Il rap come riscatto sociale, non come rifugio per odio e discriminazione. È questo il messaggio lanciato dal rapper Nitro, al secolo Nicola Albera, che nei giorni scorsi ha affidato alle sue Instagram Stories uno sfogo netto contro razzismo, omofobia e intolleranza nel panorama musicale italiano.
Le sue parole arrivano dopo una vicenda diventata virale sui social: il video di una ragazza nera che denunciava presunti commenti razzisti rivolti da un’altra ragazza mentre si faceva fare le trecce durante un viaggio. Sotto quel contenuto sarebbe comparso anche un like di Tony Effe, poi chiarito nei commenti come gesto involontario e immediatamente rimosso.
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Il like di Tony Effe sotto il video della ragazza accusata di razzismo
Prima dello sfogo di Nitro, la discussione si è concentrata su quel video, in cui una ragazza, durante un viaggio, avrebbe rivolto commenti razzisti mentre si faceva fare le trecce. Sotto quel contenuto sarebbe comparso anche un like di Tony Effe, dettaglio che ha fatto esplodere critiche e reazioni sui social.
Nei commenti, Tony Effe ha poi chiarito che il like sarebbe stato involontario e rimosso subito: “Quel like mi è partito scrollando e l’ho levato subito come ti sarà successo anche a te. Prima di giudicare dovresti conoscermi pace”, ha scritto, aggiungendo in un altro messaggio: “Bello figo è mio fratello se hai dubbi chiedi a lui”.
È in questo clima che Nitro ha deciso di intervenire, allargando il discorso e ribadendo la sua posizione contro razzismo, omofobia e intolleranza nel rap.
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Lo sfogo di Nitro: “Nel rap non c’è spazio per razzisti e omofobi”
Nitro ha scelto di intervenire in modo più ampio, pur senza citare nomi, prendendo posizione contro ogni forma di discriminazione e ribadendo la natura originaria del rap. Il rapper rivendica un’idea precisa di cultura hip hop e non usa mezzi termini:
“Raga, mi dispiace, ma nel rap non c’è spazio per razzisti, omofobi e intolleranti. State nelle fogne dove appartenete. La musica lasciatela fare a noi che portiamo amore. Voi che portate odio, rifugiatevi nelle fogne dove appartenete”.
Per il rapper, il rap nasce come espressione di chi non ha voce, di chi vive ai margini, di chi cerca un riscatto. Non come palcoscenico per atteggiamenti discriminatori o visioni intolleranti.
“Il rap è libero, nasce dalla gente che non ha niente, nasce come riscatto sociale. Avete provato a patinarlo per farlo piacere anche ai privilegiati di m*rda? Ma sappiate che non è quello. E se sentite alle orecchie che non è genuino, è perché sono dei privilegiati del c*zzo”.
Nel suo discorso emerge anche una critica alla trasformazione commerciale del genere, che secondo lui rischia di snaturarne le radici popolari e politiche.
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Nitro non si limita a denunciare razzismo e omofobia. Nel suo intervento affronta anche il tema del privilegio economico e del rapporto tra successo e coscienza sociale, con parole che molti hanno letto anche come una risposta indiretta a Tony Effe:
“E noi resteremo dei poveri comunisti, ma voi con le collane, coi soldi, coi contratti, rimanete dei poveracci”.
E ancora, rispondendo a chi lo accusa di incoerenza per il suo successo economico:
“E per tutti quegli scemi materialisti che mi stanno scrivendo che ho anche io i soldi. Pensate che io ho i soldi e mi curo comunque della gente che ne ha meno di me. Mi interesso e faccio anche il loro interesse e spero che ognuno abbia il suo minimo per vivere dignitosamente. A differenza vostra che con due soldi diventate dei ricchi privilegiati del c*zzo”.
Per il rapper, avere successo non significa dimenticare le proprie radici né voltarsi dall’altra parte di fronte alle disuguaglianze. È in questa prospettiva che rivendica una responsabilità etica che supera i confini della musica e riguarda il ruolo pubblico di chi ha voce e visibilità.
Dal Brasile: “Il razzismo è un reato”
Lo sfogo di Nitro arriva dal Brasile, dove si trovava in quei giorni. E proprio il contesto brasiliano diventa parte integrante del suo discorso.
“E tutte queste storie, queste cose, ve le sto dicendo dal Brasile, che è uno dei paesi con il 70% di popolazione nera o afrodiscendente, dove il razzismo ti può portare in galera, è un reato. Ok? Mettete il c*lo fuori dall’Italia, da dove siete comodi e tranquilli, sapendo che nessuno tocca che le vostre parole offensive non toccano le persone”.
Il riferimento è anche personale. Nitro parla della propria famiglia, sottolineando come le questioni di razzismo lo tocchino direttamente:
“Ma io che ho una fidanzata, quasi moglie brasiliana e un cognato nigeriano, questa cosa mi tocca la famiglia e la mia famiglia non si tocca”.
Un passaggio che sposta il discorso dal piano astratto a quello concreto e familiare.
Identità, linguaggio e ribaltamento degli stereotipi
Nella parte finale delle Stories, il rapper racconta un episodio simbolico legato alla sua esperienza in Brasile:
“Anche perché e chiudo e tra poco vado a ballare al carnevale. Qui quando vado in giro, mi chiamano Loro Gosh Dosok, vuol dire biondo bello, non bianco di m*rda, non colonizzatore. Capite?”.
Il riferimento al linguaggio e alla percezione identitaria evidenzia come le categorie razziali e i rapporti di potere cambino a seconda dei contesti culturali. È anche un modo per ribaltare la retorica suprematista e colonialista che talvolta riaffiora nel confronto che attraversa la scena rap (ma non solo).
