Avrebbe compiuto settant’anni, in questi giorni, Pier Vittorio Tondelli, il più europeo tra gli scrittori italiani del nostro Novecento. Avrebbe dovuto compiere settant’anni, in questi giorni, ma così non sarà, non davvero almeno, perché Pier Vittorio Tondelli ha sempre trentasei anni, sempre avrà trentasei anni, trentasei anni e qualche settimana, come in quel dicembre che lo ha portato via.
Pier Vittorio Tondelli è morto troppo giovane il 16 dicembre 1991 a Correggio, in quella provincia – e in quello stesso comune – dov’era anche nato, il 14 settembre 1955, e dove sempre riparava, che sempre rifuggiva. In vita ha scritto tre romanzi e due raccolte di racconti ai quali si sommano pièce teatrali, articoli, frammenti, biglietti agli amici, altri testi vari. Oggi, intorno alla sua sagoma, sempre sfocata, si sta costruendo una mitologia che affonda le sue radici non solo nella morte prematura dello scrittore, ma anche nel suo sedicente sguardo obliquo sulle cose, in quel randagismo d’animo che è per moltə marchio di un certo andazzo trasgressivo. Non sappiamo cos’altro avrebbe scritto se avesse vissuto un pugno di giorni in più, eppure quello che ha scritto è letto e ancora riletto, anche dai giovanissimi, fatto catapultare sui social, adattato, incompreso, mistificato, travisato, riscritto. Luca Guadagnino, per esempio, è al lavoro sulla trasposizione cinematografica di Camere separate, il lavoro più celebre e più acclamato dello scrittore di Correggio.
Pier Vittorio Tondelli è ovunque; è l’oggetto di un culto, come si diceva, che contravviene a quella marginalità cercata e senz’altro percepita. È, a suo modo, un fenomeno pop, e, a suo modo, lo è sempre stato. Uno, tra ə pochə della sua generazione, ad avere superato indenne la prova del tempo. Di lui moltə han detto e dicono che è generazionale, che la sua scrittura, specie nelle primissime prove autoriali, dia voce con precisione e corrosività all’intera schiatta dei coetanei; a tutte quelle ragazze e a tutti quei ragazzi (soprattutto) nati e cresciuti in una provincia irrespirabile, che imborghesisce e affatica il passo. È vero, credo, ma solo in parte. Tondelli racconta, sì, una certa giovinezza dedita al libertinaggio, alla ricerca e alla fuga. Anzi, lo fa in modo nuovo: senza filtro alcuno, con impudicizia e sfrontatezza. A muso duro racconta il sesso, l’omoerotismo, le droghe, la prostituzione, le rivolte ai padri, a dio, alle famiglie. E però l’orizzonte della sua prosa, lo si capisce subito leggendo anche solo quei primi testi caustici, non si esaurisce alla generazione, non si ferma sulla pelle dei coetanei e delle coetanee, anzi arriva fin qui, come si diceva. Ci raggiunge. E parla dell’essere giovani e delle province, dell’essere maschi e gay, di un’età deserta di prospettive e di desiderio. La sua scrittura non è generazionale: è estesa, anzi, universale, assoluta. Riguarda tantə, per questo ancora ci parla, ancora ci dice qualcosa alla maniera in cui ci dicono sempre qualcosa i classici secondo Italo Calvino: ogni volta che li ascoltiamo o li leggiamo, un suono nuovo, un nuovo rigo.
L’etichetta del giovane esordiente dedito alla narrativa generazionale gli viene affibiata prestissimo, già al suo debutto per Feltrinelli che risale al gennaio del 1980. Prima di quel momento, Tondelli è solo un ragazzo di provincia che frequenta il DAMS di Umberto Eco e Gianni Celati e che nel tempo libero legge Kerouac e la beat generation Céline e Arbasino, bazzica la Biblioteca Comunale e i giri cattolici. Quando Aldo Tagliaferri, direttore letterario di Feltrinelli, riceva la prima bozza di Altri libertini non ha dubbi: è nato uno scrittore, quei sei racconti sono da pubblicare. Nessuno, come si diceva, fino a quel momento aveva raccontato la giovinezza così; caricandola di bestemmie e di presunte oscenità.
Altri libertini, mi pare, racconta soprattutto la ricerca di un riscatto che sfocia spesso nella ricerca di un eccesso, di un principio di auto-devastazione incontrollabile e incontrollato. Ma la vera trasgressione del testo non pertiene tanto al contenuto, quanto più alla struttura e all’impianto stilistico. La forma-romanzo, da sempre, si dice, così adatta a restituire una certa idea di mondo, coerente, lineare, non può funzionare. Tondelli racconta di un capanello di protagonisti che ha perso il senso dell’orientamento, o forse non lo hai mai neanche avuto. Il romanzo, allora, con quella sua tendenza a restituire una verità globale, non avrebbe qui senso alcuno. Quello che conta, quello che deve essere chiaro ai lettori e alle lettrici, è la frammentarietà dell’esperienza, la porosità dello sguardo. Ecco perché i racconti, il romanzo a episodi.
Altri libertini è un successo immediato di pubblico e critica. Colpisce, al netto dei temi scabrosi – il libertinaggio, l’eroina, i fuochi e le ansie dell’omosessualità – la lingua dello scrittore di Correggio, una lingua così anti-accademica, anti-intellettuale, impastata di gergalità e punteggiata di riferimenti popolari, che vanno dalla fumettistica (Andrea Pazienza su tutti), al cinema, dal rock dei Velvet Underground al cantautorato di Piero Ciampi. Viene ristampato tre volte in circa venti giorni, ma presto il testo viene censurato, ritirato dal commercio. Lo decide il Procuratore de L’Aquila quando si accorge – su segnalazione di alcuni lettori – che il libro esiste nella sua oscenità. Solo l’anno successivo lo scrittore e il suo editore verranno assolti e il libro potrà tornare sugli scaffali.
A due anni dall’esordio, poi, Tondelli torna in libreria con un testo ritenuto altrettanto scabroso e altrettanto importante: Pao Pao. Il titolo è un’intuizione di Aldo Tagliaferri ed è una sigla che fa riferimento al Picchetto Armato Ordinario, una sorta di servizio di sorveglianza notturno. Il rimando è subito chiaro: Tondelli scrive dell’esperienza casermaria, della leva, della naia. Lo fa a partire da sé stesso, proprio mentre prestava servizio al CAR di Orvieto e alla Caserma Macao di Roma. Il romanzo, nato per diventare uno sceneggiato televisivo, cosa che però mai succederà, è figlio di una serie di cronache, Il diario del soldato Acci, firmate da Tondelli per La Nazione e per Il Resto del Carlino. Anche in questo caso, lo sguardo dell’autore è sulla tribù e non sul singolo, su un gruppo di ragazzi la cui giovinezza – la stessa già fotografata nei Libertini – è appunto segnata dalla leva. Ragazzi, ovviamente, maschi, e molti tra loro gay. È lì che mette la mano, Tondelli, sui loro desideri, sulle loro alleanze, sul dolore di abitare una maschilità inadeguata, sul loro desiderio di essere altrove, ma anche sui loro amori, pensati o consumati. E intanto, mentre mette mano sulle vite di questi giovani, non può che osservare il quadro più ampio, che giudicare implacabilmente l’assurdità del servizio di leva, che è una sospensione della vita, un’apnea lunga un anno. Anche in questo caso, la lingua e la struttura agiscono profondamente sul cuore del romanzo: Pao Pao si costruisce, a singhiozzi, seguendo il ritmo di un vaevieni costante. È un romanzo di sbalzi e di squarci, che ha un tempo unico, tutto suo. Benché l’entusiasmo della critica sia più blando – infastidisce, come dice Silvia Pelizzari nel suo podcast, Tiresia, che la questione omosessuale venga trascinata entro un perimetro istituzionale – Pao Pao è un altro successo.
Nel maggio del 1985 esce, poi, Rimini, il testo che segna lo storico passaggio dall’editore Feltrinelli a Bompiani. Nei mesi che precedono la pubblicazione di questo romanzo, Tondelli abbozza quello che diventerà Un weekend postmodero, una raccolta di articoli, e lavora a Dinner Party, un dramma «un po’ violento e un po’ sofisticato» che racconta la vita dei trentenni. È solo una prima stesura, ma ci tornerà più volte fino al 1990, quando anche il testo della pièce verrà pubblicato da Bompiani.
Torniamo, però, a Rimini, il romanzo che consacra Pier Vittorio Tondelli, un caso editoriale con 100.000 copie vendute in pochissime settimane e una campagna di lancio estremamente pop. Il libro è sulla bocca di tutti: a luglio Roberto D’Agostino (Dagospia ndr) lo presenta al Grand Hotel di Rimini insieme all’omonimo singolo estivo di Lu Colombo e un ricchissimo buffet. E qualche settimana più tardi, Tondelli si prepara a esordire in televisione. Pippo Baudo, allora alla guida di Domenica In, lo vuole ospite del suo salotto, ed Enrico Coveri, per l’occasione, è chiamato a curare un defilé in costume da bagno, che sarebbe stato trasmesso contemporaneamente all’intervista allo scrittore. Qualcosa, però, all’ultimo va storto. Mamma Rai ritira l’invito: non possiamo – dicono – dare così tanta risonanza a un libro che descrive episodi di sesso. Nel frattempo, i lettori e le lettrici di TV Sorrisi e Canzoni eleggono Rimini libro dell’anno.
È un giallo, di fatto, anche se sui generis, perché evita lo svelamento, la risoluzione finale. C’è il mistero, ma non c’è l’assassino. È anche, come sempre se parliamo di Tondelli, un romanzo corale, un contenitore di storie diverse tutte ambientate in Riviera e filtrate dagli occhi del protagonista, un giornalista omosessuale, alter ego di Tondelli, di cui lo scrittore racconta gli incontri, sempre assoluti per dirla con Francesco Gnerre, e gli innamoramenti. È una sinfonia, anche, Rimini. Nelle intenzioni, proprio. Tondelli lo ha dichiarato più volte: Rimini doveva avere – e ha – l’andamento e il respiro di una struttura sinfonica. Per questo, è il più lungo tra i suoi testi di narrativa, anche il più ambizioso forse, per moltə il meno riuscito. Non è un caso, infatti, che la critica lo abbia stroncato, bollato come letteratura di consumo, come feuilleton da spiaggia e imperdonabile compromesso per accontentare l’editore.
All’indomani di questo enorme e controverso successo, Pier Vittorio Tondelli si trasferisce a Milano, in via Abbadesse, al 52, nel quartiere della Maggiolina, dove collabora con diverse riviste e cura il progetto Under 25, un volume che racchiude racconti di scrittori e scrittrici emergenti e giovanissimə: Andrea Canobbio, per esempio, e Silvia Ballestra, ma anche Gabriele Romagnoli, Vittorio Cozzolino. Poco dopo, e dopo aver pubblicato per il microeditore Baskerville quel piccolo capolavoro che è Biglietti agli amici, Tondelli comincia a lavorare al suo romanzo più celebre, il suo ultimo romanzo, Camere separate, che vedrà poi la luce nel 1989 sempre per Bompiani. Il suo libro definitivo, costruito questa volta come un’operetta scandita da tre movimenti diversi, tre arie. È un’elegia d’amore, una storia «di malinconia erosiva» come ha scritto Enzo Siciliano sul Corriere il 7 maggio 1989. Racconta di Leo e di Thomas, di quello che c’è stato tra loro prima che Thomas morisse, di quell’amore improvviso e asimmetrico, nato per caso in una festa ed esploso velocemente con la stessa velocità con cui poi si è spento: Thomas vuole tutto, vuole amare completamente e completamente essere amato, mentre Leo percepisce l’amore come percepisce il moto del mare. Per lui, amare vuol dire avvicinarsi e poi tornare indietro, mai darsi del tutto, sempre ritrarsi un po’. È un romanzo sull’elaborazione del lutto, soprattutto, e sull’accettazione delle nostre solitudini, un romanzo sull’abbandono, sul vuoto. È un romanzo perfetto, limpido e ieratico. Un classico, il capolavoro che ha consegnato Pier Vittorio Tondelli al nostro presente.
È morto, poco dopo. Sempre a Correggio, a causa dell’AIDS, dopo un ricovero succeduto a un viaggio in Tunisia. Viene sepolto a Canolo, in quella stessa provincia appunto. Avrebbe compiuto settant’anni oggi.



