C’è un’unica battaglia che le accomuna tutte, ed è quella per essere riconosciutə come parte integrante della società in cui si vive. Non invisibilizzatə, lasciatə ai margini, o al più tolleratə. Ma cittadinə a pieno titolo, con i diritti, i doveri, la dignità che ne derivano. In Italia, ancora oggi, milioni di persone vivono, lavorano, studiano, si innamorano e crescono figli senza che lo Stato riconosca loro il diritto alla cittadinanza.
Molte di loro fanno parte anche della comunità LGBTQIA+, molte no, ma ciò che è importante comprendere è che il referendum dell’8 e 9 giugno prossimo non è una battaglia “altrui”: riguarda anche noi. Perché non si può parlare di diritti LGBTQIA+ se non si lotta anche contro il razzismo istituzionale, contro il retaggio coloniale che ancora struttura il nostro ordinamento, contro le barriere giuridiche che escludono chi non nasce “nel posto giusto”.
Il tema della cittadinanza è invece spesso ridotto a una questione tecnica, come se si trattasse semplicemente di scartoffie, permessi e codici fiscali. Ma è in realtà un terreno profondamente politico, che ha a che fare con chi ha diritto a sentirsi parte di una collettività e chi invece viene sistematicamente spinto ai bordi, reso precario e silenziato.
L’8 e 9 giugno avremo un’occasione storica per cambiare un impianto che esclude e penalizza le soggettività più vulnerabili: il referendum sulla cittadinanza, che propone di modificare la normativa attuale, abbassando da 10 a 5 anni il requisito di residenza legale per accedere alla cittadinanza.
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Come funziona il referendum sulla cittadinanza
“No taxation without representation”: perché continuare a pretendere il contributo fiscale di chi si vuole tenere fuori dalla cittadinanza? È questo, in estrema sintesi, il nodo politico sollevato da Riccardo Magi, segretario di +Europa e primo promotore dell’iniziativa referendaria, insieme a Possibile, Radicali Italiani, Partito Socialista Italiano e Rifondazione Comunista.
“Siamo uno strano Paese“, osserva Magi. “Abbiamo concesso la cittadinanza a Javier Milei (presidente dell’Argentina noto per le sue posizioni omotransfobiche ndr.), che non ha mai vissuto in Italia, non ha mai pagato le tasse in Italia, non parla nemmeno la nostra lingua. E allo stesso tempo la neghiamo a ragazze e ragazzi – ma anche adulti – che vivono stabilmente qui, che lavorano, studiano, pagano le tasse, non hanno precedenti penali e parlano perfettamente italiano“. Un paradosso giuridico e morale che ha spinto 637.000 cittadinə a dare il proprio sostegno, incoraggiatə da un ampio fronte composto da associazioni della società civile, reti per i diritti dei migranti, collettivi studenteschi e attivistə antirazzistə.
Il referendum per la cittadinanza propone dunque di abrogare una parte dell’articolo 9 della legge n. 91 del 1992, ovvero quella che impone un requisito di 10 anni di residenza legale ininterrotta per poter presentare domanda di cittadinanza. Un tempo lunghissimo, che tiene in sospeso vite intere, e che rende l’Italia uno dei Paesi europei con le soglie più restrittive in materia. Votando SÌ, si propone di abrogare questa soglia, permettendo l’accesso alla cittadinanza dopo 5 anni di residenza continuativa.
Non si tratta, va detto, di una riforma esaustiva: la legge sulla cittadinanza italiana resta obsoleta e insufficiente, soprattutto per chi nasce in Italia da genitori stranieri — il famoso “ius soli”, ancora lontano dall’essere una realtà. Ma si tratta di un passo concreto, che può migliorare in modo tangibile la vita di migliaia di persone. E aprire una breccia politica in un muro che per troppi anni ha resistito a ogni tentativo di scardinamento.
Nella stessa tornata elettorale si voterà anche su altri quattro referendum abrogativi promossi dalla CGIL, tutti riguardanti il mondo del lavoro: dal contratto a tutele crescenti alla precarietà dei contratti a termine, fino alla responsabilità solidale negli appalti e alle indennità per i licenziamenti nelle piccole imprese.
Per votare, basta presentarsi al proprio seggio domenica 8 o lunedì 9 giugno con un documento d’identità valido e la tessera elettorale. È possibile votare anche fuori sede se si è presentata richiesta entro il 4 maggio (per chi si trova in un altro comune da almeno tre mesi per motivi di studio, lavoro o salute), così come è previsto il voto per corrispondenza per gli iscritti AIRE e gli italiani temporaneamente all’estero. Il quesito sulla cittadinanza sarà uno dei cinque schede che riceveremo: scegliere il SÌ è scegliere una visione più inclusiva, più equa, più giusta di Paese.
Cittadinanza e identità in un limbo
Ma perché, come comunità LGBTQIA+, è importante esserci in questa storica tornata referendaria? La risposta è solo una: intersezionalità. Per una persona queer con background migratorio, il tema della cittadinanza è, di fatto, una battaglia nella battaglia. Significa poter accedere a tutele legali, poter lavorare senza dipendere da un permesso di soggiorno, uscire dalla clandestinità burocratica e psicologica. Significa, soprattutto, avere il diritto di restare.
Sono tante le storie che attraversano questa condizione ibrida: giovani LGBTQIA+ cresciutə in Italia, che parlano italiano meglio di qualsiasi altra lingua ma che restano “stranierə” sulla carta; figliə di famiglie arcobaleno con genitori non italiani, la cui situazione legale è costantemente appesa a un filo; richiedenti asilo queer che affrontano persecuzioni nei Paesi d’origine e che una volta arrivati in Italia si trovano in una giungla normativa che li espone a nuovi rischi, nuovi respingimenti.
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La cittadinanza è il punto di arrivo di ogni percorso di inclusione. Senza non si vota, non si partecipa pienamente alla vita pubblica, si resta oggetto di decisioni altrui. E per chi vive già una marginalizzazione legata all’orientamento sessuale o all’identità di genere, questa esclusione multipla diventa una gabbia.
L’intersezionalità, di cui tanto si parla ma che troppo poco si pratica, impone dunque di vedere queste interconnessioni: non possiamo rivendicare i diritti delle persone LGBTQIA+ fingendo che il razzismo sistemico non esista. Non possiamo chiedere leggi migliori per le famiglie queer se non riconosciamo che alcune di queste famiglie sono composte da persone straniere, razzializzate, migranti. E non possiamo dire di lottare per l’uguaglianza se accettiamo che una parte della popolazione resti prigioniera di un’attesa infinita. È ora di colmare il divario, e di farlo insieme.
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Cosa ne pensi?
Ci fate un esempio di razzismo istituzionale e sistemico? E "retaggio coloniale" italiano? :-) Cosi' a occhio avete tradotto pari pari qualcosa preso dall'inglese, senza averlo adattato alla realta' italiana. E poi vi siete pure dimenticati di parlare di patriarcato! Articolo degno di chi si intestardisce a mettere E rovesciate in qua ed in la', che almeno ha l'accortezza di rimanere anonimo.