Amici 25, Riccardo Stimolo da “carnefice” a vittima: il pericoloso ribaltamento, l’omofobia va nominata

Riccardo Stimolo si scusa ad Amici 25 dopo il gesto contro Alessio Di Ponzio, ma non pronuncia mai la parola omofobia.

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Riccardo Stimolo di Amici 25
Riccardo Stimolo di Amici 25
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Nel daytime di venerdì 20 febbraio 2026 di Amici di Maria De Filippi il protagonista è stato Riccardo Stimolo, finito al centro di una bufera mediatica per un gesto omofobo contro Alessio Di Ponzio.

Sui social, dopo l’episodio, si sono moltiplicate le richieste di squalifica. Non si è trattato di una semplice “goliardata”, ma di un gesto preciso, con un significato altrettanto preciso, che richiama uno stereotipo offensivo legato all’orientamento sessuale.

E questo va detto con chiarezza.

Nessun provvedimento per Riccardo Stimolo di Amici 25

Le scuse di Riccardo Stimolo ad Amici 25: “Vorrei ricominciare da qua”

Durante il daytime, Riccardo ha scelto di parlare davanti ai compagni.

“Ci vuole abbastanza forza per parlare davanti a tutti voi, ma non è più il momento di scappare da queste cose o di fare il bambino che si nasconde dietro gli altri”, ha esordito:

“Quello che vi racconto non è per passare da vittima, ma perché ho fatto una riflessione sul mio passato e su quello che ho fatto”.

Ha raccontato di essersi sentito spesso escluso fin da piccolo:

“Quando stavo alle medie vedevo tutte le persone stare insieme e io venivo spesso emarginato. Uscivo al campetto da solo e vedevo i miei amici riuniti senza di me. Io ci soffrivo, ma la colpa non è degli altri: è del mio carattere”.

Poi il riferimento agli anni successivi e alle scelte sbagliate:

“Per mascherare questo disagio ho iniziato a rispondere a tono, facendo battute che andavano di moda solo per fare il figo. Ho sempre deluso i miei genitori: ho lasciato la scuola, poi la scuola di canto. Quando sono entrato ad Amici li ho resi felici, ma quando è uscita la storia dei commenti su Threads li ho delusi di nuovo”.

Infine, le scuse:

“Ho fatto una riflessione su me stesso e per questo vi chiedo scusa, perché a volte non riconosco il limite. Vorrei ricominciare da qua, vorrei che questo fosse un punto di inizio. In passato ho preso esempi sbagliati”.

Parole che raccontano fragilità, disagio, senso di isolamento. Ma in tutto questo manca un elemento fondamentale.

La parola.

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Il problema è semplice: l’omofobia va nominata

In nessun momento Riccardo ha definito quel gesto per quello che è stato. Non ha parlato di omofobia. Non ha riconosciuto la matrice discriminatoria dell’allusione fatta prima di rivolgersi ad Alessio.

Si è scusato, sì. Ha chiesto comprensione. Ha raccontato il proprio dolore, ma non ha dato un nome all’atto compiuto.

E in un programma come Amici, seguito da milioni di giovanissimi questo non è un dettaglio.

Quando un gesto richiama uno stereotipo legato all’orientamento sessuale, non è una semplice “battuta”. È un atto che si inserisce in un contesto culturale dove l’omofobia continua a esistere, dentro e fuori le scuole, dentro e fuori i talent show.

Chiamare le cose con il loro nome non è educazione al rispetto.

Da “carnefice” a “vittima”: un ribaltamento pericoloso

Il racconto di Riccardo ha spostato il focus sul suo passato di emarginazione. È umano provare empatia per chi si è sentito escluso, ma l’empatia non può cancellare la responsabilità.

In questa dinamica televisiva, il rischio è evidente: chi ha compiuto il gesto finisce per apparire fragile, problematico, quasi da proteggere. Chi lo ha subito resta sullo sfondo.

Non è questo il messaggio che dovrebbe passare.

L’omofobia non si combatte trasformando chi la mette in atto in una figura da tutelare. Si combatte riconoscendola e nominandola.

Soprattutto in un contesto educativo e popolare come quello guidato da Maria De Filippi, che entra ogni giorno nelle case di famiglie e adolescenti.

Non basta chiedere scusa: serve consapevolezza

Le scuse sono un primo passo, ma non possono essere generiche.

Dire “non riconosco il limite” non equivale a dire “ho avuto un comportamento omofobo e ho sbagliato”. La differenza è sostanziale.

In un momento storico in cui le discriminazioni contro le persone LGBTQIA+ non sono un ricordo del passato, ma una realtà quotidiana, ogni spazio mediatico ha il dovere di essere chiaro.

Non si tratta di punire per il gusto di farlo. Si tratta di educare.

Perché se il carnefice viene raccontato come fragile e indifeso senza riconoscere la gravità dell’atto, il messaggio che passa è ambiguo. E l’ambiguità, quando si parla di diritti e dignità, non aiuta nessuno.

Le parole contano. I gesti contano ancora di più.

E in televisione, davanti a milioni di spettatori, contano il doppio.

© Riproduzione riservata.

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