“Se hai una voce, usala” – intervista con LA NIÑA

L'artista ritorna con FURÈSTA un album che celebra la collettività e si allontana dall'egocentrismo. Nella nostra intervista ci ha parlato di animali magici, super uomini che pensano solo a sé stessi, e l'importanza di arrendersi

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Intervista con LA NIÑA, tra potere collettivo e nessun super IO (Foto: Gesualdo Lanza)
Intervista con LA NIÑA, tra potere collettivo e nessun super IO (Foto: Gesualdo Lanza)
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Un giorno Carola Moccia, in arte LA NIÑA, ha ricevuto una visita speciale.

Mentre registrava il suo secondo album, FURÈSTA (disponibile da oggi su tutte le piattaforme per BMG), affacciata sul giardino di casa sua, delle gazze ladre si presentavano da lei ogni volta che cantava il ritornello della stessa identica canzone, CHIENA E’ SCIPPE. Nella nostra conversazione telefonica, me la descrive come una scena da brividi, ripetuta così tante volte, da renderle parte integrante dell’ultimo brano dell’album, PICA PICA (ndr. ispirata sia dal nome scientifico della gazza ladra pica pica, che dalla stessa espressione napoletana utilizzata per indicare una “ostinazione caparbia” ). Nel brano Carola immagina che le gazze le chiedano di volare via con loro, ma lei non ha ali, soltanto mani come ogni limitato essere umano (‘Ma je nun teng’ piume teng’ sulo ‘e mmane’). Le gazze la rassicurano che non è ancora arrivato il momento di arrendersi: deve solo continuare a cantare (Ogge nun è l’urdemo juorno/Ca t’hê ‘a sceta’/E si pure fosse tu pienz’ a canta)’.

È una canzone per esorcizzare la morte. Parla di insicurezze e l’incapacità di non sentirsi all’altezza’ mi spiega ‘Ho immaginato che ci fosse uno scambio allegorico tra di noi, e che mi rispondessero: Non è il momento di morire, sei viva, puoi fare ancora tante cose. È un po’ come il risveglio di Alice nel Paese delle Meraviglie. Solo che Alice apre gli occhi in Campania’.

Le gazze ladre non sono le uniche creature a far parte di FURÉSTA: c’è KUKII, cantante e compositrice egiziana che le ha confidato l’importanza di arrendersi dinanzi la forza della natura. C’è l’artista Abdullah Miniawy con cui interseca napoletano e lingua araba. C’è un esercito di donne che con i loro cori sorreggono la sua rabbia. Ci sono le scosse sismiche di Pozzuoli, le poesie oscene di Fernando Russo, le influenze sudamericane e messicane del bolero, c’è il filo di Arianna, ci sono serpenti che combattono con i gatti. C’è il fruscio dei suoi capelli, gli zoccoli dei cavalli, c’è il dialetto napoletano che si interseca con quello arabo. C’è la ruvidità della campagna, le contraddizioni della città, ma soprattutto la voglia di prendere una posizione netta e chiara. Affiancata dall’autore, produttore e polistrumentista Alfredo Maddaluno, LA NIÑA  compone un album dall’impianto corale che mette dichiaratamente da parte ogni elemento autobiografico, per scandire un racconto collettivo, incatalogabile nello spazio o il tempo. Se la musica di FURÈSTA sembra non appartenere ad un’epoca specifica, le sue parole emergono da una ribellione al secolo che stiamo vivendo, dove l’egocentrismo prevale e l’uomo si crede onnipotente. “È un disco nato proprio dalla voglia di connettermi con altri esseri umani. È un lavoro polifonico interpretato, sentito, imparato, e onorato da più di di una persona” mi dice “Volevo che anche musicalmente ci fosse una vittoria della collettività sull’Io, e azzerare la percezione di avere a che fare con una popstar, ma mettere al centro solo l’artista e la sua musica”.

 

 

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Intervista con LA NIÑA



In quest’album ti allontani sempre di più dall’esperienza individuale e sembri rievocare delle storie più universali e collettive. Perché questa scelta?

Sarà che nella mia famiglia c’è sempre stata un’educazione all’empatia, ma credo che mai come quest’anno ho sentito una fortissima connessione con gli altri. Ma anche una forte esigenza di azzerare il mio ego. Questa volta volevo contemplare e restituire solo la musica, non la mia persona. Volevo provare a raggiungere un’emozione collettiva, che uscisse fuori da me e non fosse solo la mia. Sono stanca di questa deriva malsana dell’individualismo, perché è solo un altro modo per controllare la massa. Abbassa la capacità critica dell’individuo e gli impedisce di sentirsi qualcosa più ampio al di fuori di sé. Questo disco per me è stato anche un esercizio filosofico e liberazione da una serie di desideri che non erano miei, ma indotti dall’esterno. FURÈSTA in napoletano, non significa foresta/bosco, ma selvatico e ribelle, e la mia natura è sempre stata questa. Mi ero autodomata al servizio di un autocompiacimento collettivo e dormiente. Il pubblico a cui mi riferivo era solo nella mia testa, mentre il pubblico che voglio è fatto di persone sveglie. È stato un lavoro lungo, doloroso, fatto di ricerca e studio, che mi ha richiesto tanti anni per esprimere davvero quello che volevo.



FURÈSTA non significa foresta, ma questo è un album che mi sa di terra, erba, steppa, nel senso più positivo del termine. In Guapparìa, tuttavia, rifletti anche sulle contraddizioni della città. Non voglio chiederti se sei una ragazza di campagna o di città, ma vorrei sapere come si riflettono queste due realtà in questo progetto?



Credo che la riflessione sull’urbano può essere vera e profonda soltanto se non parte dalle città. Perché la città è un vessillo, un simulacro di realtà. La realtà si trova nelle campagne, dove l’uomo è prima di tutto istinto e animale naturale. Napoli è una città, ma non è niente rispetto la cultura millenaria dell’intera regione Campania che ha colto i più grandi filosofi della storia; e parliamo del V secolo a.C., non gli anni Settanta. Per me era molto importante anche esprimere le contraddizioni dietro la narrazione e gli stereotipi della città, spesso pieni di informazioni superflue che non si prendono la responsabilità di risolvere nulla, se non attraverso slogan vuoti di significato che non si schierano mai veramente. Io questa volta volevo schierarmi, puntare il dito non verso qualcuno, ma verso un’attitudine diffusa in tutta la società, e dalla quale mi dissocio. Non voglio questa narrazione per me, per la mia gente, e per tutto il mondo. Perché GUAPPARÌA non parla solo di Napoli, ma anche del Brasile, del Marocco, della Turchia, della cultura madrilegna, e tutte quelle realtà che hanno risentito di questa narrazione qui. È una canzone che si arrabbia e si schiera.



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E sembra quasi più facile liberare quella rabbia quando sei in aperta campagna. A me sembra che dentro un bosco posso buttare tutto fuori ed essere me senza le pressioni o gli sguardi di nessuno. A te?

Assolutamente. Anche se viviamo una quotidianità fatta di palazzi, strutture, e aziende è essenziale allenare questo contatto almeno una volta l’anno. Se mi levi la libertà del mio giardino, di una scampagnata domenicale, o di andare in campeggio mi levi tanto. È importante riconnettersi con la purezza della natura. Permette di recuperare un contatto con la semplicità dell’esistere.



Nella tua musica ci sono sempre le serpi. Nell’album precedente c’era una canzone intitolata VIPERA, qui in OINÈ c’è uno scontro tra una serpe e un gatto in MAMMAMA’ dici che manco un serpente tiene tutto ‘sto veleno in corpo. È un caso o questa creatura ha un significato particolare per te?



Io sono ossessionata dai serpenti. Li sogno e li immagino, perché possiedono una molteplicità di significati positivi, negativi, e anche misti che nessun altro animale possiede. Ad esempio, nella numerologia cinese e nella mitologia in generale, il serpente è corrispondente astrologico della Luna. Quando si morde la coda diventa un cerchio che si chiude. È viscido ed è velenoso. Ma è anche colui che viene calpestato. É sia vittima che carnefice. È allegoria delle contraddizioni della vita, del bianco e del nero. In VIPERA era protagonista, in OINÈ è antagonista, perché cambia ruolo a seconda del racconto.



La tua collaborazione con KUKII nasce da una frase che ti ha detto lui: ’There’s something peaceful in surrender’, ovvero ‘C’è qualcosa di pacifico nell’arrendersi’. Una riflessione che farebbe impallidire tutti questi uomini che oggi si credono onnipotenti e stanno facendo solo casini. Non trovi?



Credo fermamente che nel momento in cui si smette di avere un senso etico e referenziale nei confronti della natura, e si perde timore nell’ordine delle cose, arrivando a credere che non abbiamo più limiti, e proprio lì che il limite dell’uomo si rivela. È proprio in quel momento che l’uomo si rende conto di essere egocentrico, antropocentrico, e incapace di vedere le cose da una prospettiva più ampia di quella personale. Il momento storico che stiamo vivendo è la deriva dell’egocentrismo, dell’super IO nietzschiano nella sua declinazione più negativa. C’è un super uomo che è super solo per sé stesso, e non per gli altri. In questo momento tutto è politica, ed è per questo che sono così severa con chi non si schiera. Se hai voce, usala.

Da Mammama’ a Figlia d’ ‘a Tempesta, in quest’album ci sono voci e cori di donne ovunque. Chi sono le donne che ti hanno rassicurata e a cui ti rivolgi ancora oggi? 

Mia madre, le mie nonne, le mie zie. Ci sono stati parecchi esempi al mio fianco, e mi sento molto fortunata a differenza di persone che non hanno avuto così modelli femminili così forti. Ma le ritrovo anche nell’arte, nella scrittura. Penso a pittrici, filosofe, e tutti quei nomi dimenticati e oscurati da quelli degli uomini.



Ultimamente ci sono sempre più artiste e musiciste che stanno recuperando le tradizioni del loro territorio– che sia il dialetto, o le origini, o le radici. Penso a te con la Campania, ma anche Daniela Pes con la Sardegna, o il trio catalano delle Marala. Riprendete gli elementi più marginalizzati della società e li raccontate spogliandoli della loro veste più patriarcale. Ti rivedi in questo processo? Secondo te è un caso che a farlo siano quasi tutte donne?



Io mi sento anche molto privilegiata. Ho avuto un’educazione e gli strumenti per capire in cosa il mio ruolo fosse marginalizzato. Ho potuto analizzare la realtà con pensiero critico, e riconoscerne i problemi. Ma è ovvio e forse anche banale da dire, ma per esprimere il disagio di una minoranza, bisogna farne parte. Se non ne sei parte, non puoi empatizzare al cento per cento con quella realtà. Puoi solo pateticizzarla, come fanno molti uomini quando si addentrano in questi discorsi. Non sono in grado di comprendere la natura dello stato delle cose. Dovrebbero tacere, e far parlare chi ne fa parte.

© Riproduzione riservata.

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