L’impressione è che sia tutto un po’ tanto piatto, che le canzoni si muovano tutte (o quasi) in un etere di medianità, e che pochi brani riescano a spiccare davvero sugli altri. Certamente, le cose cambieranno con gli ascolti, ma questa è la sensazione a caldo alla chiusura della prima puntata del Festival di Sanremo 2026, dove tutti vogliono cantare l’amore in santa pace. L’amore e i buoni sentimenti: la coppia, le madri, i figli, il per sempre. Anche in un mondo che va in fuoco, cercare il per sempre, illudersi di poterlo avere.
Sono pochi gli artisti in gara che guardano oltre sé stessə, Dargen D’Amico, per esempio, che però quest’anno ha un pezzo bruttarello, poi Ermal Meta, J AX e Sayf, che invece ha un brano molto interessante. Colpiscono Malika Ayane e Fulminacci, i migliori della serata. Lei con un funkettone crepuscolare, che strizza l’occhio ai Nu Genea, ad Alan Sorrenti e a Vanoni. Lui, invece, con un bel pezzo di cantautorato contemporaneo. I peggiori, invece, i rapper che non fanno i rapper, i rocker che non fanno i rocker. La coppia Masini-Fedez, che è piaciuta moltissimo, ma che invece è agghiacciante. E Sal Da Vinci. Per il resto, plausi a Levante con un brano elegante e difficilissimo, molto maturo, a Serena Brancale per l’onestà del suo racconto e, infine, a Patty Pravo, Ditonellapiaga, a Maria Antonietta e Colombre, al loro debutto.
Le nostre pagelle
Ditonellapiaga, Che fastidio!, 8
Una canzone-statement sulle cose che ci fastidiano («Gli arrivisti / i giornalisti perbenisti / poi i tronisti presentati come artisti»). Il testo à la Daniele Silvestri si appoggia su un brano elettronico, quasi house. Lei è ipnotica e super coerente, voce al top e presenza incredibile. Martellerà fino a infastidirci, appunto. Deliziosa la parentesi di bossa nova. Brava, Margherita.
Michele Bravi, Prima o poi, 6
Brano tizianoferresco, ipernostalgico ed elegante. Lo ascolti e ti manca anche il fidanzato del ginnasio. Lui arriva all’Ariston come un crooner e tutto sommato convince: peccato per le fatiche vocali, l’interpretazione c’era tutta. Questo pezzo sull’assenza non è memorabile, ma arriverà.
Sayf, Tu mi piaci tanto, 6,5
Ci sono le alluvioni in Emilia e la Liguria con il cuore nel fango, le azioni di Cannavaro, Tenco e il cielo azzurro. Il titolo del brano di Sayf fa riferimento al suo, al nostro paese, a cui scrive una lettera d’amore ironica e, a tratti, dissacrante. Si cita ironicamente anche Berlusconi: «L’Italia è il paese che amo». È un tentativo, più o meno riuscito, di riappropriarsi di un immaginario nazionale da cui, lui, italo-tunisino, si è sentito spesso escluso. «Se ci armate non partiamo», canta Sayf. Uno dei pochi in questo festival a guardare oltre sé stesso, al di là della coppia. Il brano è un po’ pasticciato, ma diverte.
Mara Sattei, Le cose che non sai di me, 4
Un blocco televisivo straniante, quello in cui si è esibita Mara Sattei. È il 2026, ma lei inizia a cantare (bene), a braccia aperte, la sua canzoncina e subito vieni catapultato indietro di almeno vent’anni. In un attimo, è il 2002, sei all’Ariston e stai assistendo alla gara delle Nuove Proposte. Conduce Pippo Baudo con Manuela Arcuri e Vittoria Belvedere. Perché presentarsi in gara, oggi, con un brano così vetusto? A questo punto, allora, ridateci Anna Tatangelo.
Dargen D’Amico, Ai Ai, 5
Quello di Dargen, qui di vimini vestito, quest’anno, è un funky leggero leggero, uno di quelli che parte e muovi subito il piedino. Ai Ai passa via così, senza infamia e senza lode. Un brano per le vite ai tempi dell’intelligenza artificiale, che in effetti sembra scritto con Chat GPT. Era meglio Ai Ai Ai dei Los Locos, allora. Piuttosto male per uno così bravo.
Arisa, Magica favola, 6
Su un brano così, con due cambi di tonalità molto ambiziosi, molti caracollerebbero. Molti, molte, non Arisa, che invece vola, misurata, bravissima. Peccato per la canzone, però, per questo testo da domenica delle palme: lezioso, stucchevole e assolutamente evitabile.
Luché, Labirinto, 4
Una cosa che non capirò mai: i rapper nudi e puri che dopo trent’anni di carriera arrivano all’Ariston immersi nella naftalina. Più che l’urban graffiante che ci aspettavamo, Luchè porta in gara un brano quasi neomelodico, cantalenante e anche piuttosto bollito. Rap nelle strofe, pop nel ritornello. Un blob senza capo né coda. Perché?
Tommaso Paradiso, I romantici, 6,5
Tommaso Paradiso è perfetto nell’abito che gli è più consono. Sebbene sia al suo debutto in riviera, il cantautore è molto a suo agio, sarà che la canzone dedicata alla figlia gli è, ovviamente, particolarmente cara. Intenso, malinconico, visceralmente indie. Quota maschio performativo dell’anno: «Io non farò come ha fatto mio padre / gelido / ti darò sempre un bacio prima di partire.»
Elettra Lamborghini, Voilà, 4
A lei va sicuramente il premio Simpatia di quest’anno. Canta per divertirsi e per divertire. Non bastano le citazioni a Carrà né gli occhiolini alle spiagge queer d’Italia, però, per fare di questo pezzo un bel pezzo. Ci sculetteremo su, ma Voilà è brutta, così brutta da far rimpiangere Musica (e il resto scompare).
Patty Pravo, Opera, 7
Una meta-canzone, una canzone che si fa canzone, un’interprete che diventa il suo brano, la sua opera. «Nella vanità io sono Musa, colore tagliente, e poi Opera», canta Patty Pravo che torna in gara a Sanremo con un brano dal tono epico e baroccheggiante, forse un filo troppo, scritto per lei dal sempre bravo Giovanni Caccamo. Sul ritornello, che si apre su un tappeto magnetico di violini, arriva il primo timido brividino della serata. Sarà che Patty è Patty. Il brano, è vero, non aggiunge granché alla sua carriera, ma ce ne fossero.
Samurai Jay, Ossessione, 4
La quota Boomdabash di quest’anno è Samurai Jay con un brano dal testo vergognoso in cui lui si arrabbia perché lei dorme con un altro e gli nasconde le storie. «Non è amore, è una malattia», recita il testo. Altro che Cime tempestose. Detto questo, il pezzo è un simil-regaetton neanche troppo originale: sembra il plagio di almeno altre venti (altrettanto brutte) canzoni recenti. Tutto qui.
Raf, Ora e per sempre, 6
Una canzone (un’altra) per i buoni sentimenti. Ora e per sempre è una dedica accorata alla compagna di una vita, Gabriella Labate, scritta insieme al figlio. Interpretazione lacrimosa ed efficace per un brano che si sposa perfettamente con il repertorio di Raf e con quel palco. Piace a chi piace il genere (non a me).
J AX, Italia Starter Pack, 5
Il cuore di questa canzone la avvicina alle già note satire di J AX. Il fu rapper milanese qui racconta un’Italia alla canna del gas, indifferente nei confronti di tutto tranne che della pizza con l’ananas. Niente di nuovo, se non fosse per l’arrangiamento country, che porta il brano in direzioni inaspettate. Non che sia un bene, sembra il jingle di uno spot di Old Wild West.
Fulminacci, Stupida sfortuna, 9
Finalmente una canzone, una che sia una. Scritta benissimo e cantata altrettanto bene, con ironica serietà. Fulminacci si prende sul serio fino a un certo punto (al diavolo la scaramanzia, tra l’altro, sale sul palco con la cravatta viola), ma è un cantautore di gran talento, che si muove per territori che si avvicinano ad alcune cose belle di Dalla, Venditti e Carella. Al primo ascolto la sua Stupida sfortuna è già irresistibile, e crescerà con il tempo. Una boccata d’aria.
Levante, Sei tu, 8,5
Levante inserisce i suoi frammenti di un discorso amoroso in una canzone ardita e molto bella. Sei tu è un brano muscolare, come tanti del suo repertorio, e molto complesso, un po’ cervellotico, forse, per essere colto subito. Questo non sempre è un male, ça va sans dire. Lagona canta e interpreta benissimo: serena, sicura, raffinatissima. A un certo punto sgancia la voce e fa cose che non ti aspetti. Non facile, anzi. Ormai Levante è un’artista matura, come ne abbiamo poche.
Fedez e Masini, Male necessario, 3
Pare che sia candidato alla vittoria questo pezzo brutto brutto, mal assortito e gigione in cui Masini si sgola e Fedez parla di sé in terza persona. L’Ariston impazzisce. Voleranno in classifica. Prendo atto, ma mi dissocio.
Ermal Meta, Stella stellina, 5,5
La produzione di Dardust, riconoscibilissima, alleggerisce il brano avvicinandolo a sonorità nordafricane, con tanto di oud e di ricami vocali. Una canzone che racconta Gaza senza citare Gaza. Meglio: una ninnananna per i tempi che corrono, cantata nelle orecchie della piccola Amal, morta sotto le bombe. Vuole commuovere, ma non graffia. Stella stellina si muove pericolosamente sul crinale che divide la denuncia dalla retorica. Occhio!
Serena Brancale, Qui con me, 7,5
Con Qui con me, Serena Brancale torna un po’ alle sue origine soul, anche se i fasti degli esordi paiono lontanissimi: Galleggiare era un capolavoro. Una canzone, questa, che prova ad accorciare le distanze tra chi è andato e chi è rimasto e che attinge a piene mani dalla vita di Brancale stessa. Con lo sguardo puntato verso l’alto, la cantautrice canta alla madre e la ricorda. «Se ti portassi via da quelle stelle / per cancellare il tuo addio dalla mia pelle / scalerei la terra e il cielo / anche l’universo intero». Testo strappalacrime per un brano tutto sommato audace, pieno di registri diversi e privo di ritornello. L’interpretazione teatrale farà il resto. Non vincerà, ma andrà bene.
Nayt, Prima che, 6,5
Arriva senza fare troppo rumore, Nayt, a questo festival, eppure per il momento la sua Prima che, un rap introspettivo, fa una bella figura. Con questo brano, lui rimane aderente alle cose fatte finora. Barre precise su un plotone di violini. Non male, non male.
Malika Ayane, Animali notturni, 9
Tra Alan Sorrenti e i Nu Genea, Animali notturni è un funkettone crepuscolare, tribaleggiante. Coolness rara, presenza ipnotica e savoir-faire. Malika Ayane è una fuoriclasse. Brano delizioso e imprevedibile dall’arrangiamento incredibile, tra i più belli in gara. «La strada è una giungla / puntiamo alla luna». Sì!
Eddie Brock, Avvoltoi, 4
Ci aveva promesso un brano vascheggiante e invece, toh, Kekko dei Modà che canta un pezzo vagamente incel e rosicone. Non basta una chitarra elettrica a essere rock né un paio di acuti a fare una bella canzone. Un enigma.
Sal Da Vinci, Per sempre sì, 4
Nove autori, diciotto mani (diciotto!) per questo brano di Sal Da Vinci che sembra sorgere da un’allucinazione collettiva. Sul finale, Per sempre sì, anacronistico omaggio al vincolo matrimoniale, ti risveglia dal torpore festivaliero e tu ti vedi riflesso nello schermo del televisore con la faccia ripugnata. Un bel pasticcio in cui dentro trovi tutto quello che ci vuoi (o non vuoi) trovare.
Enrico Nigiotti, Ogni volta che non so volare, 5
Un brano che spicca a stento il volo, eppure non è neanche così male. Si sente persino la bella penna di Pacifico, che ha firmato il pezzo insieme e Nigiotti e Pagnozzi. Manca qualcosa, però. Un po’ di mordente, un brividino, non so, anche solo un accenno di emozione. Peccato!
Tredici Pietro, Uomo che cade, 7
Un ragazzo che cade e poi si rialza per cadere ancora. Quella di Tredici Pietro, al suo esordio all’Ariston, è una canzone sulle fragilità e l’inesorabilità del fallimento. Un brano molto riuscito, preciso negli intenti e nella resa. Bravo.
Chiello, Ti penso sempre, 6
Chiello è uno che sa quello che fa e che ha brani dignitosi nel suo repertorio. È per questo che vederlo debuttare all’Ariston con questo pezzarello qui un po’ dispiace. Ti penso sempre è una canzone deboluccia dei Baustelle. Lui dalla sua, però, ha quel fare tutto scalcagnato, quel disordine innato che lo rende naturalmente rock ‘n’ roll.
Bambole di pezza, Resta con me, 5
Ci avevano promesso le Bikini Kill e, invece, questa Resta con me è un brano che pertiene al mondo della primissima Emma Marrone. Un rockettino romantico così sciapo che, alla fine, rimane ben poco. Mah.
Maria Antonietta e Colombre, La felicità e basta, 7,5
L’abusato paragone con i Coma_Cose qui regge a malapena. Letizia e Giovanni, alias Maria Antonietta e Colombre, scelgono per questo festivàl la strada del disimpegno, ma sono due cantautori capaci di grande profondità e di ottimi album. La felicità e basta diventerà un tormentone facilino solo in apparenza. Il testo è meno banale di quanto non sembri a un primo ascolto e l’operazione è irresistibile: il sorriso di lui, la voce di lei, quell’abito bianco che cita la Nada di Ma che freddo fa. Fin qui tutto giusto.
Leo Gassman, Naturale, 5
Gassman torna all’Ariston con una canzone che gira intorno a Balorda nostalgia, che abbiamo già sentito in apertura di puntata. L’universo sonoro è lo stesso e simili sono anche le temperature emotive. Tanti sentimenti, tanta malinconia. Non abbiamo bisogno di doppioni, per carità.
Francesco Renga, Il meglio di me, 4,5
Il meglio di me è, in effetti, la miglior cosa che Francesco Renga porta all’Ariston dal 2014. Non che sia una bella canzone, sia chiaro, anzi. È la solita canzone così e così di Renga, con un ritornello più accattivante dei suoi ultimi tentati successi e una voce che, per quanto intonata, fatica sempre a trovare la giusta misura. Abbiate pietà.
LDA e AKA 7EVEN, Poesie clandestine, 3
Un altro inutile regaetton con troppe parole e troppe moine. Almeno ci fosse Ana Mena a cantarlo, e invece. Premio Battiti Live per aver cantato a quest’ora.


