Perché dobbiamo ancora parlare di Rosa Balistreri

La storia di Rosa è una storia che continua a ripetersi ancora oggi nella vita di molte donne e delle minoranze, e che per questo non dev’essere dimenticata.

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A meno che non siate siciliani, solo i più grandi appassionati di musica conosceranno Rosa Balistreri, donna che cantò la Sicilia tra gli anni Sessanta e Ottanta. Messi da parte i gusti musicali però, la storia di Rosa è una storia che andrebbe ancora oggi ricordata perché testimonianza di una società patriarcale che tuttora trascina con sé i suoi relitti. Una storia che sarebbe stata uguale a quella di tante altre donne italiane, se non fosse per il coraggio di Rosa nel denunciare con la sua forza e la sua musica i peccati di un tempo ostile. Ma anche una storia in cui possono rivedersi gli emarginati di oggi, coloro che riescono a sopportare a malapena la mentalità di un piccolo paese, fatto di gente da idee ristrette, in cui si respira ancora un’aria opprimente, come quello in cui visse la cantastorie siciliana.

Dopo un’infanzia dedicata ad aiutare il padre nei campi, senza possibilità di frequentare una scuola, il destino non riservò infatti a Rosa un’adolescenza migliore: fu costretta a un matrimonio combinato con un uomo violento, dedito al gioco e all’alcol. In un’epoca che non tutelava le donne, un passato prossimo in cui esisteva il delitto d’onore, molte mogli non avrebbero reagito alle violenze dei mariti. Eppure la Balistreri decise di farlo quando nessuno, nemmeno la legge, l’avrebbe tutelata. Il marito aveva infatti perso al gioco il corredo della figlia, e Rosa aveva tentato di ucciderlo, costituendosi subito alle autorità. Fortunatamente le vennero dati solo pochi giorni di carcere perché l’uomo era sopravvissuto, ma da quel momento la cantante di Licata decise di non rivederlo più, trasferendosi con il fratello a Firenze.

 

Le sofferenze del lavoro umile intrecciate a quelle della vita privata contribuirono a rendere il canto di Rosa particolarmente aspro e forte, e la fecero presto diventare una donna impegnata anche nel sociale. Non solo denunciò in molti brani i soprusi della mafia e della religione  — fu molestata, tra l’altro, da un prete —, ma cantò anche di amori non accettati perché, come si sa, non avrebbero reso onore alla famiglia  e delle ingiustizie della legge. Ciò che stupirebbe maggiormente oggi, però, sono le canzoni dedicate all’uso dei contraccettivi. Ebbene Rosa si dedicò anche all’educazione sessuale, cantando nel suo dialetto e con un’ironia tipicamente siciliana, in un’epoca in cui parlare di sesso pubblicamente era un tabù.

A meno che non siate siciliani, solo i più grandi appassionati di musica conosceranno Rosa Balistreri, donna che cantò la Sicilia tra gli anni Sessanta e Ottanta.

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Tornando comunque alla sua vita, nemmeno a Firenze Rosa trovò molta fortuna. In particolare, fu testimone di un evento che l’avrebbe segnata a vita. A Firenze l’aveva infatti raggiunta la sorella Maria, scappata anche lei dalle violenze del marito. L’uomo, però, l’aveva trovata e uccisa. Nei fatti un femminicidio, parola che non esisteva ancora nei vocabolari del tempo, e delitto scontabile con una lieve pena. L’amore sfortunato della sorella sarà raccontato da Rosa con una canzone di quasi un’ora, “Un matrimonio infelice” (1967). Una vera e propria cantilena, sicuramente difficile da ascoltare per molti, ma il cui testo è di un’intensa poeticità, pieno di sentimento e di dolore: «È la storia di mia sorella e del dolore di mia madre, i cui occhi sono secchi per il gran pianto, secchi come la mia terra, la terra di Licata».

La storia di Rosa è dunque una storia che, seppure in forme diverse, continua a ripetersi ancora oggi nella vita di molte donne e delle minoranze, e che per questo non dev’essere dimenticata. Rosa si ribella con il suo pensiero e la forza della propria voce, disse di lei Carmen Consoli, una voce che supera le barriere culturali e sopravvive al suo corpo.

di Marco Nicosia

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