All’Eurovision Song Contest l’ambiguità europea diventa un trionfo trash-pop multicolore e inclusivo, lo sappiamo tutti. C’è lo spettacolo sul palco, con luci, coreografie e cantanti che diventano personaggi per tre minuti. E poi c’è quello che accade fuori, tra interpretazioni, simboli e letture che cambiano a seconda di chi guarda.
Quest’anno l’Italia arriva a Vienna con Sal Da Vinci e “Per sempre sì”, la canzone vincitrice del Festival di Sanremo 2026. Una scelta che per molti è stata una sorpresa. Sanremo, nella cultura musicale italiana, resta un luogo quasi sacrale, mentre l’Eurovision vive di teatralità, eccesso e spettacolo.
Eppure proprio in questo contesto più camp e internazionale la canzone di Sal Da Vinci sembra trovare una seconda vita, curiosamente queer.

In questo articolo
- 1 Sal Da Vinci all’Eurovision 2026 tra stereotipi italiani e fascino internazionale
- 2 Perché “Per sempre sì” viene letta come una canzone queer fuori dall’Italia
- 3 Cosa significa davvero “queer” oltre l’idea di inclusione
- 4 La canzone-tormentone entra nella campagna referendaria
- 5 Eurovision, il luogo dell’ambiguità
Sal Da Vinci all’Eurovision 2026 tra stereotipi italiani e fascino internazionale
Sal Da Vinci arriva all’Eurovision con un immaginario molto riconoscibile: belcanto, romanticismo, gestualità napoletana, un gusto melodrammatico che qualcuno definisce l’ennesima versione dell’Italietta da cartolina, quella del cliché “pizza, mandolino, amore eterno”.
Gli spettatori europei guardano spesso all’Italia con occhi diversi dai nostri. Dove noi vediamo provincialismo, loro riconoscono identità. Dove noi percepiamo nostalgia, loro intravedono stile.
Non sorprende quindi che molte reaction straniere parlino di eleganza, teatralità, tradizione. Ed è proprio qui che il messaggio di “Per sempre sì”, apparentemente tradizionale, comincia a essere letto in modo diverso. Qualcuno lo definisce addirittura “queer”. Lo credereste?
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Perché “Per sempre sì” viene letta come una canzone queer fuori dall’Italia
Marta Cagnola, tra le più esperte osservatrici italiane dell’Eurovision, ha spiegato a Fanpage.it come molti spettatori internazionali stiano interpretando il brano in una chiave aperta.
Secondo questa lettura, “Per sempre sì” non sarebbe una dichiarazione sul matrimonio tra uomo e donna, ma una promessa che chiunque potrebbe cantare a chiunque: “È semplicemente una canzone d’amore universale. Se la vogliono cantare due uomini o due donne, va benissimo lo stesso. Non c’è nessuna esclusione in quel messaggio”, ha detto Cagnola.
Lo stesso Sal Da Vinci ha chiarito in diverse interviste che il testo non vuole escludere nessuno. L’amore di cui parla non ha un destinatario obbligato.
Succede così qualcosa di curioso: una canzone percepita in Italia come tradizionale diventa, fuori dai confini nazionali, una ballata inclusiva.
È uno degli effetti tipici dell’Eurovision: le canzoni cambiano significato quando attraversano i confini. È la danza dei linguaggi, l’osmosi delle tradizioni: un fenomeno che l’Unione Europea conosce molto bene nella sua storia che va da secoli di guerre e sangue a un destino comune di pace e mescolanza di popoli, culture e lingue.
Cosa significa davvero “queer” oltre l’idea di inclusione
Vale però la pena fermarsi un momento. Visto che noi siamo italiani e che il fenomeno Da Vinci possiamo a ben vedere osservarlo e giudicarlo con una certa cognizione di causa. Dire che una canzone è queer non significa semplicemente sostenere che sia inclusiva.
“Queer” è una parola più politica e radicale. Non indica una singola identità né descrive soltanto un orientamento. È un termine riappropriato dalla comunità LGBTQIA+ per mettere in discussione le categorie rigide che definiscono genere, sessualità e relazioni.
In questo senso, il queer non si limita a rivendicare l’accesso alle strutture esistenti, ma le mette piuttosto in discussione. Non riguarda solo la possibilità che due uomini o due donne possano sposarsi. Interroga anche il motivo per cui il matrimonio resti il modello centrale dell’amore.
La domanda non è soltanto chi possa dire quel “sì”. Riguarda il valore della promessa, il rito che la sancisce e l’idea stessa che l’amore debba assumere una forma stabile e riconosciuta. Per la cultura queer il matrimonio è una gabbia eteronormativa: lo possiamo affermare con assoluta certezza.
È per questo che dentro una frase come “Per sempre sì” si apre una tensione. Il “per sempre” è uno dei concetti che la sensibilità queer guarda con sospetto, perché la cultura queer ha spesso immaginato relazioni, famiglie e desideri al di fuori del modello tradizionale della promessa eterna. Si capisce bene che la liquidità e il superamento dei confini, di genere e non solo, della cultura queer guardano con sospetto a un menestrello partenopeo che giura eterno amore matrimoniale alla sua sposa. Per questo, forse, vale la pena chiedersi: il queer ha davvero bisogno di un “per sempre”?
La canzone-tormentone entra nella campagna referendaria
L’ambiguità della canzone emerge anche nel contesto politico in cui è arrivata. A tre settimane dal referendum sulla giustizia, il ritornello suona quasi come una frase di propaganda a favore della destra italiana che cavalca la battaglia per il SI’ al referendum sulla Giustizia del 22 e 23 Marzo.
Secondo quanto raccontato da La Repubblica, Giorgia Meloni avrebbe telefonato a Sal Da Vinci dopo la vittoria a Sanremo, complimentandosi e aggiungendo una battuta: “La tua ‘Per sempre sì’ è pure un regalo per il referendum”.
Da lì l’idea avrebbe iniziato a circolare negli ambienti di Fratelli d’Italia: usare il tormentone sanremese come colonna sonora degli ultimi comizi della campagna referendaria.
Nel frattempo il ministro Francesco Lollobrigida ha già citato la strofa sui social, mentre altri esponenti della maggioranza parlano apertamente del potenziale comunicativo del brano.
Sal Da Vinci si ritrova così al centro di un racconto più grande di lui, quasi come un personaggio manzoniano finito dentro una storia che non ha scelto.
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Eurovision, il luogo dell’ambiguità
Forse è proprio questo che rende interessante la presenza di Sal Da Vinci all’Eurovision. Il contest europeo è da sempre un luogo dove identità, simboli e significati si mescolano. E l’ambiguità, a tutti i livelli, resta la regina sovrana, unica e incontrastata. Un po’ come l’Europa, che, forse, della propria ambiguità dovrebbe essere orgogliosa, mentre autocrati sanguinari e violenti la definiscono molle e presuntuosa.
Una canzone non deve nascere queer per essere letta in questa chiave. A volte basta che lasci spazio a interpretazioni diverse.
Il punto allora non è se Sal Da Vinci rappresenti qualcosa di queer, ma perché una canzone sull’amore eterno, cantata nel più classico romanticismo italiano, finisca per generare interpretazioni così diverse a seconda del contesto.
testo e analisi di Emanuela Longo e Giuliano Federico
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