Quante macchiette in questa nostra TV

La televisione ha una superficie specchiata che riflette le immagini ancora di più quando è accesa. Ed è allora che ci vedo dentro la società in cui viviamo.

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Qualche giorno fa negli Stati Uniti sono stati assegnati i GLAAD Award ovvero i premi attribuiti dalla Gay & Lesbian Alliance Against Defamation alle produzioni dell’intrattenimento per il loro contribuito nel dare un’immagine più veritiera e accurata della comunità lgbt. La CBS, uno dei maggiori network americani, si è visto assegnare l’ultimo posto nella classifica delle reti più gay-friendly. E fin qui un dirigente qualsiasi di Mediaset avrebbe tranquillamente risposto: "sticazzi", ben più impegnato a piazzare al Bagaglino le tette di qualche maggiorata politicamente superdotata. Del resto se nel nostro paese le istituzioni sono le prime a latitare quando si tratta di riconoscere i gay come individui di diritto non vedo perché dovremmo essere considerati come pubblico.

Al contrario Nina Tassler, presidente della CBS, il cui solo pronunciarne il nome mi fa riecheggiare nella mente le urla di un comandante della Wehrmacht, ha dichiarato di essere molto dispiaciuta, di non essere contenta del lavoro svolto dal network e, dopo aver sodomizzato i suoi sottoposti con delle granate, si è pubblicamente impegnata ad aumentare il numero di personaggi lgbt all’interno dei loro show.

Dopo aver letto la dichiarazione e aver chiesto conferma ad un amico il cui inglese non si limita al mio: My name is Alessandro. Would you drink something? (tante volte avessi capito male io) ho avuto la conferma al mio sospetto: sì, la televisione è lo "specchio, specchio delle mie brame che mi rivela lo stato del nostro reame" perché una dichiarazione del genere nell’Italia in cui viviamo oggi sarebbe stata impossibile.

L’equazione, dunque, mi è sembrata lampante: nelle nazioni dove maggiormente vengono tutelati i diritti dei gay c’è una più ampia proliferazione di spettacoli gli omosessuali vengono rappresentanti, proprio perché si è presa coscienza della nostra presenza all’interno della realtà raccontata quindi fatta di storie in cui sono protagonisti poliziotti, neri, medici, insegnanti ma anche i gay, appunto.

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Sull’onda di questa considerazione ho dato una scorsa dolorosa ai nostri palinsesti, soprattutto alle produzioni Rai e Mediaset, alla ricerca di fiction o programmi in cui venissero proposti personaggi omosessuali. Tralasciando le penose ospitate di Solange e Malgioglio (tra i pochi gay dichiarati e sdoganati nei programmi televisivi e la cui funzione di sollazzo è persino più degradante di quella dei nani nelle corti spagnole del ‘600), tra i telefilm prodotti negli ultimi anni, la prima cosa che salta all’occhio è che per lo più questi non sono che una lunga serie di agiografie tanto che mi viene da credere che l’impennata di beatificazioni vaticane si stia rendendo necessaria per fornire spunti alle sceneggiature per le prossime produzioni.

E se in questi casi è abbastanza plausibile che non ci sia spazio per personaggi omosessuali è forse più penoso ritrovarseli in fiction come "Commesse" e "Il bello delle donne": produzioni a metà strada tra "Ciranda de Pedra" e i fotoromanzi di "Grand Hotel". Storie al femminile da dopoguerra, con personaggi che ignorano non tanto gli sforzi fatti dal pensiero femminista negli ultimi decenni, ma proprio l’idea di essere dignitosamente donne e dove anche la figura del frocio, perché di questo si parla, rientra nel battuto di luoghi comuni perfetto per cucinare dei polpettoni indigesti e sopportabili solo se visti con occhio cinico e disinteressato.

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Persino "Distretto di Polizia" che era partito così bene con una figura di un gay che finalmente non passasse la vita a fare messe in piega e a decolorarsi i capelli, con gli anni si è uniformato al clima di relativismo sessuale poviano trasformando il commissario Benvenuti in bisessuale e poi in etero e spostando simultaneamente il genere dello sceneggiato da fiction poliziesca a fiction fantascientifica.

È ovvio che sarebbe sciocco credere che in America tutto fili liscio solo perché hanno prodotto Will&Grace, come è altrettanto evidente che nella terra delle lobby, quella gay spinga con il suo potere corporativo affinché si tenga conto della loro presenza non solo nelle questioni vitali della politica ma anche in quelle più frivole dell’intrattenimento ma di certo, se non ci fosse un clima culturale e politico evoluto starebbero ancora producendo i documentari sulla Mayflower e i padri fondatori.

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Gli intellettuali integralisti a questo punto staranno cercando un lembo della loro veste da poter stracciare davanti alla bestemmia che sto per pronunciare ma sono convintissimo che la cultura di un paese passi anche attraverso le fiction che sono spesso in grado di condizionare i gusti e le opinioni del pubblico (pensiamo ad esempio a Queer as folk) proponendo una realtà in cui l’omosessualità non è solo fatta di feroci accoppiamenti negli scantinati e stereotipi da commedia dell’arte ma anche di relazioni sentimentali profonde e condivisibili assai simili alle vite degli "altri" dando alle "fiction" un profondo senso di verità.

 

di Insy Loan ad alcuni meglio noto come Alessandro Michetti

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