficamente abbia ripercussioni sul mondo intero, ma anche alla condizione mondiale attuale, dove le grandi potenze camminano incerte sul filo del rasoio, cercando di mantenere equilibri sempre più precari. Inoltre, grazie alla forma cava dell’opera, nessun continente permane nella sua forma conosciuta: i confini si ridisegnano, nuovi Stati si creano e nuove isole emergono, chissà con quali conseguenze per coloro che vi abitano. Rosso e pulsante, il mondo di Mona Hatoum presagisce e illustra un pericolo imminente.

Come dicevamo prima, il senso di mancata appartenenza strettamente legato al suo trascorso familiare è uno degli strumenti più proficui per l’artista, che non esita a tradurlo in installazioni. Usando come centro di gravità il rapporto tra inclusione ed esclusione, familiare e straniero, dentro e fuori, ci possiamo imbattere spesso in opere dalle forme conosciute ma deviate, riconoscibili ma inavvicinabili.

In Homebound del 2001, Mona Hatoum utilizza sedie, lampade, utensili da cucina, la struttura metallica di una culla per ricreare una scena domestica che tuttavia non serve il suo scopo primario: accogliere.

Homebound (2000) Photograph Mona Hatoum
Homebound, 2000

Tra noi e questo “salotto” sono presenti dei fili metallici che ci impediscono di avvicinarci, e a giusta ragione: ogni oggetto presente è collegato agli altri da cavi elettrici, la cui carica risuona nello spazio con fare minaccioso ad intervalli regolari. Metafora di un ergastolo, l’opera manca ironicamente di un ergastolano.

Per questo ritengo che il titolo sia da considerare in chiave paradossale: le uniche persone presenti sulla scena siamo noi – i visitatori, e la possibilità di essere intrappolati ci viene preclusa. Alla luce del suo trascorso, penso che l’artista riveda in chiave ironica quell’impossibilità di tornare nella propria casa che per molto tempo l’ha accompagnata. E anche se fosse riuscita a ritornare, ciò che avrebbe trovato le sarebbe stato avverso.

Questo capovolgimento di ruolo in scene e oggetti di uso comune è molto presente nel bagaglio artistico di Mona Hatoumun processo che vede la trasformazione di utensili, in principio innocui, ingigantirsi e diventare mezzi di tortura. Grater Divide del 2002 ne è un esempio, così come Daybed del 2008.

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Grater Divide, 2002
Daybed 2008
Daybed, 2008

Una grattugia diventa un letto o un paravento sia per disposizione che dimensione, ma in entrambi i casi la funzione primaria viene capovolta e rivestita di potenziale mortale. Gli esempi sono molti: (Untitled) Wheelchair del 1998, dove coltelli affilati sostituiscono le maniglie per spingerla o Doormat del 1996, in cui migliaia di chiodi sostituiscono le fibre del tipico zerbino da appartamento con la scritta “Welcome”.

'Untitled (Wheelchair)', 1998
‘Untitled (Wheelchair)’, 1998
Doormat – 1996
Doormat, 1996

Insomma, nella casa di Mona Hatoum tutto è pronto a ferire al primo passo falso o al primo tocco avventato. Questo perché gli oggetti in questione non possono tornare al loro stato d’origine, almeno non secondo Mona Hatoum: la realtà che attorno a loro vorticava si è aggravata, e questi con lei. A mio avviso, questi articoli tanto familiari quanto pericolosi si fanno simbolo di una realtà che sebbene lontana dalla nostra, esiste in molte parti del mondo e non sembra migliorare. Pensiamo solo all’attuale crisi dei rifugiati: per sopravvivere, sono obbligati a sfuggire da quello che fino a non molti anni fa chiamavano “casa” o “la mia terra” – dimensioni che ora minacciano di ucciderli se rimangono. Dopotutto, se rimanessero, a cosa andrebbero incontro? Morte, pericolo e rovina, ad ogni angolo.

In un’epoca come la nostra le opere di Mona Hatoum possono servire per comprendere una situazione che fin troppo spesso viene trattata con indifferenza, riportando al centro le singole esperienze umane in una dimensione – la nostra, occidentale – in cui spesso ci si dimentica che coloro che scappano non sono una massa senza volto, ma persone che non hanno una scelta.

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