Oscar Wilde, dallo scandalo al simbolo LGBTQ+: “Oggi è un’icona del movimento gay. Sarebbe orgoglioso e felice”, parla il nipote Merlin Holland

Il nipote di Oscar Wilde, Merlin Holland, racconta il ritorno a Tite Street e il libro After Oscar, ripercorrendo lo scandalo del 1895 e la trasformazione dello scrittore in icona LGBTQ+ della cultura europea.

Ascolta:
0:00
-
0:00
Il nipote dello scrittore racconta la trasformazione dello scrittore da scandalo a icona LGBTQ+. Nella foto: Oscar Wilde e Alfred Douglas
Il nipote dello scrittore racconta la trasformazione dello scrittore da scandalo a icona LGBTQ+. Nella foto: Oscar Wilde e Alfred Douglas
5 min. di lettura

Merlin Holland torna idealmente “a casa” del nonno Oscar Wilde e, da quella soglia rimasta chiusa per decenni, riporta al centro un racconto che intreccia memoria privata e storia LGBTQ+. L’unico nipote dello scrittore presenta il libro After Oscar: The Legacy of a Scandal e racconta ad Attitude perché oggi l’eredità di Wilde non si misura soltanto nelle sue opere, ma anche nel modo in cui la sua vicenda è stata riletta nel tempo: prima segnata dallo stigma, poi progressivamente riconosciuta come parte fondamentale della storia culturale e queer europea.

Oscar Wilde

Tite Street, 70 anni dopo: Oscar Wilde tra stigma e memoria

“Il fatto che oggi sia diventato un’icona del movimento gay è fantastico”, dice Merlin Holland dal quartiere londinese di Chelsea, mentre entra nella casa di Tite Street dove Oscar Wilde scrisse Il ritratto di Dorian Gray. È un passaggio dal forte valore simbolico, non solo un ritorno fisico in un luogo carico di memoria, ma anche l’occasione per interrogarsi su ciò che è venuto “dopo Oscar”, sulle conseguenze culturali, familiari e politiche dello scandalo che nel 1895 lo travolse e ne segnò per sempre la vita e l’eredità.

Holland racconta che l’ultima volta a quell’indirizzo era stato nel 1954, da bambino, per lo svelamento della targa blu dedicata al nonno. Eppure, allora, nessuno della famiglia entrò in casa. Solo adesso, a più di settant’anni di distanza, ha varcato per la prima volta la soglia di quella stanza in cui Wilde scrisse il suo romanzo più celebre. Come racconta Attitude, l’ingresso è stato possibile grazie all’attuale inquilina, Jen Elliott-Bennett.

Dell’infanzia, però, resta anche un ricordo ironico: “Di fronte c’era un ospedale pediatrico dove mi avevano tolto le tonsille!… Tutte le infermiere avevano una vista privilegiata!”. Poi il pranzo al Savoy, le firme sui menù e il ritorno alla normalità: “Tornai a scuola e la preside scrisse a mio padre dicendo che ero assolutamente insopportabile e che mi vantavo di aver partecipato a un pranzo elegante!”.

È un frammento che oggi suona come un micro-ritratto: la fama di Wilde si trasmette come spettacolo, ma anche come pressione. Holland lo dirà con lucidità: essere il nipote è “tanto un peso quanto un onore”, e la gente si aspetta “che io sia la sua reincarnazione e me ne vada in giro con un panciotto stravagante”.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Attitude Magazine (@attitudemag)

Dalla condanna del 1895 a Gielgud: la lunga ombra della repressione

La storia giudiziaria di Oscar Wilde resta il punto di frattura attorno a cui ruota anche il racconto del nipote Merlin Holland. Nel 1895 lo scrittore, allora all’apice della fama, fu processato e condannato a due anni di lavori forzati per “grave indecenza” legata alla relazione con Lord Alfred Douglas, “Bosie”. Liberato nel 1897, visse gli ultimi anni in esilio e morì a Parigi nel 1900. È l’origine dello scandalo che segna non solo la sua biografia, ma anche quella della sua famiglia.

Quell’ombra, suggerisce Holland nell’intervista, non si esaurisce con la morte dello scrittore. Lo dimostra anche quanto accadde nel 1954, in occasione dello svelamento della targa blu a Tite Street. Tra gli invitati che rifiutarono c’era il “molto discreto” E.M. Forster; soprattutto, la figura designata a scoprire la targa, Sir John Gielgud, dovette rinunciare dopo essere stato arrestato per atti omosessuali in luogo pubblico. Holland ricostruisce i contorni della vicenda: Gielgud “avrebbe potuto farla franca, se non fosse stato per un cronista dell’Evening Standard”, e infatti “la notizia finì sull’edizione pomeridiana”. Di qui la decisione di ritirarsi: “Scrisse al comitato e disse: ‘Mi dispiace terribilmente per quanto accaduto, ma credo sia meglio che non lo faccia’”.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Lo stesso meccanismo si ripete anche a distanza di decenni. La vicenda di Wilde, dunque, non resta confinata al 1895, ma attraversa il Novecento, confermando come l’eredità dello scandalo sia stata a lungo anche un’eredità di repressione.

Perché After Oscar guarda “dopo”: diari, famiglia e cultura

After Oscar - Foto MAGGS
After Oscar – Foto MAGGS

La chiave giornalistica del libro è esplicitata da Holland in una frase che orienta tutta l’intervista: “Non parla davvero di Oscar e della sua vita; parla di ciò che è accaduto dopo la sua morte”. In altre parole, il focus è l’onda lunga: come la vergogna sociale, le scelte di protezione e la costruzione culturale della figura di Wilde si siano depositate nel tempo.

In questo senso, sono cruciali i diari del padre di Holland, tenuti “dal 1941 fino alla morte”. Holland li definisce “un aiuto immenso” per la ricerca e aggiunge un elemento verificabile: se suo padre fosse entrato nella casa di Tite Street, “lo avrebbe scritto”. È anche per questo che Holland è “abbastanza sicuro” di essere il primo della famiglia a rientrare davvero in quella casa.

Il cambio del cognome: “Era protezione”

Uno dei passaggi più netti, e più “politici” nel senso ampio del termine, riguarda il cognome. Holland chiarisce: “Io non lo porto”. E ricostruisce l’origine: suo padre visse con il cognome Holland dal 1895, quando Constance Lloyd lo fece cambiare dopo l’imprigionamento di Oscar Wilde per proteggere i figli. “Per mio padre era come attraversare la vita sotto pseudonimo. Era una protezione”, dice.

Cambiare cognome fu quindi un gesto di sopravvivenza sociale, una forma di “esilio interno” che racconta la violenza dello stigma nel tempo.

Oscar Wilde oggi: icona LGBTQ+ e letture in conflitto

Holland riconosce che Oscar Wilde non è sempre stato celebrato come oggi: “In passato, ci sono stati elementi della comunità gay” che sostenevano che Oscar Wilde avesse “fatto arretrare la causa” per il suo comportamento, immaginando uno scenario alternativo: “Se fosse stato più discreto…”. Holland inquadra quella fase come “un breve periodo negli anni ’80” in cui qualcuno cercava una lettura “contraria”.

Poi, però, arriva la presa di posizione più forte, già richiamata all’inizio: “Il fatto che oggi sia diventato un’icona del movimento gay è fantastico”. E aggiunge cosa – secondo lui – avrebbe provato Wilde: “Sarebbe orgoglioso e felice” e capirebbe “che il suo sacrificio non è stato vano”.

Per sostenere questo punto, Holland richiama Dorian Gray e la frase sulla “patetica inutilità del martirio”, per distinguere tra martirio volontario e tragedia non prevista. La conclusione è un giudizio storico e umano insieme: se Wilde avesse saputo come sarebbe finita la causa contro il marchese di Queensberry, “non credo l’avrebbe intentata”. Perché, dice Holland, “la sua arte per lui era tutto”.

After Oscar: The Legacy of a Scandal si presenta così come un’indagine doppia: privata e pubblica. E l’immagine finale è quella di un’eredità che cambia segno, da scandalo a icona, da stigma a linguaggio comune per riconoscersi.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.